Il telefono squilla e, dall'altra parte del ricevitore, riconosco immediatamente la voce calda e passionale di Flavio Caroli. La conversazione si concentra subito sul Magico Primario, il movimento da lui teorizzato nel 1982, ma è rievocando una serata di settembre del 2000 che il dialogo prende una piega più intensa.
Gli rammento lo spettacolo ispirato al suo "Trentasette – Il mistero del genio adolescente", che portammo in scena al Teatro Alighieri di Ravenna con la Galleria Patrizia Poggi: lui in piedi sul palco, con il suo inconfondibile linguaggio insieme poetico e rigoroso, mentre la voce e il corpo di Patrizia Zappa Mulas incarnavano le anime tormentate dei "divini fanciulli", che rivivevano le loro ultime, struggenti ore.
È a questo punto che tocchiamo il nucleo della sua ricerca: quel mistero che da decenni non cessa di interrogarlo. Il destino di quegli artisti che, simili a meteore, hanno illuminato la storia dell'arte per poi spegnersi proprio a trentasette anni. «È una verità che travalica la coincidenza», mi confida, e nella sua voce avverto la stessa bruciante passione che lo animava su quel palco. «Sono anime che rifiutano di sopravvivere alla propria perfezione».
Quel ricordo condiviso, quel pubblico totalmente catturato e sospeso tra rigore scientifico e commozione, rappresenta per me il segno inequivocabile che devo condividere il suo straordinario viaggio. In quell'istante compresi una verità essenziale: Flavio Caroli non studia gli artisti; li abita, trasmutando dati biografici in un affresco vivido e in un enigma palpitante.
Sebbene il saggio sia stato pubblicato nel 1996, la sua forza narrativa non ha mai smesso di interrogare e commuovere. Ancora oggi, riaprire quelle pagine significa ascoltare di nuovo quella voce e accogliere il suo invito a esplorare il mistero più struggente che l'arte conosca.
Ed è proprio questo mistero a chiamarci: perché artisti come Raffaello, Parmigianino, Valentin de Boulogne, Cantarini, Watteau, Van Gogh, Toulouse-Lautrec, Tancredi, Gnoli e Manai - anime tanto diverse eppure fatalmente accomunate - sfiorarono la perfezione per poi svanire nel loro stesso splendore, spegnendosi tutti a trentasette anni?
Il viaggio in questa indagine inizia con una confessione personale dell'autore. Caroli rivela che, proprio a quell'età, avvertì lui stesso un profondo desiderio di morire. Descrive quel periodo come un "crinale estremo della giovinezza", un momento di spossatezza in cui tutto il potenziale sembra esaurito e l'energia per affinarlo svanisce. Intuì allora che per lo spirito creativo esistono solo due modelli: i divini fanciulli che muoiono giovani, o i vecchi maestri sovrumani come Tiziano o Michelangelo.
Superata quella crisi, con grande meraviglia si rese conto che l'asticella dei trentasette anni era quella sulla quale erano caduti quasi tutti i "divini fanciulli" della storia dell'arte. È da qui che nasce la sua esplorazione: esiste una legge vitale per cui, per questi geni, il ciclo della grazia e dell'ebbrezza del potenziale si chiude a trentasette anni? Essendo stati "divini", la loro energia fugge forse per un'incapacità di attraversare la soglia dell'età adulta - diventare un Tiziano è, dopotutto, una fatica eccessiva.
Ora, guidati dalla sua penna, ci inoltriamo al di là di quella soglia misteriosa per incontrare volti e destini che hanno preferito l'eternità dell'istante alla mediocrità del tempo. Prendono forma davanti a noi i protagonisti di questa tragica e affascinante danza: anime destinate a splendere per sempre nel firmamento dell'arte proprio perché non vollero sopravvivere al proprio fulgore.
