“Rispetto” è stata eletta la parola dell’anno 2024 dall'Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani. Il motivo di tale scelta - spiegano Valeria Della Valle e Giuseppe Patota, condirettori del Vocabolario Treccani - è l’estrema attualità e rilevanza che questo termine ha nella nostra società. Il Dizionario dell'italiano Treccani lo definisce: "Sentimento e atteggiamento di stima, attenzione, riguardo verso una persona, un'istituzione, una cultura, che si può esprimere con azioni o parole".

Una parola che dovrebbe essere fondamentale in ogni progetto formativo, dalla prima infanzia, per poi diffondersi nelle relazioni interpersonali, in famiglia, nel contesto lavorativo, nel rapporto con le istituzioni civili e religiose, con la politica, le relazioni internazionali e, in generale, con le opinioni altrui. Bisogna educare al "Rispetto delle persone, delle istituzioni, delle diverse culture, dell'ambiente e di tutti gli esseri viventi", sottolinea la Treccani. [skyTG24].

Questa notizia mi ha piacevolmente sorpreso. Anni fa, infatti, insieme ad uno dei miei maestri e ad altri colleghi e colleghe, mi sono trovato a discutere e riflettere sull’importanza del “rispetto” in psicoterapia. Le discussioni su questo tema furono innescate dalle riflessioni scaturite dall’esito “sorprendente”, “inatteso”, di sedute di terapia familiare, svoltesi nel corso di qualche anno, nel particolare contesto di un reparto psichiatrico.

La premessa è che, in un felice periodo per il rinnovamento psichiatrico, all’interno di un Servizio Psichiatrico Territoriale, costituito da quattro sedi ambulatoriali e da un reparto di quindici posti letto, inserito in un ospedale generale, sperimentammo l’utilizzo della Terapia Familiare sistemica con i pazienti ricoverati. Fu strutturata una classica sala di videoregistrazione, dotata di specchio unidirezionale, dove si svolgevano sedute di consulenza/terapia familiare. Alle sedute, condotte da un medico del servizio e/o da un consulente del Centro di Terapia della Famiglia di Milano, partecipavano i pazienti con le loro famiglie e assistevano, dietro lo specchio, altri professionisti coinvolti nel caso.

Queste sedute si rivelarono particolarmente utili per acquisire maggiori informazioni soprattutto riguardo le relazioni intra-familiari. L’osservare le molteplici relazioni servì ad ampliare gli orizzonti di comprensione nostri e iniziò a stimolare un pensiero sistemico, quindi complesso, all’interno di un contesto molto medicalizzante, pertanto lineare, come quello di un reparto psichiatrico. Questa esperienza, purtroppo, terminò per motivi indipendenti da una valutazione sulla sua efficacia, ma connessi a logiche di potere istituzionali.

Restò, fortunatamente, un consistente archivio di videoregistrazioni delle sedute. Sedute che furono riviste e in alcuni casi anche trascritte, con l’aiuto di un gruppo di tirocinanti. L’esito di quelle sedute, sorprendentemente, fu positivo, e ci colpì, in particolare in alcuni casi, divenuti emblematici. Casi che, di primo acchito, sembravano essere lontani da una qualche spiegazione psico-relazionale.

Una ragazza, in stato maniacale, con un delirio mistico, i cui genitori si presentavano come molto attenti, preoccupati, coesi, e un fratello minore spaesato, un po’ confuso. Un’altra ragazza, mutacica, bloccata, che rifiutava cibo e bevande, i cui genitori si mostravano disperati, piangenti, affranti. Un ragazzo, completamente chiuso in sé stesso, catatonico, che rifiutava qualsiasi contatto con gli altri.

Non solo, quindi, famiglie conflittuali, violente, oppure assenti o multi-problematiche, che rappresentavano la nostra quotidiana clientela. Famiglie dove la componente psico sociale era un aspetto incontestabile, ma, famiglie dove il grave disagio psichico sembrava esordire in modo improvviso e si prestava a diagnosi psichiatriche chiare. Condizioni per le quali si ipotizzava un deciso intervento farmacologico e una stretta sorveglianza. Ebbene, questi casi ebbero un esito positivo dopo pochissime sedute. O meglio, dopo le prime sedute iniziò a cambiare completamente il corso della terapia. Nessun “miracolo”, ma l’inversione di tendenza di una relazione bloccata, tra curanti e paziente.

