Il paradigma che sta ora perdendo terreno ha dominato la cultura occidentale per parecchi secoli, durante i quali ha plasmato la nostra società moderna e influenzato in misura significativa il resto del mondo. Questo paradigma consiste in un certo numero di idee e di valori, tra i quali la visione dell’universo come sistema meccanico composto di mattoni elementari, la visione del corpo umano come macchina, l’interpretazione della vita nella società come lotta competitiva per l’esistenza, la credenza in un progresso materiale illimitato da conseguirsi mediante la crescita economica e tecnologica, e – ultima ma non meno importante – la convinzione che la società in cui la donna è subordinata all’uomo sia una società che segue una legge fondamentale di natura. Tutti questi presupposti sono stati fatalmente messi in discussione da eventi recenti. E di fatto stiamo assistendo a una loro radicale messa in discussione. Il nuovo paradigma può essere definito una concezione del mondo olistica, che vede il mondo come una totalità integrata piuttosto che come una raccolta dissociata di parti.

(Fritjof Capra, Le relazioni della vita. I percorsi del pensiero sistemico)

L’essere umano è un soggetto sociale e vive in un terreno comune che chiamiamo cultura. È questo terreno che produce il senso di appartenenza al gruppo e alla comunità, che rende possibile il riconoscersi come parte di un medesimo ecosistema. La cultura non è una semplice somma di saperi, ma un processo vivo che organizza le idee che circolano tra le persone e che ne orienta i comportamenti. In questo senso, essa diventa il luogo in cui si stabilisce ciò che è ritenuto giusto o sbagliato, lecito o illecito, vero o infondato; ed è attraverso l’adesione a un paradigma culturale condiviso che una comunità si riconosce come tale.

L’etimologia aiuta a mettere a fuoco questa dimensione: il termine cultura deriva dal latino colere, coltivare. Il riferimento evoca tempo, cura, pazienza e collaborazione. Come i campi, anche la mente e i costumi si coltivano: non si tratta solo di accumulare conoscenze, ma di far maturare, attraverso esperienze condivise, capacità, abitudini e criteri di giudizio che consentano a una collettività di perseguire un raccolto comune. Da qui l’idea della cultura come processo di coltivazione dell’umano, come crescita, sviluppo e miglioramento che nascono dall’agire insieme e dal confronto tra persone inserite in un medesimo contesto sociale.

Per comprendere come la cultura diventi matrice del pensiero e dell’azione, è utile richiamare il concetto di paradigma. Il concetto di paradigma - termine derivato dal greco paradeigma che significa modello, progetto, esempio - fino alla metà del '900 veniva generalmente utilizzato per definire le regole grammaticali di un verbo o, nella retorica, come termine per indicare un argomento fondato su un esempio, come avviene nelle favole o nelle parabole.

Con la pubblicazione, nel 1962, di The Structure of Scientific Revolutions, Thomas Kuhn attribuisce al termine un significato preciso: un paradigma scientifico è l’insieme di pratiche, concetti, valori e tecniche che, condivisi da una comunità di studiosi, definiscono quali problemi siano leciti, quali metodi vadano impiegati e quali soluzioni possano essere considerate accettabili. Non si tratta soltanto di regole esplicite, facilmente elencabili; il paradigma comprende anche ciò che non viene detto, ma che consente ai ricercatori di riconoscersi come parte di uno stesso campo di studi e di cooperare dando per scontate alcune premesse comuni. In risposta ad alcune critiche, Kuhn precisa nel 1969 questa impostazione, descrivendo il paradigma come una costellazione di elementi – concetti, valori, tecniche – condivisi da una comunità e impiegati per definire problemi e soluzioni legittimi.

Questa nozione oltrepassa con naturalezza l’ambito della scienza e si estende alla visione del mondo di una società. Parlare di paradigma sociale significa descrivere l’insieme di credenze, valori ed esperienze che definiscono il modo in cui una persona o una collettività percepisce la realtà circostante e risponde ad essa. Il paradigma, in questo senso culturale, è la lente attraverso cui guardiamo il mondo e, insieme, la cornice che stabilisce quali domande possiamo porre, quali narrazioni risultano plausibili e quali comportamenti sono ritenuti appropriati. All’interno di una data comunità, il paradigma è ciò che viene dato per acquisito: presupposti abituali su cui ci si sofferma di rado, ma che modellano l’agire personale e i saperi condivisi.

