In quel punto fu bussato alla porta
Passate pure, disse il falegname senza
avere la forza di rizzarsi in piedi

Il tema dell’identità quale conflitto, dialettica, nodo critico, percorso di appropriazione appare una delle linee narrative implicite più strutturanti e portanti nel racconto collodiano. La lingua pinocchiesca sembra tanto semplice quanto costantemente intensiva e allusiva. Il racconto procede per isomorfismi, ribaltamenti, risonanze interne, apparizioni e sembra seguire una certa segnaletica iconico-talismanica che qui riaggreghiamo secondo due immagini: lo specchio e la porta quali appunto epifanie del tema dell’identità quale visione di sé stessi e del mondo.

Tutto il percorso di evoluzione pinocchiesca possiamo rileggerlo secondo il canone dello specchiarsi-rispecchiarsi: da quando parla con sé stesso al rapporto osmotico con Geppetto e con la Fata fino alla complementarietà dialettica pinocchiesca con Lucignolo e con i burattini di Mangiafoco. Al contrario di quanto si pensi le vicende di Pinocchio (se proprio vogliamo ascriver loro un senso completante) possono vedersi quale via per liberarsi dal condizionamento sia di Geppetto che della Fata e non quale via di addomesticamento paterno-materno. È proprio pensando in modo ossessivo a Geppetto che Pinocchio cade nelle sue disavventure: se lo avesse semplicemente cercato invece che incaponirsi nel volerlo arricchire non sarebbe scivolato negli inganni del Gatto e della Volpe e non avrebbe avuto bisogno della Fata. Il compimento di Pinocchio quale Uomo coincide infatti proprio con la sua conquistata indipendenza (e addirittura superiorità) rispetto a Geppetto e con l’evaporazione della non più utile Fata.

Pinocchio vede per la prima volta la propria immagine specchiandosi in un catino d’acqua in casa di Geppetto dopo che il falegname gli ha rifatto i piedi e lo ha vestito di vestiti vegetali. Un nuovo abito che nella sua naturale semplicità emana un’aura solenne, sacrale, armonica. Pinocchio come Hermes, Heracle, l’Uomo Selvatico: vestito di vita arborea. “Paio proprio un signore” dichiara buffamente ma nel tono comico Collodi cela sempre un senso sapienziale. In quel momento Pinocchio è già autenticamente “un signore” ma non ne ha reale consapevolezza mancandogli l’esperienza di sé e del conflitto con il mondo. Pur essendo uscito di casa una volta sola Pinocchio conosce già il mondo meglio di Geppetto: sa che ci vogliono i libri e i soldi per acquistarli. Geppetto sembra più ingenuo di Pinocchio, più irrelato con l’esterno. Non aveva plasmato Pinocchio proprio per guadagnarsi pane e vino girando il mondo?

Pinocchio viene sempre non compreso dagli altri e scambiato per qualcun altro: per il cane Melampo dalle faine, per un ladro dal contadino, per un teppista dal vecchino di notte, per un criminale dal giudice, per un assassino dai carabinieri, per uno scherzo della natura dei compagni di scuola, per un asino dal Circo e dal compratore, per un pesce dal Pescatore verde e dal Pescecane e quasi non riconosciuto dalla Lumaca. Questo destino di difficoltà, equivoci e lotta lo segna fin dall’inizio quando per Mastro Ciliegia è un semplice pezzo di legno e basta. Si cerca di disconoscere e soffocare l’insopprimibile vocina che anima quel legno. Ma anche Mangiafoco non gli riconosce all’inizio neppure la dignità del burattino e vuole usarlo solo come legna da ardere. È la Fata stessa lo specchio vivo che segue molte delle trasformazioni e prove che deve attraversare il nostro ibrido e anomalo eroe.

