Le nozze di Cadmo e Armonia furono l'ultima occasione in cui gli dèi
dell'Olimpo si sedettero a tavola con gli uomini. Ciò che accadde prima
e dopo di allora forma l'albero immenso del mito greco.(Roberto Calasso, Le Nozze di Cadmo e Armonia)
La tavola è luogo di incontro e di manifestazione. Luogo dove gli dei si mescolavano con gli eroi e con donne belle come ninfe. Momenti di pace e di armonia ma pure dimensioni rituali di passaggio dove il Fato poteva fare scherzi imprevedibili.
Alla tavola di Cadmo e Armonia oriente e occidente, divino e umano si incontrano. Armonia è figlia scitica di Ares e di Afrodite. Il suo nome è già un segno, una via, un simbolo. Eppure è proprio a quella tavola che Eris scaglia il pomo aureo della discordia ponendo un antefatto decisivo per lo scatenarsi della lunga guerra fra l’Ellade e Ilio, guerra che sterminerà le stirpi degli eroi ponendo fine per sempre alla loro nobile epoca.
Ogni cosa è doppia nel Mito greco e infatti la tradizione ricorda un’altra fatale tavola: quella delle nozze fra Peleo e Teti, altro antefatto della fine dell’era degli eroi che aprirà al duro “tempo del ferro” che continua ancora oggi. Alla tavola festiva che porterà alla nascita dell’ultimo più grande eroe: Achille, il regno diurno di Zeus celebra il proprio rinsaldarsi. Sì perché Hermes strappa con l’inganno al titano-profeta Prometeo quando è incatenato in Scizia il segreto profetico che minaccia la supremazia del re degli dei: il figlio che nascerà dalla dea del mare Teti sarà più grande del padre.
Ecco allora l’imposizione all’antica dea delle nozze con l’eroe Peleo, già stirpe di Zeus ma comunque uomo. Zeus celebra il suo trionfo e Teti è costretta a partorire solo un eroe e non un nuovo Zeus. Un banchetto e una tavola a loro volta antefatto fatale del massacro di Troia che porterà all’equilibrio i culti femminili con quelli maschili, i riti orientali di Apollo, Afrodite e Artemide con quelli elladici di Zeus, Hera ed Hefesto.
Una tavola che rappresenta anche il canto del cigno della supremazia di Zeus che dopo la distruzione di Troia sarà sempre più insidiata proprio dal crescente culto solare di Apollo, nume di origine scitico-hittita, orientale. Inizia il declino di Zeus: il futuro è dei giovani, dei figli: Apollo, Hermes, Mithra, Phanes fino al trionfo di Cristo, il Figlio-Dio, Dio della Tavola come la “Tavola dei pani” recava sempre le sacre offerte incruente nella Tenda della Testimonianza e poi nel Santo dei Santi anticipando e accompagnando l’Arca dell’Alleanza.
Perché dunque la “tavola” esprime quindi sensi di vaticinio, momenti in cui il Fato si impone al di sopra degli stessi dei? Perché la tavola indica l’altare; la sua essenza e la sua origine sono associati al nucleo primordiale del sacrificio. L’azione rituale del sacrificio induce l’azione dell’elevare, dell’offrire espressa dal verbo tithemi quanto quella discendente del distribuire.
Il sacrificio stesso deriva da un accordo fra Zeus e il titano Prometeo quanto da un compromesso fra Apollo ed Hermes ladro delle mandrie degli dei e primo sacrificatore con il fuoco. Agli dei dunque le ossa, il grasso e i profumi dei sacrifici e agli uomini la carne che va ripartita fra chi partecipa al sacrificio stesso. Ogni azione sacrificale quindi produce un banchetto rituale e festivo.
