Il titolo completo del dipinto di William Turner Snow Storm, tradotto in italiano, è: Tempesta di neve: battello a vapore al largo di un porto lancia segnali in acque basse e naviga con lo scandaglio. L'autore era nella tempesta la notte in cui l'Ariel lasciò Harwich. L’autore, a proposito delle circostanze che diedero origine al dipinto, ricorda: “Non l'ho dipinto per essere compreso, ma volevo mostrare com'era una scena del genere; ho chiesto ai marinai di legarmi all'albero maestro per osservarla; sono stato legato per quattro ore e non mi aspettavo di salvarmi, ma mi sentivo in dovere di registrarla se ci fossi riuscito.”
Non sappiamo se Turner, moderno Ulisse, alla non più giovane età di 67 anni, veramente fosse in grado di resistere alla furia di una tempesta legato per quattro ore all’albero maestro. Probabilmente è una leggenda ritenuta necessaria per spiegare ai critici e al largo pubblico cosa intendesse dipingere: una bella storia messa in giro per rafforzare quanto già espresso nel lungo titolo: “L'autore era nella tempesta la notte in cui l'Ariel lasciò Harwich”.
Insomma, Turner voleva affermare: so bene io cos’è una tempesta, ci sono stato dentro per quattro ore; e ora voi, seduti al caldo nei vostri salotti, mi vorreste insegnare cosa e come dipingere?
E già, cosa ha voluto dipingere?
Un improvviso accecante bagliore illumina il profilo di un battello in un mare in tempesta. Si distingue appena l’albero maestro piegato e il profilo di una ciminiera da cui esce un vortice di fumo scuro con bagliori rossicci che si fonde con le nuvole brune che vorticano impetuose mescolandosi con gigantesche masse d’acqua mosse da un’energia naturale terribile e maestosa, tale da rendere patetici i tentativi umani di governare la piccoletta barca. Le ambizioni umane, messe alla prova con una natura che dispiega la propria potenza, diventano ridicole e insignificanti. Ma come trasmettere la sensazione di impotenza di fronte alla maestà della natura?
Già Delacroix aveva compreso che “l’immaginazione gode di ciò che è indistinto”: una forma non rifinita, indistinta e sommariamente delimitata, induce nell’osservatore una maggiore capacità evocativa, lasciandolo libero di completare l’esperienza seguendo i sentieri della propria immaginazione. In altri termini, l’artista può evocare, piuttosto che descrivere. Sfrutta così l’innata propensione della mente umana di dare senso ad ogni cosa, anche se confusa e indistinta. Quando il mondo non dà alla mente istruzioni certe su cosa pensare, la mente comincia a vagare in cerca di un significato, lasciandosi condurre per mano dalle sensazioni e dalle emozioni.
Osservando lo Snow Storm di Turner, lo sguardo si aggira sulla superficie dipinta non trovando né i punti fermi di un ordine prospettico, né forme certe rinchiuse nei propri contorni: è costretto a ondeggiare seguendo le turbinose masse scure che si incurvano e si mescolano con quelle chiare; attiva paure e pulsioni inconsce, che lasciano nell’animo sensazioni di smarrimento e di impotenza.
La tempesta marina è anche tempesta sensoriale che investe corpo e mente. Turner non è interessato alle cose del mondo nella loro oggettiva permanenza, ma a esprimere la lotta tra l’assalto delle sensazioni che disunisce le forme e i pensieri e una soggettività che disperatamente resiste alla dissoluzione. Basterebbe un passo ancora, e quel drammatico confliggere di forze si dissolverebbe in un indistinto mescolamento, dove ogni frammento di forma scompare.
Il dipinto di Turner è l’immagine che più si avvicina all’orlo del caos, quel territorio di confine tra l’ordine e il disordine dove la vita riesce ad attecchire, perché in quella terra di nessuno il disordine lotta con le ferree leggi dell’universo newtoniano. L’aspetto più intrigante del confronto tra ordine e disordine sta nel fatto che l’esito non è la polverizzazione del sistema ordinato: nel dipinto di Turner le forme delle acque in tumulto sono riconoscibili, ma si tratta di forme nuove, fluide, mutevoli, forme di movimento.
In fondo, ciò che Turner mette in scena non è solo una tempesta di acqua e vento, ma una tempesta di forme nella mente di chi sta dando senso all’esperienza. La mente non registra passivamente una scena, ma deve lavorare sul margine: cerca appigli, li perde, li ricostruisce, proprio come un sistema complesso che vive tra ordine e disordine. Se la vita abita l’orlo del caos, anche il pensiero non può che abitarlo: deve restare abbastanza stabile da riconoscere, e abbastanza instabile da reinventare.
Le categorie e i concetti che usiamo per dare senso al mondo, come suggeriscono Hofstadter e Sander1, sono strutture fluide, continuamente rinegoziate dall’esperienza. La fluidità è l’essenziale motore del pensiero e, quando è guidata con maestria, anche della creatività umana.
Alla base della fluidità vi è l’indeterminatezza delle categorie e dei concetti con cui pensiamo e parliamo. Le categorie hanno gli stessi confini sfocati delle città:
Una categoria ha un cuore antico, alcune zone commerciali, alcune zone residenziali, un anello esterno e poi sobborghi che lentamente e impercettibilmente sfumano nella campagna. […]. Tutti questi strati concentrici che costituiscono una categoria nel suo pieno splendore sono il risultato di un'ampia gamma di analogie e di diversi tipi, fatte da milioni di persone nel corso di un periodo che va dalle decine alle migliaia di anni. Queste analogie formano un continuum. (pag. 69)
L’assenza di confini netti dei concetti consente al pensiero di muoversi da un concetto all’altro e gli conferisce la necessaria flessibilità per fronteggiare la mutevolezza delle esperienze. Sono flessibili per accettare nuove esperienze e nuove conoscenze:
I concetti non sono come scatole annidate una dentro l’altra, ognuno rigidamente definito nei termini di un preciso insieme di concetti acquisiti in precedenza, e acquisiti sempre in un ordine prefissato. Al contrario, quando vengono acquisiti nuovi concetti, il loro arrivo ha spesso un forte impatto sui precedenti su cui sono basati; un po’ come se la costruzione di una casa intaccasse la natura stessa dei mattoni con cui viene costruita. (pag. 55-56)
Ad esempio, “Il concetto di fast food dipende da, e modifica il concetto di ristorante. Il concetto di carta di credito dipende da, e modifica, il concetto di denaro. Il concetto di cellulare dipende da, e cambia, quello di telefono.[…]. Il concetto di riciclaggio dipende da, e cambia, il concetto di spazzatura. I concetti di stupro, schiavitù, genocidio, omicidio seriale e altri non soltanto dipendono da, ma cambiano, quello di essere umano.” (pag.57). Insomma, i nostri concetti sono una massa sempre in movimento, dove ogni entità è un hub dove convergono migliaia di connessioni continuamente modificate dall’esperienza.
Nei vortici e i turbinìi di Turner sono proiettati i mulinelli e tumulti incessanti della nostra mente.
Note
1 Douglas Hofstadter e Emmanuel Sander, Superfici ed essenze. L’analogia come cuore pulsante del pensiero, Codice Edizioni, Torino, 2015.















