Nella prospettiva buddhista l’ansia viene chiamata dukkha, un termine centrale in questa filosofia, solitamente traducibile come sofferenza, insoddisfazione, delusione, agitazione. Questa parola può anche essere definita come “ansia di base”, ed è possibile che si verifichi in contemporanea a momenti di relativa felicità.

Un racconto buddhista presente nel Canone pāli1, chiamato Sallatha Sutta, ovvero il “Discorso della doppia freccia”, può aiutarci a capire a fondo il risultato di una vita vissuta con ansia. La parabola racconta che, quando una persona viene colpita da una freccia, ovviamente sperimenta un dolore fisico. Tuttavia, solo successivamente, facendosi sopraffare dai pensieri negativi, sopraggiungerà la sofferenza. Pertanto, dando spazio a questi pensieri, è come se fossimo colpiti da una seconda freccia.

Cosa dovremmo fare in questo caso, secondo il Buddha? Bisognerebbe imparare a essere consapevoli della seconda freccia, per non farsi colpire ancora e ancora dalla sua punta. Infatti quando facciamo resistenza al dolore non facciamo altro che nutrire la sofferenza della nostra mente.

Pratica della mindfulness e gestione dell’ansia

La mindfulness è sia uno stato mentale, sia una pratica vera e propria, e può aiutarci a migliorare il nostro rapporto con tutte le nostre emozioni, inclusa l’ansia. Prestare reale attenzione al momento presente, senza giudicare i nostri pensieri e le nostre sensazioni fisiche è ciò che può aiutarci a ridurre e a rompere il ciclo negativo nel quale è facile cadere.

La mindfulness è uno dei pilastri della meditazione e ci permette di ritrovare concentrazione e approfondire la conoscenza del nostro sé interiore. Anche il solo atto di prestare attenzione al respiro, e osservare i nostri pensieri può aiutarci a regolare il nostro sistema nervoso e a sentirci nuovamente bene. Così, ogni momento della nostra giornata può essere usato come un’opportunità per integrare questo modo di essere nella nostra vita.

Scrittura, un antidoto per l’ansia

La scrittura terapeutica, anche conosciuta come Expressive Writing, utilizza la scrittura come mezzo per ritrovare il benessere emotivo, conoscere se stessi e sentirsi meglio. Quando parliamo di ansia, la scrittura è anche in questo caso in grado di aiutarci. L’expressive writing può essere praticata in vari modi: journaling*, scrittura autobiografia, poesia, lettere, e in forme espressive totalmente libere. Ovviamente ognuno di noi, essendo differente, troverà giovamento da esercizi di scrittura diversi.

Scrivere ci permette di mettere nero su carta i nostri pensieri, i nostri progetti, e le nostre paure. Visualizzandole scritte, le nostre emozioni e le nostre numerose proiezioni sul futuro vengono ridimensionate: la rabbia si trasforma in compassione, la paura in coraggio, la tristezza in voglia di reagire.

La scrittura è un mezzo per guardarsi dentro senza rimanere solo sul piano razionale. Con i giusti esercizi, infatti, è possibile riappropriarsi del proprio sentire senza farsi sommergere dai propri stati d’animo. La scrittura è la nostra barchetta, e noi siamo il capitano, in grado di dare una direzione alle onde della nostra mente. Improvvisamente, le emozioni su carta possono essere gestite. Non sono più loro a gestire noi.

L’ansia ha tante forme, spesso legate a pensieri rivolti al futuro. Scrivere ci riporta al presente, e ci mette in connessione con il nostro corpo, soprattutto quando decidiamo di scrivere con carta e penna, e di osservare la calma ritornare anche attraverso i movimenti e le linee della nostra calligrafia.

Affinché la scrittura sia curativa, ci sono alcuni semplici parametri da considerare. Una delle cose più importanti è sapere che ciò che si scrive può rimanere privato, se lo si desidera. Questo ci libera da spettative, ci distoglie dal giudizio, e ci rende spontanei e liberi. Su carta abbiamo la possibilità di rinarrare la nostra storia, un nuovo inizio, e di decidere la conclusione che più vogliamo.

La magia avviene perché, come scrive nel suo articolo Writing can help us heal from the trauma l’autrice Deborah Siegel-Acevedo, colui che scrive si trasforma da vittima delle vicissitudini della vita, e della storia che si è raccontato o si è fatto raccontare, a narratore - onnisciente, aggiungerei io- perché con il potere di osservare il tutto.

Va bene… ma cosa scriviamo?

Uno degli esercizi più diffusi e semplici da eseguire è il journaling della gratitudine: avere un diario ci permette di provare un profondo senso di apprezzamento per ciò che abbiamo e che a volte diamo per scontato. Basta avere solo 5- 10 minuti per scrivere ciò che ci ha reso felici nella giornata, ma i vantaggi saranno infiniti, perché a beneficiarne sarà il nostro umore, l’abbassamento del livello di stress, e un riposo notturno migliore.

Diario della Positività: se la gratitudine è un concetto ancora troppo astratto o lontano da te, per contrastare la tendenza a concentrarti su pensieri più grigi e sulle preoccupazioni del futuro, puoi iniziare un registro delle cose positive che riesci a compiere ogni giorno.

Scegli alcuni semplici aspetti positivi della tua giornata, come ad esempio:

  • Aver affrontato una situazione difficile;

  • Aver gestito l’ansia in un certo momento;

  • Aver provato qualcosa di nuovo;

  • Essere stati in grado di aiutare qualcuno.

All'inizio potrebbe sembrare complicato, ma puoi coinvolgere una persona di supporto che ti aiuti a notare i tuoi traguardi. Man mano che il tuo diario crescerà, ti renderai conto che, nonostante le difficoltà, potrai avere successo e affrontare le tue paure.

La scrittura per il benessere così come la vita vissuta con un approccio mindful, possono diventare una pratica quotidiana. Ma, pur lasciando andare il giudizio su di sé e accogliendo ogni stato d'animo che si prova, non si potrà mai essere del tutto liberi dalle emozioni, perché nessuno lo è.

Tuttavia, si può imparare a viverle senza lasciarsi ferire da una seconda freccia, riuscendo così a raggiungere una più profonda serenità d’animo.

Note

1 Il Canone in lingua pāli, (scritto Tipiṭaka in pāli o Tripiṭaka in sanscrito) è una grande raccolta di insegnamenti attribuiti al Buddha o ai suoi primi discepoli, ed è considerata la più antica e la più completa. Viene tradizionalmente suddiviso in tre canestri (pitaka)in base al contenuto dei testi.