I protagonisti del mistero
Raffaello (1483-1520): la scelta della perfezione
Raffaello muore a trentasette anni nel Venerdì Santo del 1520. Caroli traccia un’indagine psicologica sull’ultimo atto di un genio che ha sempre dipinto la luce e deve ora affrontare il buio, che gli giunge da due febbri contemporanee. La prima è fisica: una malattia insistente che gli rivela l’imperfezione del corpo. La seconda è emotiva: l’amore ossessivo e distruttivo per Lucrezia, una nobildonna romana che incarna il demone della passione carnale. Lucrezia è l’unico enigma che sfugge al suo controllo e alla sua perfezione. La crisi finale scatta quando una banale menzogna lo getta nella trappola del dubbio. Deve scegliere tra il caos del cuore e la febbre del corpo, che "porta alla morte e al Nulla, cioè alla Perfezione". E sceglie la Perfezione. Morendo, il divino fanciullo "consegna l’anima alla Perfezione, in cui ha creduto per tutta la vita".
Parmigianino (1503-1540): la trappola del nulla
Muore a trentasette anni, come Raffaello. Ma a differenza del maestro, lui si spegne in esilio, a Casalmaggiore, un luogo che sente come una cappa di silenzio e Nulla. Soffocato dalla malattia, logorato dall’inseguimento ossessivo del suo rivale, Correggio. Sogna una pittura che celebri l’Uomo Nuovo, ma il mondo ormai corre dietro all’Aria dipinta dal rivale. Si sente in trappola. Nell’ultima alba, l’unico affetto che gli fa visita è quello di Diana, la sua cagna morta. Un genio sfortunato, chiuso nella sua prigione di solitudine.
Valentin de Boulogne (1594?-1632): la morte per anarchia
Morì forse a 38 anni. Per Caroli conta il simbolo: come un saltatore in alto, Valentin superò l’asticella dei 37 anni per poi abbatterla. Se ne andò in una torrida notte d’agosto del 1632, per "anarchia". Ubriaco, cercò refrigerio in una fontana. Il freddo dell’acqua "riconcentrò il calore" e una febbre maligna lo spense in pochi giorni. Morì per aver disprezzato le convenzioni. Immerso in quella fontana, l’"Innamorato" comprese l’amara verità: "chi è senza terra precipita sempre".
Cantarini (1612-1648): la tela girata
Morire a trentasette anni, logorato dalla dissenteria. Per Simone Cantarini, genio ribelle, è il prezzo di una sola scelta. Tutto si decise in un pomeriggio del 1637. Di fronte alla sua opera più vera, il suo maestro Guido Reni lo umiliò pubblicamente. Per Reni, l’arte era una sublime menzogna. Per Cantarini, doveva avere il peso della verità. In quell’attimo, il discepolo rifiutò il maestro, girando la tela contro il muro. Da lì, la caduta: l’esilio, l’oblio. Morendo, capisce che la grandezza non concede generosità. Vinto, ma non sconfitto: la sua verità, almeno, era stata detta.
Antoine Watteau (1684-1721): il rogo del desiderio
Consumato dalla tisi, Watteau assiste in silenzio mentre i suoi studi di nudi, incarnazioni del "demone del desiderio", vengono dati alle fiamme. In quel rogo, vede "la perfezione del Nulla". Ma nelle 48 ore di agonia che seguono, "deliziosamente" eccitato dalla febbre, si prende la sua vendetta. Lui, il pittore delle feste galanti, aveva nascosto il suo eros più vero non nei nudi, ma nelle statue dei parchi dei suoi quadri, "bombe di sesso" che il mondo ipocrita poteva accettare. Muore avendo salvato nell’arte tutte le donne della sua vita.