Nelle discussioni tra me, il gruppo di tirocinanti e Gianfranco Cecchin (uno dei maestri che condusse molte di queste sedute), emerse l’ipotesi che gran parte dei cambiamenti verificatisi potessero essere attribuiti a un atteggiamento di “rispetto” da parte, oltre che del conduttore di seduta, anche dell’intero sistema terapeutico. Seguendo questa idea iniziammo a scrivere le nostre riflessioni, per farne un libro. Cecchin, purtroppo, morì improvvisamente, a seguito di un incidente stradale e il lavoro si interruppe. [Fu in seguito ripreso, con alterne vicende, fino a terminare, quasi vent’anni dopo, con la pubblicazione del libro, a cura mia e del collega Gianluca Ganda, con il titolo: Il mistero del Rispetto].

A distanza di tutto questo tempo, nel ventennale della morte di Cecchin e nel centenario della nascita di Franco Basaglia, la scelta di Treccani, mi ha stimolato ulteriori riflessioni su questo concetto. Rispetto è una parola dal forte valore etico- politico e come tale rischia di essere vaga, pertanto ritengo utile fare, in estrema sintesi, un excursus storico sul suo significato.

Nelle società antiche, il rispetto era principalmente legato alla gerarchia sociale all’autorità. Nell’antica Grecia e a Roma, il rispetto era dovuto a chi occupava una posizione di potere (sovrani, filosofi, guerrieri), o che aveva qualche caratteristica di eccezionalità. Si trattava di un “rispetto diseguale”, dovuto a chi per varie ragioni era ritenuto superiore, da parte di chi superiore non lo era. Con l’Illuminismo e la nascita del pensiero liberale, il rispetto assume una nuova dimensione: diventa universale e individuale. Kant parla di “uguale rispetto” e di dignità umana, introduce un'idea fondamentale: ogni individuo merita rispetto in quanto tale non solo per il suo status sociale. Questa concezione si lega ai principi di libertà, uguaglianza e autonomia, che saranno alla base delle moderne teorie della giustizia.

Nel XX e XXI secolo, con l’avvento delle democrazie costituzionali e del pensiero pluralista, il rispetto diventa un pilastro delle società aperte. Il rispetto non è più solo un valore morale individuale, ma anche un principio fondamentale per garantire la convivenza tra diverse visioni del mondo. Secondo il filosofo Roberto Mordacci, si possono distinguere due differenti tipi di rispetto, quello attivo e quello passivo [R.Mordacci, 2012].

Il rispetto passivo si riferisce a un atteggiamento di non interferenza, in cui si riconoscono i diritti e la dignità dell’altro senza necessariamente agire in modo pro-attivo. È il rispetto che si esprime attraverso il non ledere, non discriminare, non invadere la sfera altrui. Il rispetto passivo è un rispetto minimo, che può esistere anche senza coinvolgimento personale o emotivo. È spesso legato a norme sociali o giuridiche, si manifesta attraverso l'astensione da comportamenti dannosi o irrispettosi.

Il rispetto attivo, invece, non si limita a non nuocere, ma comporta un coinvolgimento positivo e consapevole verso gli altri. È un atteggiamento che riconosce il valore della persona e lo esprime attraverso azioni concrete. Va oltre il semplice riconoscimento formale della dignità altrui. Richiede impegno e responsabilità personale.

Questa distinzione (che, allora, non potevamo conoscere, perché il testo di Mordaci è successivo) rappresenta esattamente la nostra idea. La ricerca e la spiegazione di una causa fisica dei comportamenti umani è figlia della visione lineare causa-effetto, della separazione mente/ corpo, tipica della cultura occidentale.

In un classico colloquio psichiatrico al paziente vengono poste, con un atteggiamento di rispetto si intende, domande volte a valutare la presenza o meno, e l’eventuale entità, di sintomi ritenuti patognomonici di una malattia mentale. Formulata la diagnosi lo psichiatra procede alla costruzione di un programma di cura che, quasi inevitabilmente, comprenderà, o meglio consisterà in, una terapia farmacologica. Ragionare in termini di patologia implica che ci sia qualcosa di sbagliato, che non funziona, e quindi che bisogna “aggiustare” portare o riportare nel verso giusto. Il nostro intervento sfidava tutto questo, non nei luoghi della psicologia e della psicoterapia, ma nel cuore stesso della psichiatria biologica, dell’interpretazione medica del disagio mentale, il reparto psichiatrico.