Pinocchio vede la Fata apparirgli in forme che corrispondono alla sua condizione esistenziale di quel momento decisivo: come spettro e morta quando sta per essere impiccato, come sorella nella casina, come madre quando è solo nell’Isola e ha bisogno di una madre, quale donna che reca il suo talismano al petto quando è ridotto in forma asinina, e quale capretta turchina (segno di Dioniso) quando sta per essere inghiottito dal Pescecane, come fosse un pesce. È proprio il vedersi in immagine al collo della Fata che lo distrae e lo fa cadere azzoppato durante l’esibizione circense. Uno dei tanti traumi salutari della sua storia evolutiva. Il rapporto burattino/Fata quindi assomiglia al rapporto fra anima e coscienza e ricorda la “prova dello specchio” che Atreju nella Storia Infinita di Ende deve esperimentare proprio nello specchiarsi in uno specchio vivo, magico che mostra a ciascuno come realmente è la loro essenza, senza filtri. L’anima come specchio e lo specchio quale talismano-segnaletica animica, da sempre, oltre che strumento rituale delle adepte di Dioniso.

Ma anche il mare è uno specchio per Pinocchio; uno specchio che gli ricorda Geppetto e la sua origine. E Lucignolo da un certo punto di vista è già un Pinocchio realizzato: è libero e indipendente, non ha genealogia né ruoli e con serietà assoluta si muove dal suo a-peiron verso un luogo che gli promette di rendere definitiva questa condizione aionica, aurea, saturnina (da Saturnalia) a cui aspira con tutto sé stesso, come Pinocchio stesso. Uscire dal tempo. Segue la musica e la notte, come Pinocchio. La colpa di Pinocchio-Lucignolo non è voler uscire dal mondo e dal tempo ma il rifiuto del rito e del sacrificio necessari e il credere ad un finto Dioniso quale è lo squallido borghese Omino di burro.

La seconda volta che Pinocchio si specchia nell’acqua lo fa nella sua abitazione al Paese dei Balocchi, scoprendo il trauma di vedersi addosso due orecchie asinine, segno antico dell’iniziazione di Mida a Dioniso e Apollo iperboreo. Questo specchiarsi sarà comunque utile quale fase di travaglio trasformativo, come tutti i traumi che vive il nostro eroe di legno. Pinocchio cresce in consapevolezza dialogando con la Marmottina che completa il processo di autorispecchiamento rivelandogli il tema della “febbre” del somaro, cioè del fuoco catabatico che deve attraversare.

La terza e ultima volta in cui Pinocchio si specchia per vedere il suo volto è alla mattina della sua trasformazione finale in ragazzo e lo fa in uno specchio vero in una casa anch’essa del tutto rinnovata. L’aura del Fanciullo-Uomo ora ricorda una pasqua di rose. Il fuoco diviene fiore. Il tema della Porta quale varco, prova, momento epifanico, limes e discrimine ricorre frequentemente nel racconto collodiano. Pinocchio viene salvato dall’istinto omicida di Mastro Ciliegia dal bussare alla sua porta di Geppetto che rivela al collega il suo sogno creativo: costruirsi un burattino maraviglioso. Mastro Ciliegia è a terra: sconfitto dall’irrompere stupefacente della vocina pinocchiesca. Geppetto narra che quest’idea così originale gli è “piovuta nel cervello”. Abbiamo quindi due creatori che lottano all’interno di un conflitto gnostico: il demiurgo malvagio (Antonio, detto Ciliegia per il grande rosso naso avvinazzato) e il demiurgo buono: Geppetto detto Polendina la cui idea platonica corrisponde ai carismi e alle vocazioni della vocina che abbisogna di un corpo per realizzarsi e inverarsi.

Ancora la porta quale segno emerge in modo decisivo a segnare l’irradiarsi della natura pinocchiesca con la sua prima fuga infilata la porta di casa a cui ritorna dopo, trovando l’uscio di casa socchiuso. La postura di Pinocchio che bussa alla porta o comunque sta all’entrata di una casa altrui è la postura di chi si interroga su sé stesso e sulla percezione del mondo. Pinocchio suona vanamente al campanello della casa del vecchino, bussa inutilmente alla porta della casina della Fata-spettro, lotta contro la porta della casa della Fata nell’Isola nell’episodio della Lumaca quando alla fine finirà addirittura a “farsi porta”: ma che volete che io faccia inchiodato tutto il giorno a questa porta? Legno su legno. La porta della rivelazione, della ricerca, del rispecchiamento di un’identità sempre negata, equivocata, elusa, sfuggente.