Vincent van Gogh (1853-1890): il crollo della verità
Vincent scrive una lettera ideale al fratello Theo. Racconta dei tre mesi febbrili ad Auvers in cui, in "fase maniacale", dipinse oltre ottanta tele. Credeva di aver sconfitto per sempre la depressione. Ma la mattina del 27 luglio 1890, alzò gli occhi allo specchio: "La vidi. Era ancora lì. La scimmia, la depressione. L’energia se n’era andata". Prese la pistola, sentendo che il suo corpo non era più suo. "Fu inevitabile abolire quel sacchetto di merda con poco destino che io ero". La sua ultima, lucidissima verità fu di riconoscersi, ancora e per sempre, un depresso.
Henri de Toulouse-Lautrec (1864-1901): la maledizione delle ossa
Nel delirio finale, la mente di Henri torna all’ossessione di una vita: le linee perfette e le ossa. Rivive il trauma infantile in cui, davanti a uno specchio, si riconobbe per la prima volta come un "mostro". La sua vita, comprende, è stata "l’intollerabile dolcezza della maledizione": essere votato a tutto ciò che non poteva raggiungere. La carne gli aveva regalato le uniche gioie, ma ora sa che marcirà in pochi giorni. A restare, "maledette, durano moltissimo", saranno le sue ossa, quello "scheletrino deforme".
Tancredi (1927-1964): la cappa e il vuoto
Artista maledetto e "sradicato", Tancredi inseguì per tutta la vita il confine tra forma e informe, trovandolo infine nelle acque sporche del Tevere. La sua fu una caduta libera. Protetto e poi divorato da Peggy Guggenheim, visse come un outlaw. La sua razzìa pittorica lo abbandonò, lasciandolo in balia di un’angoscia esistenziale che chiamava "la cappa". Sopravvisse nella miseria più nera mentre il mondo dell’arte voltava le spalle alla sua ricerca. Il 27 settembre 1964, lasciò un biglietto con la sola parola "Grazie" e si lasciò cadere nel fiume. Scelse l’informe dell’acqua contro la trappola di un’esistenza insopportabile.
Domenico Gnoli (1933-1970): la lastra e il vuoto
Artista raffinato, Gnoli dedicò la sua vita a una ricerca ossessiva: catturare il Nulla. Per sfuggire al "grande risucchio" emotivo familiare, costruì una lastra di vetro tra sé e il mondo, diventando un puro “veditore”. Il suo sguardo, anestetizzato, setacciò il globo per ridurre la realtà a oggetti immobili e perfetti: un colletto di camicia, una capigliatura. Frammenti di un mondo privato di pathos. Ma il Nulla che inseguiva si presentò nella forma crudele di un cancro. Sul letto di morte, la lastra di vetro si frantumò. Comprende di aver rinunciato a tutto per un’illusione. L’anestesia non ha funzionato: la morte arriva straziante, e con essa il rimpianto per la vita mai veramente vissuta. Il cacciatore di Nulla viene catturato dalla sua preda.
Piero Manai (1951-1988): la nemesi dei frigoriferi
Caroli chiude con una nota personale, ricordando Piero Manai, artista bolognese scomparso a trentasette anni nel 1988. Il loro incontro avviene nella periferia assurda della Bologna anni ’70. La sua arte nasce da un contrasto violento: la crudeltà iperrealista di frigoriferi pieni di cibo e la fragilità di carboncini spezzati, metafore di un corpo e di una pittura che si sfaldano. La sua nemesi arriva presto: i colori acrilici con cui dipinge i suoi frigoriferi gli causano un tumore. La sua arte diventa sempre più taciturna. La sua morte a trentasette anni lo iscrive nel pantheon dei "divini fanciulli", ma senza l’aura eroica. Non c’è dramma, non c’è leggenda, solo la solitudine di un ospedale e il ricordo di una schiacciata a ping-pong in una notte ormai lontana.
