Il lusso è raro e necessita di tempo, modi armonici tra messa in opera, opera e sua definizione. Non è lusso ciò che è caro, è lusso ciò che diviene elaborazione estetica ed acquisizione qualitativa totale. Non è lusso ciò che trovi ovunque ma ciò che di per sé aneli a distanza e che scorgi solo sussurrato mentre ti accompagna nella ricerca di un'elevazione etica e formale.
È lusso il tempo e la distanza che, come parametro, per sua natura, esso determina. Una strada percorribile prima di tutto dalla mente, dal pensiero e poi dal corpo, ma che può essere celebrata anche partendo dall’anatomia, dalla polpa e dalla pelle che ogni parte della natura può intercettare e da lì giungere all’anima.
Il lusso è il termine di questo discorso che definisce qualcosa di altro e di diverso da noi ma che vorremmo ci somigliasse o addirittura ci sublimasse.
Non è il comparabile ma l’incomparabile.
È la conoscenza morbida e fluida delle operazioni che si orchestrano nella realizzazione di un contenuto e nella levigatura delle superfici per l’espressione più alta di noi, del nostro sapere.
È il decoro che ne consegue fatto di piani d’appoggio dalla geografia sapiente e dalla semantica rivelatrice di ciò che si centellina nella media quotidiana ma che lì trova abbondanza. Linee e tratti fisiognomici dalla proporzione oggettivata di “ri-flessioni” e “ri-mandi”: l’umano…nel divino e viceversa.
Il lusso è ancora di salvezza perché ci accorgiamo che è un lusso viverlo, quando siamo nel suo pieno compimento in noi, oltre il circondario… e ci dona emozione.
Il lusso è gesto quotidiano di cultura del vivere che è coesistenza con l’altro condividendone il valore. Tutto ciò che sottrae vita non è lusso, per esso il vocabolario ha determinato altri suoni e altre prospettive. L’economia è l’errata visione del lusso. La quotazione è l’errata espressione del lusso. Il valore è un’esperienza luministica non illuministica.
Il mondo del “così detto” lusso di oggi non contempla nessuna casistica relativa all’elusione e alla distanza, ma contempla l’inflazione dei suoi temi e delle sue derivazioni come merce per attirare una pluralità di voci che se ne appropriano nella convinzione di un risarcimento per quel che non hanno avuto.
Il vero lusso è la parte della coscienza che contempla la fattura del bello e la sua esperienza manuale che l’assapora come una parte fondamentale dell’emozione e del suo tempo di maturazione.
La comprensione di un progetto grafico, sino alla sua esecuzione, è germinativa di un’attitudine che può elevare il pensiero al senso della fatica e dell’impegno oltre che della costanza esecutiva e di visione.
Dietro al lusso non vi è il lusso ma la proattiva azione verso la perfezione esecutiva di un’idea che diviene frontiera espressiva della forma: vi è la natura del bello che dall’uomo emerge dalla tensione delle parti perché ognuna produca un’oggettiva qualità.
L’economia è solo un passante che ridimensiona il ruolo, per addizionare il sentimento sottratto ad una comunicazione parziale del vero.
Avere un linguaggio distonico dalla sintassi e dalla grammatica del lusso è utilizzare la semantica come palliativo della concezione medesima di un bene di lusso che lavora su un’altra scala di valori, dove di fatto il segno corrisponde alla sua grammatica e alla sua sintassi e non diviene edulcorante.
Un esempio di preziosismo estetico e contenutistico, carico di significato, ci viene ad esempio dalle sacre scritture e nello specifico dal Vangelo, in più momenti. Uno di questi cita l’olio del Nardo.
Il nardo è una pianta erbacea che cresce in Nepal, India e Bhutan; il suo profumo intenso e la sua rarità l’hanno reso nel tempo un simbolo di prestigio e dedizione.
Nella Bibbia al profumo di nardo è legato il significato di un amore fedele e incondizionato.
L’olio di nardo è celebre soprattutto per l’episodio biblico in cui, nel villaggio di Betania, Maria (Maddalena), sorella di Lazzaro, lo versa ai piedi di Gesù, episodio ricordato come l’unzione di Betania: per questa ragione è noto anche come l’“olio di Betania”, o anche – nome ancor più evocativo – come l’“olio di Gesù”.
Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell'unguento.
(Giovanni 12, 3)
Il valore stimato, al tempo di Cristo, di una libbra di Olio di Nardo (circa 325-330 grammi), era di circa un anno di stipendio di un lavoratore, pari, più o meno, a 300 denari: valore che oggi oscillerebbe tra i 15.000 euro di uno stipendio base ai 50.000 euro, a seconda che si valuti un salario da lavoratore specializzato o meno.
Anche la tunica di Cristo è un esempio di eccellenza e di lusso e lo si evince sempre dai Vangeli. Nella trattazione della Passione di Cristo vi è scritto che era tessuta tutta d’un pezzo e per questo giocata ai dadi dai centurioni per non dividerla e dunque declassarla di valore. Anche in tale caso un manufatto di alto profilo.
23 I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una per ciascun soldato, e la tunica. Ora quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d'un pezzo da cima a fondo. 24 Perciò dissero tra loro: “Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca.”
(Giovanni 19,23-24)
Esempi di questo livello raccontano dell’esperienza dell’alta manifattura come bene che costella la storia dell’uomo e che l’impreziosisce di valore aggiunto e significati profondi.
Ecco che solo il tempo e l’esecuzione ritmica del verbo di ogni elaborato umano deve vivere della sua natura e di un codice che non può sottostare alla larga diffusione e all’inflazione per il mero gioco del consumo. Non può essere deprezzato e non può non essere narrato per la sua complessità intrinseca anche dinanzi ad una sua apparente semplicità.
La semplicità è una complessità risolta.
(Costantin Brancusi)
L’auspicio è che l’uomo abdichi all’artificio e torni all’arte, vero ed autentico, alimento della storia.















