Silenzio.

La parola sembra già contenere ciò che descrive: un vuoto sonoro, un intervallo sospeso, una pausa sapida e ricca di significati più di mille note sul pentagramma dell’esistenza. In latino, nel silentĭum abita l’assenza di rumore, ma convivono anche la quiete e la sospensione dell’agire: da silēns, participio presente del verbo silēre, “tacere”, si forma un sostantivo che attraversa i secoli e arriva a noi come forma di riposo e di misura. In italiano, il termine conserva questa doppia valenza: non solo mancanza di suono, ma anche condizione interiore, spazio di compostezza, soglia di attenzione. La compostezza è misura, l’evitare le sproporzioni, il sapersi fermare e l’assumere lo sguardo di chi vuol evitare che l’estremo sfoci rovinosamente nell’eccesso.

I sinonimi della parola silenzio ne rivelano le pieghe: quiete, tacere, mutismo, pace, tranquillità, riservatezza. Ognuno apre una porta diversa, propone panorami da gustare con divertimento e gioco: la quiete è calma diffusa che porta calore e benessere; il tacere è atto deliberato; il mutismo è costrizione; la pace è pienezza senza conflitto e senza attacchi; la tranquillità è distensione della mente e del corpo; la riservatezza è custodia e preservazione di un’identità ricca di valori. Nel silenzio si estende la bellezza dell’onomatopea: il suono ssss che sollecita a fare silenzio, a interrompere la parola, spesso con il gesto del dito indice della mano che si avvicina alla punta del naso. Questa dimensione è antica e accomuna lingue che possiedono una radice indoeuropea, come l’antico alto tedesco swigen, con il significato di “tacere”, o i verbi greci siōpáō e sigáō, che volevano dire appunto “stare in silenzio”, “fare silenzio”.

La quiete connessa al respiro

Oltre ai verbi citati, un’altra parola del greco antico si connette al silenzio: hesychía, che indica la quiete profonda, la pace, la calma, il riposo, la mitezza. Questa parola ci rimanda a luoghi sereni, ritirati, riservati all’anima. Dal sostantivo hesychía, in italiano abbiamo derivato l’esicasmo, la via monastica della preghiera del cuore, in cui la quiete è vigile e accende la presenza. Nello stile degli antichi padri, potremmo dire: è l’arte di raccogliere mente e cuore in un unico punto, dove la parola smette di disperdersi e comincia a bruciare. È un cammino contemplativo del cristianesimo orientale, formato nei deserti e maturato sul Monte Athos, che mira all’unità interiore attraverso la preghiera incessante, la cosiddetta preghiera di Gesù: “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore”. Peccatore, in questa preghiera recitata in greco, è amartolòn, aggettivo collegato al verbo amartàno, con il significato di errare, deviare, non centrare l’obiettivo, ingannare sé stessi.

Questa invocazione breve, ripetuta con il ritmo del respiro, diventa filo d’oro o filo di perle: collega l’attenzione, purifica il pensiero, illumina l’affetto. Si ripete con fermezza dolce, coordinando il respiro: una parte dell’invocazione nell’inspirare (“Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio”), l’altra nell’espirare (“abbi pietà di me”). Inspirando ed espirando, come ci capita di fare circa ventimila volte in un giorno, ogni giorno che il destino ci consente di poggiare i piedi su questa Terra. "Il Nome, ripetuto con fede, addolcisce l’anima come miele caldo", è una citazione di attribuzione incerta ma connessa al contesto dei padri del deserto. L’esicasmo prevede infatti la fuga dal rumore verso la solitudine feconda e calorosa dei deserti d’Egitto, di Palestina e di Siria. La loro pratica è semplice e radicale: stare, respirare, invocare, custodire. La solitudine diventa quindi comunione e compagnia, cioè condividere il pane della cena con altre persone, mentre il deserto diventa città, ovvero civiltà. È una disciplina mite: chiede più attenzione che sforzo. Nella hesychía, l’io smette di rivendicare centralità e si offre all’incontro con le cose, con gli altri esseri senzienti, con la propria trama interiore.

“Attacca la preghiera al respiro”, suggeriscono i monaci seguaci dell’esicasmo. "Sia presente il ricordo di Gesù a ogni respiro e conoscerai il valore della hesychía", è una citazione attribuita ai padri del deserto. E noi, in questa quiete silenziosa, avvertiamo l’importanza di connettere il corpo alla mente, nella percezione che siamo unità psico-somatica e che necessitiamo di spazi, di luoghi e di persone accanto a noi che ci aiutino a vivere sereni e che possiamo aiutare a vivere serene.

Il silenzio come libertà

Il silenzio è libertà perché ci libera dal rumore esterno e da quello interno. Il rumore esterno ci distrae. Il rumore interno – quello dei pensieri ruminanti, delle scorie di rabbia accumulata per aggressioni subite, della sofferenza, della ricorsività – ci inganna e ci destabilizza: sono due maschere della stessa paura di stare. Il silenzio le smaschera con delicatezza: mostra che possiamo abitare il mondo senza possederlo e abitare noi stessi senza giustificarci.

La libertà non è solo scelta fra opzioni: diventa qualità dell’attenzione al molteplice. Il silenzio affina questa qualità; trasforma la decisione in evento di senso, in deliberata accettazione di sé, anche con i propri limiti e con le proprie parti sgraziate, incistate nella zona limbica del nostro cervello.La relazione vera nasce dal silenzio: ascoltare prima di parlare, comprendere prima di spiegare, lasciare spazio prima di occupare spazio, accettare le emozioni altrui senza scaricare addosso la propria rabbiosa volgarità. Il silenzio è il grembo della parola giusta, quella che non ferisce e non finge nella menzogna.

Nel silenzio incontriamo i nostri confini e capiamo che sono profili tratteggiati con il carboncino sul foglio bianco della vita. La libertà allora non è fuga dai limiti, ma arte di inclinarli: sapere dove finiamo e dove l’altro inizia, sapere quando tacere per lasciare che l’altro esista, sapere quando parlare per servire il senso. Il silenzio diventa così ritorno: ritorno a sé, ritorno all’essenziale. Le tradizioni contemplative lo hanno sempre saputo: nel silenzio si ascolta ciò che conta. Non il frastuono delle opinioni, ma la voce sottile dell’essere.

Il silenzio è libertà allo stato puro.