La nostra non era né voleva essere un’attività contro l’istituzione, verso la quale nutrivamo comunque un rispetto, ma, una ricerca diversa di senso. Il significato di comportamenti, a prima vista incomprensibili o bizzarri o manifestamente irrazionali viene facilmente attribuito ad una malattia mentale. Noi, questo significato provavamo a costruirlo insieme agli utenti e ai loro familiari. Davamo, soprattutto, messaggi di intenzionalità alle loro azioni responsabilizzandoli per i loro comportamenti.

Il ragazzo mutacico non era, nella nostra conversazione con la famiglia, vittima di una qualche malattia che gli impediva di parlare ma diveniva responsabile di quel comportamento, per delle ragioni da capire. «Perché, secondo voi, Marco improvvisamente ha deciso di non parlare più?» E, per sottolineare ulteriormente la volontarietà: «potrebbe essere uno “sciopero” della parola”? Gli scioperi generalmente si fanno per ottenere qualcosa, oppure per protestare verso qualcuno o qualcosa; cosa secondo voi vuole dirvi?». «Come mai Mary può essere arrivata a pensare di essere la Madonna; cosa intende farvi capire o dirvi con questo?».

Noi consideravamo gli utenti dotati di una loro coerenza interna e di una capacità di relazionarsi all’ambiente circostante coerente con questa. In altri termini, ritenevamo che il loro comportamento fosse il frutto di una scelta. Scelta che aveva un significato, un messaggio rivolto alle persone per loro importanti. Tutti noi siamo costantemente in relazione con l’ambiente esterno e interno, sia psichico sia fisico, e siamo chiamati continuamente a fare delle scelte. È su questa volontarietà e responsabilità per le proprie azioni che dialogavamo sia con i pazienti sia con le persone a loro più vicine.

Stavamo attenti a non cadere in alcune trappole connesse ai nostri pregiudizi e anche all’idea che abbiamo di noi stessi in relazione ai pazienti. È facile , ad esempio, in particolare in un contesto come quello decritto, pensare di sapere e credere di essere un esperto. Se così crediamo è quasi impossibile non “comunicarlo”, in un modo o nell’altro. Cosa può pensare il paziente, come si può sentire nei nostri confronti, come può procedere questo rapporto? Se io so cosa tu hai non avrò più curiosità nei tuoi confronti. E se tu pensi che io sappia come sei, come puoi sentirti nei miei confronti? E io, se so già tutto, che interesse ho a incontrare questo paziente? Diventa un lavoro noiosissimo.

Altra trappola è quella di ritenere di sapere cos’è giusto e cos’è sbagliato, pensare di essere giudice. È il terapeuta moralista. Questo atteggiamento è frequentissimo in tutti i servizi e le istituzioni dove i professionisti hanno a che fare con comportamenti considerati “devianti” o riprovevoli. Dal tossicodipendente al maltrattante, all’abusante, al genitore assente, trascurante ecc.

Un ulteriore errore frequente è quello di pensare che noi possiamo cambiare gli altri e di conseguenza insegnare agli altri come dovrebbero comportarsi, cosa dovrebbero fare o non fare. Questi “errori epistemologici” possono essere segnale di un venir meno del rispetto attivo, una rottura del legame di reciprocità. Pensiamo di essere superiori, non abbiamo più la curiosità di conoscere l’altro. Sappiamo già tutto, conosciamo cosa dovrebbe fare, che colpe ha, come funziona (dis-funziona).

Sono partito dalle riflessioni di anni fa riguardo un intervento terapeutico in un contesto particolare, e la scelta di Treccani mi ha in qualche modo fatto nuovamente ripensare alle implicazioni che il rispetto, e la sua assenza, possono determinare anche in altri contesti.

Per quanto concerne gli esempi di interventi, dove il rispetto attivo può produrre esiti molto differenti, riguardo alle prassi usuali, vi è la Terapia Multi-familiare Sistemica. In particolare quando utilizzata nei o per i servizi di protezione per l’infanzia, nei casi di maltrattamento e/o trascuratezza grave nei confronti di minori. Da quattro a otto famiglie, con il medesimo problema, vengono riunite in uno spazio comune, per un periodo determinato, dove sono portate a confrontarsi tra di loro, a partire da attività pratiche, stimoli emotivi e spunti di riflessione, per trovare insieme possibili soluzioni. Qui il rispetto attivo è chiaramente al centro dell’intervento.