Il complesso episodio del faticoso ritorno notturno alla casa della Fata viene ritualmente anticipato dall’incontro con un misterioso vecchietto che stava sulla porta a scaldarsi al sole. Anche qui il segno del varco viene associato al tema dell’identità: Pinocchio interroga il vecchino sulla sorte di Eugenio e viene a sua volta interrogato sull’identità di Pinocchio e sulla sua condizione di ragazzo infarinato e nudo. Pinocchio con il vecchino parla di sé stesso in terza persona ma mente e infatti inizia ad allungarsi il naso salvo poi autorettificarsi nell’autocritica e finire per ricevere da questo misterioso “guardiano della soglia” una nuova strana veste data da un sacchetto di lupini. Il naso si allunga solo sulla bugia relativa alla propria essenza ma resta indifferente alle due piccole bugie sul perché sia nudo e infarinato. C’è una verità essenziale e c’è una verità sociale che contempla un minimo di recitazione e dissimulazione. Superata con successo questa prova identitaria e di autoanalisi attraverso il vecchino della porta (segno saturnino-ermetico) il nostro eroe può vincere la propria vergogna giungendo a bussare alla porta della Fata.

Qui siamo di fronte ancora una volta ad una lotta interiore: solo alla terza volta trova il coraggio di bussare di notte alla casa fatata, ammettendo così la propria colpa di allontanamento. Questo percorso di introiettamento e appropriazione identitaria era iniziato con il bussare alla porta di Geppetto al mattino al suo ritorno dalla prigione che ha scontato al posto del burattino. Pinocchio chiede chi sia che bussa, svegliandosi con i piedi bruciati, e Geppetto risponde con una solenne e quasi sacrale petizione ontica e identitaria: Sono Io! Il tema dell’Essere e dell’Identità connesso con la porta tornerà con il bussare violento dell’oste all’Osteria del gambero rosso e dell’Omino alla porta di Lucignolo (a cui aveva poco prima bussato il burattino stesso) e appaiono implicite “porte” fatali anche l’entrata al Teatro di Mangiafoco, all’Osteria stessa, alla caverna del Pescatore e l’immensa bocca-voragine del Pesce cane. Passaggi reversibili ma pure fatidici ad altri mondi o retro-mondi. La porta-voce di un’Identità e di un Essere che è o sembra violento nel rapporto con un essere ancora in formazione come Pinocchio.

Ma la porta è anche segno di accoglienza come apprezziamo nella bella immagine della Fata che aspetta sull’uscio della casina il burattino tramortito dopo una notte di impiccagione. Un accoglienza-ingresso iniziatico dentro il mondo magico di madreperla della Fata che subito lo mette di fronte alla “prova della paura della morte” con il tema della porta spalancata dai quattro conigli neri che recano la bara per il burattino. La bugia sugli zecchini destinati a Geppetto gli allungano tanto il naso che non passava più per la porta! L’uscire dalla “porta di casa” apre sempre al pericolo di cadere in altri mondi come quando Pinocchio esce dalla casa della Fata per andare ad invitare Lucignolo alla sua festa trasformativa dell’indomani. Una festa di nascita che verrà rimandata per nascere in un mondo di morte dorata quale sarà quello dei Balocchi dove i ragazzi vengono ridotti alla funzione di consumo fino a finire per trasformarsi in animali-merci.

Alla fine Pinocchio e Geppetto inaugurano la nuova casa magica della Fata e del Grillo dove sono invitati ad entrare da una vocina che li invita a girare la chiave (un apax) e girandola la porta si apre. Il Grillo qui parla da un travicello come la trave parlante della nave Argo di Giasone e la porta rivela una “casa del cuore e della sapienza”. È il primo ingresso pacifico e armonico che accade nel racconto. Ora Pinocchio si identifica con questa casa-opera e non compariranno più porte traumatiche e pericolose: il mercato non sarà più un incubo e un inganno né il mondo e neppure si parlerà più di porte. L’Essere ha compiuto tutto il suo percorso di autoriappropriazione dell’essente tramite un’identità autocoscienziale profonda e radicata.