Questa lente comune produce effetti concreti. I valori e le credenze condivisi funzionano come un sistema di percezione sociale: selezionano quali esperienze meritino attenzione, definiscono i confini del dicibile e dell’ascoltabile, orientano l’interpretazione di ciò che accade. In questo modo, la percezione del singolo tende ad allinearsi a quella dominante nella comunità sociale. L’assimilazione dei comportamenti è l’esito di dinamiche profonde di appartenenza e di timore della diversità. L’effetto è un circuito che si autoalimenta: la rete di comunicazioni tra le persone genera la cultura e, a sua volta, la cultura condiziona quella stessa rete, strutturando le comunicazioni possibili e quelle che restano ai margini.

Il processo che fa emergere e consolidare la cultura è dunque circolare e non lineare. La cultura non è un inventario di nozioni, ma il prodotto emergente delle interazioni: flussi, scambi, rimandi, eco che fanno sedimentare credenze e pratiche. Proprio perché nasce da reti di comunicazione, la cultura si comporta come un sistema complesso: piccole variazioni possono amplificarsi, stabilizzarsi come norme, oppure dissolversi; in certi momenti, cambiamenti distribuiti possono superare una soglia critica e riconfigurare l’assetto complessivo.

La funzione del paradigma dominante

Si parla di paradigma dominante per sottolinearne la pervasività, spesso occulta, nei confronti di chi ne è soggetto: il paradigma dominante si riferisce a quei sistemi di pensiero - fondati su credenze, valori e comportamenti - largamente condivisi da una comunità in una data epoca storica, e che determinano l'allontanamento di altri possibili sistemi di pensiero.

Il paradigma dominante tende a divenire così un freno al cambiamento: il dominio esercitato dal paradigma non è quasi mai esplicito e riconosciuto, ma si estrinseca proprio nel definire ciò che è lecito e ciò che non lo è, ciò che è giusto e ciò che non lo è, ciò che è corretto e ciò che non lo è – non solo nel pensiero, ma anche nelle pratiche di azione che ne conseguono. È un potere fondamentale per definirsi come una comunità di appartenenza; tuttavia, il suo essere implicito rende difficile esserne consapevoli e, conseguentemente, di poterne valutare gli impatti sulle nostre scelte decisionali e, più in generale, sulla nostra vita.

Il paradigma dominante tende così a diventare un inibitore della novità. Non perché manchino idee o energie di trasformazione, ma perché i criteri di legittimazione sono già incorporati nelle lenti attraverso cui la comunità vede e giudica. Ciò che non rientra nella cornice viene escluso prima ancora di essere discusso. Le voci divergenti faticano a trovare canali di ascolto; i saperi minoritari restano ai bordi; le domande che mettono in questione presupposti taciti risultano eccentriche, improprie o irrilevanti. In questo modo, la funzione coesiva del paradigma si rovescia talvolta in inerzia, e l’ordine condiviso diventa un vincolo alla trasformazione.

Riconoscere questo meccanismo non significa demonizzare il paradigma dominante. Ogni paradigma fornisce stabilità, coordinamento, identità; senza un minimo di cornice comune, la convivenza sarebbe impossibile. Il punto, tuttavia, è mantenere la cornice sufficientemente porosa da includere differenze e da rivedere, quando necessario, i propri presupposti. Ciò richiede una forma di consapevolezza capace di portare in superficie l’implicito: interrogare quali definizioni di problema siano ammesse, quali metriche contino davvero, quali narrazioni circolino e quali restino sistematicamente fuori campo. Non si tratta di un esercizio puramente teorico, ma di una competenza pratica che apre spazi di possibilità e consente di valutare per tempo gli effetti di esclusione che ogni paradigma inevitabilmente produce.

Poiché la cultura è un fenomeno emergente delle reti di comunicazioni, ogni trasformazione reale passa attraverso la qualità di queste reti. Cambiare paradigma non significa sostituire un elenco di regole con un altro, ma modificare le condizioni relazionali che fanno apparire plausibili certe idee e impraticabili altre. È nella trama ordinaria degli scambi, nei luoghi in cui ci si ascolta, nelle istituzioni che filtrano e ridistribuiscono i significati, che il nuovo acquista diritto di cittadinanza. Quando i canali consentono a prospettive diverse di entrare in risonanza, quando l’errore non è automaticamente sanzionato ma interpretato, quando le differenze non sono trattate come minacce ma come risorse, allora la rete diventa capace di apprendimento e la cultura può riposizionarsi senza perdere coesione.

Parlare di paradigma dominante significa prendere atto che la nostra esperienza del mondo è sempre mediata da una cornice condivisa che rende intelligibile la realtà e, nello stesso tempo, la limita. La consapevolezza di questa cornice non abolisce la necessità di un terreno comune; permette però di abitarlo in modo più riflessivo, lasciando aperta la possibilità di rinegoziare, quando occorre, i presupposti su cui esso si regge. È in questa oscillazione tra stabilità e apertura, tra continuità e revisione, che una comunità può restare fedele a sé stessa senza rinunciare a trasformarsi.