Il presupposto teorico, infatti, è che tutti abbiano potenzialmente le risorse per affrontare situazioni difficili con i propri figli, se posti in una situazione dove non vengano stigmatizzati o umiliati. I terapeuti, assumendo un ruolo maieutico e di regia del gruppo, hanno il compito di costruire contesti di confronto tra pari. Con la stessa tecnica e con il medesimo atteggiamento di rispetto attivo, si affrontano le famiglie in cui c’è una persona con disturbo del comportamento alimentare.

Anche nei casi di coppie di genitori divorziati, con figli minori, che mantengono un’alta conflittualità coinvolgendo i figli nelle loro lotte, utilizzando un intervento multi-familiare specifico, affrontare con un rispetto attivo le persone coinvolte può portare a una ricomposizione dei conflitti. Numerosi sono gli esempi di interventi educativi dove il rispetto attivo è al centro. Metodi pedagogici noti in tutto il mondo come “il metodo Montessori” seguono questa filosofia.

Vi sono inoltre molte aziende dove le capacità, le potenzialità del singolo sono poste al centro, incentivate e valorizzate, con esiti molto positivi. Il modello della giustizia riparativa o meglio restaurativa, è particolarmente significativo. In questo caso, un atteggiamento rispettoso sia verso il reo sia nei confronti della vittima e del suo contesto può portare a una restaurazione delle lacerazioni non solo interne alla persona stessa ma anche alla sua rete.

L’adozione di una postura di rispetto attivo può cambiare significativamente le relazioni perfino in contesti difficili quali le istituzioni chiuse; emblematico il caso del carcere, e anche nelle aziende, nelle scuole e in tutti i luoghi dove le relazioni sono codificate da gerarchie e regole rigide che limitano le possibilità di espressione e crescita dei singoli. Quello che accomuna tutti questi interventi, oltre al rispetto, è il coinvolgimento attivo di tutte le persone coinvolte, in tutte le fasi dell’intervento. In primis il paziente, il genitore, il bambino, il lavoratore, il reo, la vittima e poi la rete di ciascuno.

Se il rispetto attivo è così efficace come mai è così poco diffuso? Persino il rispetto passivo sembra venir meno. Sono domande senza risposta sulle quali mi sembrerebbe utile aprire una riflessione, anche chiedendoci quanto pensiamo noi di essere rispettosi. Alla domanda “ritieni di essere una persona rispettosa?” credo che chiunque di noi risponderebbe affermativamente ritenendo di esserlo. Poi, analizzando la nostra vita quotidiana, privata e lavorativa, chiediamoci se siamo disposti a riconoscere all’altro possibilità di realizzazione o affermazione per quello che è e non per quello che vorremmo che fosse. In particolare interroghiamoci riguardo ai nostri figli, oppure ai nostri collaboratori, per non andare necessariamente sugli estranei.

Come ha detto il filosofo Salvatore Veca: «Il rispetto negato emerge nell’umiliazione, nella rottura del legame di reciprocità, nell’esclusione da un vincolo sociale, nella negazione di un riconoscimento», «la mancanza di rispetto può avvenire in contesti diversi: il luogo di lavoro, le relazioni di genere, la famiglia, la scuola, l’ospedale, il carcere, un centro di accoglienza per migranti». [video del 13 settembre 2020, Corriere della sera-tempo delle donne].

Ciò che preoccupa maggiormente del venir meno del rispetto sono le sue conseguenze individuali e collettive. L’esperienza di umiliazione in particolare conduce a gravi e complesse reazioni psicologiche che minano profondamente l’autostima e l’identità e causano rabbia, vergogna, ansia, desiderio di vendetta, ritiro sociale. Fan riflettere le esternazioni dell’attuale Ministro italiano dell’Istruzione Giuseppe Valditara, che ha esplicitamente dichiarato, in un pubblico incontro, a proposito di metodi educativi: «evviva l’umiliazione che è un fattore fondamentale nella crescita e nella costruzione della personalità». Peccato che le conseguenze più frequentemente descritte di atti di umiliazione siano: rabbia, frustrazione, vergogna, imbarazzo, ansia, stress, senso di impotenza, bassa autostima, depressione, evitamento sociale, disturbi da stress post-traumatico. Non male per un intervento educativo!

Riguardo alle conseguenze collettive, vorrei ricordare al Ministro che l’umiliazione, subita dal popolo tedesco, dopo il trattato di Versailles del 1919, è stata unanimemente riconosciuta come una delle principali cause della nascita del nazismo!