La multipolarità quale nuova vitale tendenza mondiale nei rapporti geopolitici e internazionali e quale nuova mentalità cooperativa e partecipativa affonda le sue ragioni più profonde d’essere in una necessità tanto logica quanto mitogonica che attiene alla stessa struttura del reale oltre che alla struttura della dimensione imperiale del potere. Intendo per “mitogonico” (termine che ho inventato alcuni anni fa quando fu pubblicato il mio libro: Mitogonia) l’essenza dinamica e performativa del Mito, cioè la sua irradiazione vitale e senza tempo.
Il termine deriva dalla commistione del termine mito con quello che indica il combattimento, la lotta, la sfida (ago, agoghè). “Ago” significa anche celebrare, far festa, guidare, eccitare, sollevare. Se il Mito non fa questo è solo studio del Mito, tentativo etno-storiografico e non oltre. Non “mitogonia” da ghignomai, quale discendenza ma quale capacità profonda di agire, di incidere. Un movimento che sorge dall’interno, dall’abisso.
Fino a pochi anni fa parlare di “Imperi” evocava lontani studi da ragazzo, il ricordo dei Babilonesi e degli Assiri e al massimo qualche vestigia di Roma antica. Nulla di più vecchio, superato e quasi ridicolo. Oggi di fronte alla necessità di accettare realisticamente una situazione socio-esistenziale sempre più complessa, eterogenea, multilivello e contraddittoria tra spinte futuristiche tecnologiche in avanti e sempre più diffuso desiderio di una vita più organica e anche più arcaica e naturale, ecco che un nuovo amore nostalgico per le “piccole patrie” emerge oggi all’unisono con il riconoscimento della necessità di una dimensione imperiale quale unica forma culturale capace di gestire tale complessità e governarla in modo armonico ed equilibrato. La multipolarità ci appare oggi quindi quale intrinseca essenza senza tempo di ogni realtà imperiale, sia quale proiezione interna, federale, autogestionale che quale proiezione esterna autorevole. Quasi ogni vero Impero è federale al proprio interno e multiforme anche nella sua capacità di proiezione esterna.
Il feudalesimo italiano è stato, dall’imperatore Costantino in avanti per quindici secoli, la più grande e vitale espressione di biodiversità culturale e sociale, superiore alla stessa differenziazione interna e relazionale propria dell’Impero Romano. Repubbliche Marinare, libere città, comuni imperiali, Signorie, la Repubblica millenaria di Venezia, le dominazioni a macchia di leopardo della Chiesa Cattolica, i latifondi privati, le piccole proprietà contadine, i beni comuni cittadini (boschi, pascoli di uso comune) dimostrano una differenziazione vitale che si irradiava sia orizzontalmente che verticalmente in senso sociale: corporazioni professionali, confraternite, associazioni, milizie cittadine, conventi religiosi, magistrature differenziate e multiformi.
Ecco la naturale multipolarità antica quale insieme di corpi relazionali che esprime un equilibrio profondo fra ordine e caos, fra differenziazione e gerarchia, fra comunità e indirizzo eroico e autorevole. Oggi quindi siamo chiamati a pensare la multipolarità in tutti i suoi sguardi possibili e specialmente nella sua posizione mentale di centralità che si irradia in molteplici forme come dall’interno di un solido platonico. Non a caso le complesse forme platoniche disegnate da Leonardo per Luca Pacioli furono nel miglior umanesimo neoplatonico italiano veri talismani ed emblemi di sapienza e di una sapienza che rivela la dinamica e i carismi della natura. Forme che non solo sintetizzavano gli elementi della natura ma pure rappresentavano visioni tendenti alla sfera e nel contempo tenenti insieme più di una forma geometrica. Anche quando si formano reiterando solo triangoli o pentagoni come nel dodecaedro e nell’icosaedro, la loro posizione si articola come in una danza spiraleggiante o in una sequenza che ricorda quella del DNA.
La multipolarità stabilizza e rappresenta la condizione più naturale e normale per garantire il vero progresso quale irradiazione e sviluppo di tutte le capacità di una comunità e di un territorio o insieme di comunità e territori. La multipolarità quale dimensione relazionale implica reciprocamente una posizione centrale e mediante. Mediazione tra futuro e passato, alto e basso, verticalizzazione unificante e condivisione partecipativa.
La sapienza del Mito greco ci ricorda il carattere senza tempo della multipolarità. Anche l’antica Grecia come la lunga epoca della Cristianità occidentale (interrotta poi da una rivoluzione industriale imposta ideologicamente e gestita elitariamente) viveva una viva e non ideologica multipolarità che era spirituale e geo-antropologica prima ancora che politica e formale. Una multipolarità relazionale performante anche qui sia in senso verticale che orizzontale. L’asse verticale era visualizzato nel viaggio solstiziale di Apollo da Delfi verso la terra degli Iperborei e di Zeus dall’Olimpo verso la rossa Etiopia del Mito. Senza dimenticare gli estremi sacri del cosmo definiti dall’Oriente della Colchide, delle terre degli Sciti e dei Persiani e dall’Occidente delle Isole felici di Circe, di Calipso, di Thule, dei Feaci e di Atlantide. Orizzontalmente questa multipolarità archetipale e spirituale profonda si concretizzava in una serie di polarità viventi fondanti la stessa autocoscienza greca: i Giochi di Olimpia, i riti di Eleusi e di Samotracia, i grandi santuari, primo di tutti quello di Delfi.
