“No, quella non si può mangiare, è un’erbaccia!” Questa frase, che mi disse una volta mio nonno — avrò avuto quattro o cinque anni — mi è rimasta impressa.
In realtà, non la capii bene.
Capii che intendeva dire che non era un’erba buona da mangiare, questo sì, ma perché erbaccia?
La parola mi suonava male.
Quella che avevo raccolto, ai bordi di un campo, credevo fosse camomilla, e la stavo mostrando orgoglioso come un trofeo. La sua frase, devo essere onesto, mi ferì un po’.
In seguito seppi che non era poi così diversa: si trattava di una Cespica annua, detta anche falsa camomilla.

Anni dopo, durante le lunghe vacanze estive trascorse con i miei nonni, pur essendo un adolescente con molti interessi e amici, amavo anche aiutare mio nonno nell’orto. Cercavo sempre di ritagliarmi un momento per farlo. Lui era contento, a me piaceva imparare da lui.

Mio nonno andava nell’orto quasi ogni mattina, molto presto. Questo mi permetteva di avere i pomeriggi e le sere libere, anche se non amavo particolarmente quelle che, per me, erano vere levatacce. Da casa all’orto ci voleva almeno un quarto d’ora di buon passo, attraversando un prato che, nei momenti canonici, veniva falciato per il fieno. Nel mezzo si era formato un sentiero, una traccia che permetteva di passare senza dover aggirare tutto il campo.

Quel prato era un piccolo universo: ricco di erbe diverse, frequentato da una moltitudine di insetti che accendevano la mia curiosità.

Mio nonno, però, li chiamava genericamente bau. Per lui erano solo un fastidio. Neppure le farfalle lo incuriosivano: pensava subito alle loro larve e ai danni che potevano arrecare. Inutile fargli domande, fosse stato per lui li avrebbe eliminati tutti. E dire che per il resto era un uomo attentissimo ai nessi del mondo naturale — esclusi gli insetti, naturalmente. Credo che questa avversione gli venisse da un episodio traumatico: da bambino era stato punto da una vespa, ebbe una reazione allergica seria che richiese l’intervento urgente del medico del paese. Un’esperienza che, come raccontava poi, gli aveva lasciato “un senso di morte imminente”. Da allora, gli insetti erano diventati per lui dei nemici giurati.

Le erbe, invece, le conosceva bene.
Sapeva distinguerle, raccoglierle, cucinarle.
Amava molto le erbe alimurgiche e mi insegnava a riconoscerle.
Nel suo orto coltivava Chenopodium bonus-henricus, Silene vulgaris, Levisticum officinalis, Allium ursinum, e persino tarassaco e ortiche, sostenendo di aver selezionato varietà più adatte all’uso culinario.
Sulle erbe da infuso e tisana era considerato quasi un’autorità.

“Ma nonno, allora quali sono le erbacce?”
“Quelle che soffocano le erbe buone, quelle che coltiviamo per mangiare. Guarda questa — è una delle più cattive: la gramigna. Cynodon dactylon, il suo nome scientifico. È perenne, e si riproduce sia per seme che per rizoma”.
“Bisogna toglierle tutti i giorni, le infestanti” — e così faceva.
Il suo orto era, infatti, molto pulito.

L’ordine del prato

Mi chiedevo spesso: in cosa differiva l’orto del nonno dal prato che attraversavamo per arrivarci?
L’orto era ordinato, nudo, preciso, con il terreno pulito intorno alle piante “buone”.
Il prato invece era un mosaico fitto, coperto, senza spazi vuoti.
Poche decine di metri più in là, le stesse erbe sarebbero state considerate erbacce, eppure quel campo appariva armonioso, equilibrato.

Era composto da molte specie diverse, intrecciate tra loro, con un ordine che non era geometrico ma funzionale. Il prato cambiava continuamente: certe specie dominavano per un po’, poi sparivano, sostituite da altre. In primavera esplodevano i colori — soprattutto il giallo —, in autunno dominavano i toni freddi, i blu, i viola. Cominciai a pensare che, in qualche modo, le erbe si adattassero al nostro passaggio: si selezionavano ma senza escludersi. Il prato restava uno solo, anche se continuamente rinnovato.

Anni dopo, studiando e leggendo, capii che quella che osservavo da bambino era una lezione di ecologia. Ogni pianta, anche la più minuta, è un indicatore: ci parla del terreno, del clima, dell’acqua. Alcune erbe segnalano terreni poveri, altre suoli ricchi di azoto; alcune amano la sabbia, altre l’argilla; ci sono quelle che resistono al secco e quelle che prosperano solo nel fango. Le piante spontanee raccontano lo stato di salute di un ambiente, ma soprattutto ci mostrano le strategie con cui la vita risponde ai cambiamenti, come si adatta, come coopera e compete.

La complessità del vivente

Da adulto ho imparato a chiamarle “piante spontanee”, non più “erbacce”.
Ogni ecosistema, anche il più piccolo, è una rete di relazioni: nessuna specie può vivere isolata.
La teoria della complessità ci insegna che l’ordine non è la negazione del disordine, ma la sua naturale evoluzione: un equilibrio dinamico, frutto di continue interazioni.