Era già così con i crudeli Titani che imbandivano carni umani sulle loro tavole dove erano invitati gli dei come fecero Sisifo e Tantalo con Zeus. Se c’è una tavola ci deve essere prima una vittima. Il concetto stesso di “Fato” esprime la ripartizione giusta delle vittime e delle offerte fra dei e uomini e fra adepti e profani. Achille è un grande eroe quindi è sapiente e taglia con giustizia le carni quando altri eroi lo vengono a trovare di notte, all’improvviso. Aveva appena libato al suo antenato: Zeus. Questo ci insegna il canto nono dell’Iliade. Non si è eroi se non si è maestri nei riti, origine archetipale della giustizia quale Nomos, quale Moira: la parte che deve spettare a ciascuno.
“Nomos” deriva dalla radice sanscrita nemein che significa tre cose interconnesse all’origine: la sovranità, il canto e il pascolare, cioè il garantire il nutrimento in modo partecipato. Quando Agamennone diventa “titano” nella tracotanza non rispettando il limite nella ripartizione e disonorando Achille e ancora prima rifiutando l’oro per riscattare Criseide, figlia di Crise, sacerdote di Apollo, è come spezzasse la tavola della fiducia su cui si fonda la società.
Così era entrato nell’ordine il cosmo: ripartendolo fra i tre fratelli Poseidone, Ade e Zeus. I tre dei avevano estratto a sorte una tessera dall’elmo di Ade, segno del nascondimento e dell’Invisibile. A Poseidone spettarono gli abissi, ad Ade i regni oltreterreni e a Zeus la luce diurna. E la terra? La terra è luogo di incontro e di scontro. Luogo di saccheggio e di razzìa. Tra i boschi e le fonti gli dei rapiscono fanciulle e ninfe mentre gli eroi fanno strage di mostri.
Su Gea domina la Moira, sopra gli stessi dei. Due nomi per la stessa potenza. La dea più antica è sia Gea che Nemesi, la dea del Fato, dell’Equilibrio. Non ha volto. Non ha storie: è la dialettica occulta di ogni storia. Pochi i suoi segni: le redini, la frusta, la mela, le corna di cervo, la ruota. Nelle decorazioni del retro dell’Ara Pacis di Roma ecco l’unica originaria dea moltiplicata nei suoi tre aspetti fondamentali: l’Afrodite-Cigno marina, Cibele dei frutti e degli animali e Ops sposa di Saturno-Lazio, nume dei tesori e delle profondità della terra.
Chi fa bene il sacrificio è un giusto e la sua opera rinsalda e conferma il patto originario che regge il cosmo. Chi offre male o ciò che è difettoso come Caino il fumo del suo sacrificio sale storto e lento: non è accettato dal Cielo e così attira sulla propria vita la maledizione. Chi non sacrifica il cosmo al divino finisce per tornare ai sacrifici umani dei titani o finisce egli stesso preda sacrificata. Lo stesso Caino uccide cioè sacrifica Abele e finisce bandito, escluso. C’è un sottile velo fra maledizione e consacrazione.
La Tavola quindi permette e favorisce la giustizia del rito e la condivisione delle parti spettanti agli adepti banchettanti che partecipano in qualche misura della sacralità dell’offerta. Per questo ancora oggi il condividere una tavola, pur solo conviviale, presenta una residua, sottile e persistente sacralità e un’aura iniziatica. Violare la propria parola appare più grave se prima si è condivisa una tavola per un pasto in comune. Non è mai cessato questo segno nella storia della cultura: dalla tavola di Artù e di Merlino alla tavola del Bagatto dei Tarocchi. È sempre il medesimo archetipo.
L’Ellade si fondava sulle alleanze, sulle fratrie, sulle adelphie. Sia Atene che Tebe, Micene e gli Spartiati con il loro rituale brodo nero: tutto si rinsaldava attorno ad una tavola. Ancora oggi la lingua greca chiama trapeza gli istituti bancari. E su cosa si fonda il potere monetario-bancario se non sulla fiducia? Chi furono le vittime dei banchetti di Cadmo e di Peleo? Le sorti umane, gli ultimi giganti-eroi, la supremazia stessa di Zeus.
Agli uomini non bastò la luce del giorno…