I Greci esistevano quale confederazione di popoli, quale koinè solo attorno a queste molteplici polarità. I Greci non furono mai un impero prima di Costantinopoli ma grazie alla loro multipolarità sconfissero due Imperi non altrettanto multipolari: prima quello di Troia e poi quello persiano. Errato è anche il luogo comune che vede gli antichi Greci come dei razzisti che ritenevano tutte le altre popolazioni non greche quali barbari e quali popoli inferiori. Anche prima di Alessandro Magno, che assorbì dai Persiani per la prima volta l’idea universale di Impero, l’antica Grecia da sempre nutriva ammirazione per popoli non greci come i nordici Iperborei, le popolazioni scitiche e il glorioso Egitto.
Lo storico Erodoto dedica ampio spazio nei suoi scritti alle popolazioni della Scizia che occupavano la grande pianura sarmatica che va dal Mar Nero al Mar Caspio e si distinguevano per l’abilità nella lavorazione dell’oro e degli altri metalli, oltre che per le grandi capacità guerriere. Luciano dedica uno dei suoi libri al sapiente scita Anacarsi, da molti considerato uno dei Sette Saggi della Grecia più arcaica e la stessa Atene storica, ci ricorda Aristotele e Aristofane, affidava la sua difesa agli arcieri sciti. Ancora Erodoto esprime la sua grande ammirazione per l’Egitto, visto quale terra di sapienza dall’antichità gloriosa e grande, rispetto alla quale i Greci sembrano solo dei bambini. Gli stessi dei greci nel Mito, quando l’immenso mostro e gigante Tifone figlio di Gea sconfigge Zeus e conquista l’Olimpo, fuggono tutti in Egitto trasformandosi in animali.
Le cinquanta Danaidi vengono dall’Egitto e Cadmo dalla Fenicia, colui che insegna l’alfabeto ai greci. La visione neoclassica dell’antica Grecia è una visione ideologica, errata e falsificante. La Greca arcaica era una Grecia sciamanica e multipolare sia internamente che nelle relazioni esterne. Una Grecia che non viveva chiusa nel suo Egeo o limitata all’Italia meridionale ma si mescolava ai popoli Sciti nel Mar Nero, agli Egizi nel Delta del Nilo nel porto di Canopo, alle popolazioni di origine hittita nell’Asia Minore, con i popoli Traci lungo il Danubio e con i Celti in occidente. Omero ci parla dei Macedoni quali alleati dell’Impero di Troia, insieme agli Etiopi e ai Persiani di Susa. Ilio infatti è la maggiore testimonianza di cosa sia un Impero euroasiatico.
Un Impero completo: sia di terra che di mare e che teneva in unità popoli lungo entrambi gli assi: nord-sud ed est-ovest controllando direttamente solo una piccola regione in quanto si fondava la propria potenza sulla stabilità delle alleanze confederali e federali che raggiungevano persino le asiatiche Amazzoni. Gli Spartani intrattennero per secoli rapporti amichevoli con l’Impero Persiano con il quale condividevano culti titanici simili, come il sacrificio del cavallo e il culto del sole. Non a caso Sparta non seguì Alessandro Magno contro la Persia e l’oro persiano fu l’unico ad entrare in Laconia e non a caso Elena di Sparta si ferma in Egitto e in Fenicia e a Cipro prima di raggiungere Troia: all’andata con Paride e al ritorno con Menelao. Il Mito greco, cuore spirituale, sacro e senza tempo di tutta l’Ellade, insegna e ricorda questo fatto plurimillenario: come l’Ellade fosse multipolare e l’EurAsia fosse una realtà viva e normale.
Ogni grande eroe greco è un eroe viaggiatore ed esploratore e viene chiamato a cimentarsi in grandi imprese che si localizzano nell’estremo nord degli Iperborei (Perseo ed Heracle secondo il racconto di Apollodoro) quanto nell’oriente asiatico: Giasone alla ricerca del Vello d’oro, Heracle presso le Amazzoni e nel Giardino delle Esperidi, Bellerofonte in Asia Minore contro la Chimera, Dioniso nel suo viaggio trionfale fino in India passando per il Caucaso, come ricorda nel suo poema Nonno di Panopoli. Senza le pianure asiatiche e le nevi artiche i grandi eroi greci non sarebbero diventati grandi eroi. Artemide e Apollo sono divinità asiatiche venerate dagli Sciti e dai popoli dell’Asia Minore e solo dopo la guerra di Troia il loro culto viene diffuso più ampiamente in Ellade, specie a Sparta. Ifigenia diventa sacerdotessa di Artemide in Tauride (in Crimea) e Medea, sorella di Circe e figlia del Sole, è donna sapiente e sacra che viene dalla Cappadocia.
La geografia del Mito si rivela estremamente concreta e precisa: Tanai, Termodonte e fiume Amazzonico corrispondono al Don, al Dnepr e al Volga. Persino Achille non viene sepolto in Grecia ma nel Mar Nero, nell’Isola dei serpenti. Una multipolarità che si arricchisce di aspetti anche sociali nel ricordare il matrimonio tra Teseo e Ippolita la regina delle Amazzoni e la maggior libertà di cui godevano le donne spartane, retaggio certamente asiatico-orientale, come il tema delle donne dell’Isola di Lemno conferma.
L’essere umano è multipolare: cuore e mente, anima-corpo-spirito, prassi e pensiero, ricordo e visione.















