A me accadono cose strane. Poco tempo fa, dalla cantina ho riportato nell’appartamento le scarpe invernali. Due paia sono fuori misura: le ho ispezionate con attenzione, ho tirato fuori solette pesanti e ho compreso che erano lì per limitare lo spazio che passa tra il numero 37, il mio, e il 39, quello delle scarpe. Ricordo che con la commessa ho pure tentato un compromesso: un 38. Ma credo non ci fosse neanche il 38 perché è stato sufficiente un: “Guardi che con una soletta bella calda di quelle ortopediche risolve il problema”. Come non darle ragione? Ribadire il concetto che due numeri in più di scarpe sono davvero importabili è stato, per me, un intervento eccessivo. Non vorrei creare problemi. Soprattutto, proprio non riesco a esprimere le mie ragioni. Non riesco a costruire un discorso logico; rimango muta, annichilita per quello che mi sto facendo. Il silenzio è l’unico mezzo per non aprire discussioni che non riuscirei a reggere.

Cose d’altri tempi.
Mio babbo ci raccontava che quando era un adolescente i genitori gli compravano scarpe molto più lunghe dei suoi piedi perché era in fase di crescita, ma le scarpe, fino alla fine, rimanevano sempre abbondanti.

Ma non sono solo scarpe.
Lo stesso problema mi è accaduto di recente con l’acquisto di un pellicciotto rosso, che non mi piace. Privo di qualsiasi stile o carattere, è composto da un colletto enorme e da due maniche. Insomma, tutto collo che, come una sciarpa non annodata, scivola da tutte le parti. Praticamente devo reggerlo perché ancora non ho trovato i bottoni. Forse non li ha.
Ma anche nel giorno dell’acquisto forzato, non avevo voglia di discutere e tanto meno mettere a disagio la proprietaria che gentilmente mi ha chiesto come stava mia figlia perché non la vedeva da tempo. Erano in due, lei e la commessa, e difronte alla mia fragilità, hanno vinto. Rapide e veloci come folgori mi hanno messa all’angolo, mentre impacchettavano felici quell’oggetto, che pensavano di non riuscire mai a vendere, neanche in liquidazione.

Questi due episodi rappresentano solo la punta estrema di un precipizio. Di fronte ad un mondo di gentilezza -anche quella formale- sono completamente sopraffatta. Non ho più difese. Mi è indispensabile e contemporaneamente ne scaturisce una specie tutta particolare di autopunizione. Soprattutto quando vado in bicicletta i miei tragitti -e non solo i miei- sono a rischio investimenti dovuti ad una quantità esagerata di automobili enormi parcheggiate a destra e pure a sinistra in strade che diventano così cordoni per funamboli. In equilibrio instabile protesto e insulto auto vuote e divento subito sorridente e gentile se automobilisti, ciclisti, pedoni e anche cani, dopo avermi quasi investita, mi chiedono scusa. In questo momento sono a rischio di auto sui marciapiedi, di cani al guinzaglio, di turisti che fanno giocare i loro figli a pallone nelle vie del centro, come se fossero nel cortile di casa loro. Impreco, ma al primo “sorry” mi spunta un sorriso.

Nelle relazioni mi sono indispensabili gentilezza e riconoscimento del mio essere al mondo così come sono. Per evitare scarpe numero 39 e pellicciotti da equilibrare il peso, ho drasticamente eliminato i negozi di abbigliamento. Mi son rimasti gli “alimentari”, nei quali vado per necessità, ma anche lì inevitabilmente si ripetono acquisti sbagliati per l’eccesso dell’altrui gentilezza, con conseguente smarrimento di una mia chiara risposta: “no grazie, non ne ho bisogno” oppure “no grazie, ne ho il frigorifero pieno”.

La gentilezza non è l’unica via che mi conduce lontana da ciò che accade.
Altre e più profonde sono le ore nelle quali la mente abbandona il corpo e se ne va in altre regioni lontane; proprio in altri mondi e purtroppo io la seguo, lasciando il corpo allo sbaraglio di situazioni impreviste. Precipita, tra la mente e il corpo, un vuoto che tutto assorbe e lascia me nello stupore e nell’abbandono. Vi è una caduta che tutto sconvolge e inizio a viaggiare nell’oscurità e nella perdita. All’esterno, in superficie, perdite e smarrimenti di oggetti mi avvertono con destrezza consumata che è arrivata l’ora dell’abbandono nella terra, nel cielo, nel mare, nel silenzio.

Io e il lungofiume.

