Vivere umanamente significa assumere pienamente le tre dimensioni dell’identità umana: l’identità individuale, l’identità sociale e l’identità antropologica. È soprattutto vivere poeticamente la vita. Vivere poeticamente, l’abbiamo visto, “ci accade a partire da una certa soglia di intensità nella partecipazione, nell’eccitazione, nel piacere. Questo stato può sopraggiungere nella relazione con gli altri, nella relazione comunitaria, nella relazione immaginaria, nella relazione estetica”. Questo stato (…) ci fa raggiungere lo stato sacro: il sacro è un sentimento che compare all’apogeo dell’etica e della poetica.

“Il colmo della poesia, come il colmo nell’unione della saggezza e della follia, come il colmo della relianza, è l’amore”.

(…) Questo amore ci insegna a resistere alla crudeltà del mondo, ci insegna ad accettare/rifiutare questo mondo. Amore è anche coraggio. Ci permette di vivere nell’incertezza e nell’inquietudine. È il rimedio all’angoscia, è la risposta alla morte, è la consolazione.

(…) L’amore medicina ci dice: amate per vivere, vivete per amare. Amate il fragile e il perituro, poiché le cose più preziose, le migliori, compresa la coscienza, compresa la bellezza, compresa l’anima sono fragili e periture.

(Edgar Morin, “Etica. Il metodo, vol. 6”)

La complessità non ha in sé un’etica: non può essere giudicata né buona né cattiva.

Ma la particella ‘com’, come ci ricorda Edgar Morin, porta in sé l’abbraccio tra ciò che, altrimenti, sarebbe separato: tra saperi, tra persone, tra comunità. E l’abbraccio non è fusione, ma messa in circolo. Non è raggiungimento della perfezione, ma confronto nell’incompletezza.

È la nostra comprensione della complessità che ci può aiutare a sentirci osservatori di ciò che osserviamo, a intravedere i sottili legami che si creano tra ciò che facciamo e ciò che si dirama sugli altri con le nostre azioni, a sentirci parte della stessa umanità e della stessa Terra, coinvolti nel medesimo destino. Il pensiero complesso ci conduce tra i paradossi, ci guida tra le incertezze e gli antagonismi, ci mostra i conflitti potenziali o già esplosi tra le nostre molteplici identità: biologiche, individuali, sociali.

Quando uscì il sesto volume de Il Metodo di Edgar Morin intitolato “Etica”, esultammo. Era da diverso tempo che discutevamo tra noi delle implicazioni etiche che il pensiero complesso necessariamente comportava, ma non eravamo riusciti ancora a trovarne un riscontro esplicito nelle letture che avevamo fatto sino ad allora. Avevamo iniziato a organizzare incontri e ad ospitare amici con percorsi di studio diversi per confrontarci su questi temi; un primo seme di quello che, diversi anni dopo, sarebbe diventato il Complexity Institute.

Scoprire che Edgar Morin, nella parte conclusiva del suo monumentale lavoro su Il Metodo, aveva dedicato un intero volume all’etica, ci aveva fatto improvvisamente sentire meno soli e ci rinforzava nel convincimento che proprio questa era la via per affrontare i cambiamenti radicali che sarebbero stati necessari per gli anni a venire.

L’intero volume è dedicato all’importanza dei legami di ‘relianza’: legami tra i saperi, legami tra le persone, legami tra tutti gli esseri viventi. I legami di relianza sono legami fragili, fondati sulla fratellanza, la compassione, la comprensione, l’amore. Sono legami che possono rompersi facilmente se non sono sostenuti dal pensiero complesso e dalla comprensione di come tutto questo apra all’incertezza e all’ignoto.

Persino le azioni che compiamo con le migliori intenzioni non assicurano il risultato sperato, secondo il principio che Morin chiama di “ecologia dell’azione”. Quando si agisce, l’azione entra nel circuito delle interazioni e delle retroazioni presenti nel contesto in cui si va a inserire: potrebbe essere deviata rispetto alle intenzioni iniziali di chi l’ha compiuta, essere pervertita rispetto al suo senso iniziale, ritorcersi persino contro il suo stesso autore. Ogni azione sfugge alla volontà di chi l’ha compiuta entrando nel gioco delle inter-retro-azioni della situazione in cui interviene.

Anche l’etica è incerta, e il cammino non è spianato e luminoso come tante ideologie, religioni o utopie hanno tentato di indurci a credere. È un cammino che si fa ad ogni passo, in cui l’unica certezza è l’incertezza e l’irruzione del caso.

Il pensiero complesso nutre da sé l’etica, come ci dice Edgar Morin. Occorre quindi saper pensare, sforzarsi di sviluppare un meta-punto di vista, avere il coraggio di riconoscere l’ignoranza e l’incomprensione. In ogni riflessione che facciamo, in ogni azione che compiamo, il pensiero complesso cerca di resistere alle forze disgreganti per aiutarci a vivere pienamente la nostra esistenza umana.

L’etica non può così che essere essa stessa complessa. Senza fondamenti, si rigenera solo attraverso le fonti che possono continuare ad alimentarla: il principio di inclusione biologica, individuale e sociale che si manifesta nell’amicizia, nella fratellanza, nella solidarietà, nell’amore per gli altri esseri. Ecco che le categorie a cui siamo così semplicisticamente affezionati di bene/male, buono/cattivo, giusto/sbagliato richiedono nuove comprensioni e nuove forme di responsabilità personale. L’etica complessa non ha più promesse di salvezza o di redenzione, ma riconosce la nostra fragilità e se ne fa carico attraverso l’amore, la compassione, la solidarietà.

È un’etica che non assicura successi, ma sostiene la comprensione delle difficoltà che le nostre azioni possono incontrare attraverso continue perturbazioni e mutamenti di percorso. Nonostante questo, o forse proprio per questo, l’etica complessa è in grado di mostrare tutta la sua capacità di resistenza rispetto a ciò che – attraverso la semplificazione, la banalizzazione, la separazione - cerca di recidere i legami di relianza. Ciò che è più complesso è soggetto al maggior rischio di dispersione.

Ed è questo ciò che abbiamo proprio davanti a noi. Non siamo in grado di affrontare i problemi globali, interconnessi, imprevedibili, che la nostra cecità ha creato, e stiamo correndo il rischio altissimo di disintegrare l’ecosistema di cui siamo parte.

La speranza che possiamo permetterci di avere è quella di una trasformazione radicale, considerando possibile l’impossibile: l’emergere di un meta-sistema dal sistema attuale, una metamorfosi di sé sotto la spinta di forze rigeneratrici capaci di trattare i problemi che, allo stato attuale, non si è in grado altrimenti di affrontare.

Morin questo ce lo ha insegnato molto bene. L’etica complessa non permette di chiamarsi fuori, ma spinge ad essere sempre più resistenti: al pensiero che separa, all’incomprensione, all’illusione, alla barbarie, alla violenza. E a non rinunciare mai a sperare in una metamorfosi del sistema di cui siamo parte, in una ‘fede etica’ fondata sull’amore.

Così si conclude il suo libro dedicato all’etica complessa: “Amate per vivere, vivete per amare. Amate il fragile e il perituro, poiché le cose più preziose, le migliori, compresa la coscienza, compresa la bellezza, compresa l’anima sono fragili e periture”.

E tutta la sua vita, ancora oggi, ne è un esempio straordinario.