Se la teoria darwiniana della selezione naturale dell’evoluzione delle specie ha rappresentato una rivoluzione copernicana nel campo della biologia, oggi sappiamo che non basta a spiegare tutta la vitalità del mondo. Gli studiosi cileni Humberto Maturana e Francisco Varela, parlano di autopoiesi, dimostrando che ogni organismo vivente non è solo “adattato” all’ambiente, ma lo costruisce attivamente, in un continuo scambio di informazioni e materia. L’essere vivente si produce e si mantiene da sé (auto-poiesis significa proprio “auto-creazione”), ma lo fa sempre dentro una rete di relazioni. L’ambiente non è uno sfondo neutro: è parte del sistema stesso, e cambia insieme a chi lo abita. Così come nel prato o nell’orto, dove le piante e il suolo si modellano a vicenda, anche noi esseri umani siamo dentro lo stesso processo di co-creazione.

Non può esserci individuo senza ambiente, e l’ambiente non è mai immodificabile. Quando comprendiamo questo, la distinzione tra “buono” e “cattivo”, tra “utile” e “inutile”, perde senso. Non ci sono piante cattive, ma piante che rispondono a condizioni diverse. Molte di quelle considerate infestanti svolgono ruoli fondamentali: proteggono il suolo dall’erosione, fissano l’azoto, offrono nutrimento agli insetti, ristabiliscono equilibri dove l’uomo ha imposto semplificazioni.

La diversità, in natura, non è un difetto da correggere, ma la condizione stessa della vita. E ogni volta che tentiamo di eliminarla, paghiamo un prezzo in equilibrio, resilienza, bellezza. Ogni pianta ha la sua tattica per sopravvivere. La gramigna, Cynodon dactylon, si allunga sottoterra con rizomi invisibili: se la tagli, ricresce. La Portulaca oleracea forma tappeti bassi che proteggono il suolo dall’erosione. L’amaranto selvatico resiste al caldo e al secco, mentre la Stellaria media ama l’umidità e l’ombra.

Le chiamiamo “infestanti” perché prosperano dove non le vogliamo, ma in realtà sono specie pioniere: colonizzano terreni disturbati, impoveriti, compattati. Dove la terra soffre, arrivano loro per coprirla, rigenerarla, prepararla alla vita.

Etica, politica e malerbe

Definire una pianta “mala” è un atto linguistico e, in fondo, politico.
È il riflesso del nostro bisogno di controllo.
La natura, però, non ragiona per categorie morali.
Lì, dove noi vediamo disordine, spesso si nasconde un equilibrio che non comprendiamo.

La “pulizia” dell’orto, come quella dei campi industriali, è un’illusione di ordine che richiede violenza: diserbanti, pesticidi, monotonia genetica.
Le monoculture appaiono efficienti, ma sono fragili.
Senza diversità, un solo parassita può cancellare un intero raccolto.
Le malerbe, con la loro tenacia, sono le prime a tornare dove la terra è stata ferita.
Sono le pioniere della rinascita.
E come in natura, anche nelle società umane la paura del disordine ci porta a eliminare la differenza: a costruire sistemi sempre più uniformi, dove ciò che eccede o resiste viene escluso. Le malerbe diventano così metafora del diverso, del marginale, di tutto ciò che non serve al progetto dominante.
Ma la vita, come la libertà, prospera solo dove esiste pluralità.
Il mondo “pulito” è un mondo sterile: nei campi, nei pensieri, nelle città.
Accettare la complessità, invece, significa riconoscere che la ricchezza, come d’altra parte anche la tragicità, sta proprio nella varietà, nella tensione tra le parti, nel dialogo tra le differenze.

Ritorno all’orto

Quando oggi torno nell’orto, con occhi adulti, rivedo le stesse piante che da bambino mi incuriosivano. Qualcuna resiste testarda tra i filari, qualcuna è migrata ai bordi, qualcuna è sparita, sostituita da altre ancora più vitali. Non le considero più intruse, ma compagne di viaggio. Hanno un nome, conosco le loro strategie adattive, mi comunicano notizie sul terreno, sul grado di acidità e sull’eccesso o carenza di elementi vitali, sulla presenza di parassiti o di funghi. Poi posso decidere di eliminarle per favorire la crescita di quelle edibili. Le conosco comunque, non le elimino a priori e in modo generalizzato

Sono loro a ricordarmi che la vita non ha bisogno del nostro permesso per fiorire, e che l’ordine — quello vero — non è mai definitivo: è un equilibrio instabile, in continuo movimento. Anche loro come tutto e tutti sono soggette a morte ma è interessante vedere e vivere anche il loro rinascere continuo, le continue metamorfosi.

Forse il vero insegnamento delle cosiddette malerbe è questo: la forza sta nella diversità, nella capacità di accogliere ciò che non avevamo previsto. Nei campi come nelle società, ciò che oggi appare inutile può rivelarsi domani indispensabile.

Non credo esistano erbe buone ed erbe cattive.
Credo esistano solo sguardi più o meno capaci di cogliere la complessità.