Queste sono giornate di nebbia spessa, ma verso le undici la nebbia cede il passo al sole e così ieri mattina sono andata in bicicletta lungo l’argine del fiume. Ne ho vista l’insonnia e mi sono tenuta alla sua acqua come a uno spessore compatto. I campi a destra e a sinistra mi hanno raccontato come cala la nebbia. Tra realtà -il corpo che pedala lentamente- e sogno - la mente che respira la luna- tutto il mondo intorno muta il suo aspetto. È la mente che non mi abbandona, mi porta con sé a vedere nuovi paesaggi e va oltre; mi suggerisce ciò che dovrò realizzare, in studio, nel pomeriggio. A volte perdo per strada i suoi suggerimenti, come ora. Il corpo, in realtà, mi suggerisce che velocemente devo rientrare in città per la spesa. Mi ricorda, approfittando della mente che si è allontanata per i fatti suoi, che il frigorifero è vuoto. Sono riuscita ad eliminare l’arte culinaria, ovvero il minimo sforzo per mettere a tavola i familiari, ma ancora non sono riuscita ad evitare l’acquisto del cibo già pronto, e l’operazione conseguente: mettere il cibo nella lavastoviglie. Appena mangiato chinarsi quasi raso terra per infilare le stoviglie è un movimento quasi persecutorio. Arriverò presto al panino, alla confezione già pronta usa e getta saltando a piè pari la lavastoviglie; finta conquista di libertà d’azione.

Può darsi che dietro quella curva mi apparirà la chiesa di San Marco avvolta da antichi alberi; ma è l’ora del ritorno -veloce. Oggi niente fotografia alla Chiesa, come testimonianza di meta raggiunta. Mentre la mente continua a seguire il cammino delle comete, il corpo velocemente gira la bicicletta perché deve ritornare in città.

Arrivo dal macellaio con i pensieri che ancora mi suggeriscono quel tanto che nel pomeriggio devo realizzare, con aumento di particolari, di colori, di materiali. Appoggio la bicicletta sperando che la mente rientri in me qui e ora. Tiro fuori dalla sacca la borsetta dove dentro c’è tutta la mia vita, l’appoggio in “bella vista” sul portapacchi e tiro fuori la catena. A questo punto stramaledico i ladri che mi obbligano al rito della chiusura e nonostante ciò mi hanno rubato 14 biciclette. Entro dal macellaio, ordino la spesa natalizia: fegatini, cappone, gallina e un po’ di carne rossa proibitissima e mi sbaglio il giorno della consegna; dovevo dire 23 pomeriggio e invece dico 24 mattina così Ida per iniziare i lavori di alta cucina dovrà attendere quelle due orette che impiego per fare colazione e lavarmi e vestirmi e cercare il mio aspetto quasi decente sempre più difficile da recuperare. Il macellaio scrive l’ordine e mi dà un bigliettino con su scritto il numero che dovrò presentare e che sicuramente perderò tra 15 secondi.

Esco dal macellaio e vado all’alimentare. Qui faccio la spesa per questa giornata e alla cassa al momento di pagare, smarrita, mi accorgo di non avere la tracolla e più giù naturalmente non c’è neanche la borsa. Mi penso già dai carabinieri per la denuncia. Scatto fuori e un po’ lontana vedo ancora adagiata sul portapacchi, in bella vista, la mia borsetta che contiene ancora bancomat, carta d’identità, tessera sanitaria, portafoglio, piccole foto ricordo, un’infinità di tessere dall’Arci al Dis/Ordine passando per biglietti da visita di persone ormai scomparse e di foglietti con avvisi per appuntamenti ai quali poi dimentico di andare. Poi burro cacao, fazzoletti, pillole -non si sa mai- una penna biro.

Ma avviene ancora, ai giorni d’oggi, una specie di miracolo.
Mi chiedo dove ho la testa e con questa domanda che mi assilla, nel pomeriggio, invece di andare in studio, vado in sede, tiro fuori dal garage la bicicletta, vado al cancello e mi accorgo di aver lasciato le chiavi a casa nell’altro piumino però non ho voglia di ritornare di sopra, passo dall’altro cancello, arrivo in galleria, tiro fuori la catena e appena la chiudo realizzo che la chiave è insieme alle altre in casa nella tasca dell’altro piumino. Avviso Marcello che come Presidente dell’associazione deve risolvermi il problema, in effetti in auto passa Cesare altro illustre componente del Dis/Ordine. Marcello lo ferma con ripetuti incroci di braccia e così vengo riaccompagnata a casa.

Manlio non sente il campanello, suono dai Bacchetti, più che vicini di appartamento, custodi tutto fare e pesco dentro il porta ombrelli la chiave di riserva. Potrei andare a letto e decidere che la giornata motoria è chiusa e che a letto le fughe della memoria sono meno pericolose, almeno combinano meno guai. Invece no, ora che ho le chiavi vado con qualche amica all’Alcide per un aperitivo che mi cambia l’umore un poco devastato. Se non avessi gli amici e le amiche, con una schizofrenia così potente sarei già autodefunta. Insieme a loro tutto si acquieta, al massimo rovescio il calice di vino.

Ma già nel ritorno a casa ecco che mi distraggo, ecco che la mente mi coinvolge nei suoi viaggi fuori dal tempo ed è anche nervosa, perché realizzo solo una piccola parte dei progetti che lei mi suggerisce. E con i sensi di colpa infilo la bicicletta nel garage e realizzo, mentre chiudo il lucchetto della saracinesca, che le chiavi di casa sono rimaste infilate nella catena della bici dentro una delle due sacche.