L'addio alla perfezione
Dopo aver incontrato le ultime ore di questi artisti, Flavio Caroli chiude il cerchio con la voce più disperata e consapevole: quella del poeta russo Vladimir Majakovskij. È lui, in un testo scritto poco prima di togliersi la vita nell’aprile del 1930, a trentasei anni, a darci la conclusione più lucida e tragica. Majakovskij inizia proprio dalla soglia magica: "fra poco dovrei compiere i trentasette anni che non compirò mai". Ha letto dei grandi pittori morti a quell’età e sente che "ci deve essere una magia". La sua energia, l’equilibrio vitale, si è rotto. La sua analisi si fa universale. Attraversa le morti di Rimbaud, di Byron "Il vitalismo, infatti, è faticoso. Vivere è un lavoro. E lavorare stanca" e di Mozart.
Ma è su sé stesso che Majakovskij concentra la sua disperata lucidità. Si definisce un "vitalista", la cui energia è stata usata e sperperata dalla politica. Comprende di non essere come Rossini, il "vitalista furbo" che a trentasette anni smise di comporre, salvando la propria vita. "Io non sono Rossini", scrive. "Mi hanno sperperato. Mi sono sperperato". L’ultimo, straziante conflitto è tra l’astratto: la Rivoluzione, e il concreto: l’amore. Dopo un ultimo, estenuante duello notturno con la sua amata, capisce che non c’è più niente da fare. La sua conclusione è la sintesi perfetta della "morte di potenzialità": "ho sprecato energia, e non ne rimane più".
La scelta è inevitabile. Attiva, razionale, disperata. Come un attore che conclude la sua performance, si spara al cuore. Le sue ultime parole scritte sono un epigramma sulla sua stessa vita: «Come si dice, / l’incidente è chiuso. / Non se ne parli più».
In Majakovskij, il "divino fanciullo" diviene pienamente consapevole del proprio destino. Non muore per follia o per caso. Muore perché, esaurita l’energia pura e adolescenziale, rifiuta la prospettiva di un’esistenza adulta fatta di compromessi. La sua è una scelta estrema di coerenza con la propria natura di genio irrequieto. La sua conclusione è dunque l’epitaffio per tutti i divini fanciulli: la tragica, splendente consapevolezza che per alcuni eletti l’unico modo per preservare la purezza della propria potenzialità è non tradirla mai, neppure a costo della vita.
Vladimir Majakovskij, 1930. L’incidente è chiuso.
E così, il cerchio si chiude tornando alla sua immagine più potente e primordiale. Come l’agave, che per anni accumula silenziosamente linfa nel suo cuore spinoso in una perpetua, febbrile attesa, questi spiriti eletti vivono nella costante tensione verso il loro unico, fatale momento di gloria. Ma è fondamentale coglierne il senso più profondo: l’agave non fiorisce per morire; fiorisce perché deve fiorire, e in quel gesto estremo compie il suo destino, che include la morte.
Flavio Caroli, con intuizione poetica, scrive: «Sei entrato nella verità dell’agave, mirabolante metafora del genio adolescente […] poi un giorno, non getta più e innalza al centro del suo ciuffo uno stelo, uno solo, alto alcuni metri, ricco di fiori riuniti in grappolo – straordinaria visione di bellezza, di inebriante solitudine – di ascesi. Ed è in quell’istante, mentre i suoi fiori si colorano d’oro, che muore, verso i quarant’anni. Anche la natura, come vedi, ha il suo divino fanciullo».
È questa la verità ultima che accomuna i Raffaello, i Van Gogh, i Majakovskij e i tanti altri: non furono semplicemente geni sfortunati stroncati dal caso. Furono, come l’agave, ascesi. La loro intera esistenza, febbrile, concentrata, irripetibile fu un unico, magnifico e terribile slancio verso quello "stelo" di opere eterne che li avrebbe definiti per sempre. E nel momento stesso in cui i loro fiori si coloravano d’oro, consapevoli o meno, hanno scelto di non sopravvivere a quella perfezione. Hanno scelto di non invecchiare, di non opacizzarsi, di non tradire la purezza abbagliante della loro visione. La natura ha il suo divino fanciullo, e l’arte i suoi.















