Se un forestiero si fosse trovato a passare nel centro di Ferrara la sera di sabato del 25 giugno del 1519, presso la piccola chiesa del Corpus Domini, avrebbe visto una folla commossa sia di aristocratici che di umile popolo, seguire il feretro di una giovane donna morta il giorno precedente per i postumi della sua sesta gravidanza. Per sua ultima volontà, il corpo era stato vestito con il rozzo saio di terziaria francescana, di cui era devota da sempre, e chi l'aveva assistita fino agli ultimi momenti ricordava come le ultime parole della giovane erano state di perdono a Dio: "per li peccati de questa nostra etade".

Pochi, in quella circostanza, avrebbero capito che si trattava della duchessa moglie di Alfonso I d'Este, duca di Ferrara e di Mantova, ma il cui nome era destinato a rimanere nei secoli: Lucrezia Borgia insieme alla leggenda che la voleva coinvolta in una vita lussuriosa, dedita a orge e a omicidi, attraverso potenti veleni e trame contro i nemici.

L'infanzia

Lucrezia era nata a Subiaco, nel 1480, vicino a Roma, presso la rocca che porta il nome dei Borgia. Suo padre era allora il potente cardinale Rodrigo Borgia, vicecancelliere della Chiesa e futuro papa Alessandro VI, sua madre Vannozza Catanei era una popolana romana di origini lombarde, che con Rodrigo aveva già messo al mondo Cesare, il futuro Valentino del Machiavelli, Giovanni, Lucrezia e infine Goffredo l'ultimo nato della famiglia. Ai tre fratelli naturali la giovane ebbe anche tre fratellastri nati da precedenti rapporti avuti da suo padre con altre donne.

Vannozza, purtroppo per lei, fu e rimase solo l'amante del Borgia che non sposò mai. Era già vedova quando lo conobbe e lui, per giustificare la sua situazione di concubinaggio, la fece maritare a un suo segretario apostolico, il milanese Giorgio della Croce, e con questa coppia visse anche la piccola Lucrezia nell'odierna via del Pellegrino dietro il palazzo della Cancelleria dove lavorava l'allora cardinal Rodrigo.

All'epoca per i cardinali non c'era obbligo di essere sacerdoti o vescovi come oggi, ma avevano ricevuto solo il diaconato a differenza dei vescovi che ricevevano una investitura sacramentale. Era in pratica una funzione prettamente laica ed ecco perché nella storia troviamo molti cardinali in posti di grande rilievo e anche futuri papa che non celebravano messa, ma che potevano essere sposati e vivere, anche se eletti cardinale, il matrimonio contratto precedentemente.

Lucrezia, stando a quello che ne riportano le cronache, ebbe una infanzia serena circondata anche da dotte figure della cultura italiana. La madre, rimasta ancora una volta vedova, venne fatta risposare dal papa con un altro lombardo, il letterato mantovano Carlo Canale, e con una rendita di ben 1000 fiorini. Importante ricordare che il Canale era molto amico del celebre umanista Poliziano che divenne anche il primo precettore della bambina.

Da questo deriva forse per Lucrezia l'amore per lo studio; giovanissima parlava e scriveva correttamente, oltre l'italiano e il castigliano avendo dimestichezza, cosa rara per il tempo, del greco e del latino. Inoltre, grazie a un altro grande letterato dell'epoca, Pomponio Leto, ebbe anche una vera formazione umanistica senza tralasciare però, come ogni ragazza della buona società, la musica, la danza e il ricamo. Anche la sua educazione religiosa fu molto importante e, nonostante le varie vicissitudini della vita, rimase sempre la sua ancora di salvezza, come ebbe a dichiarare lei stessa.

Le promesse di matrimonio

Gli anni intanto trascorrevano veloci e di lei si parlava già come di una bellissima fanciulla tanto da essere promessa sposa a un nobile spagnolo che nei progetti del padre doveva rinsaldare i rapporti con la sua madre patria. Lucrezia, all'epoca aveva però undici anni, una bambina, ma già grande per essere pedina dei giochi politici del padre. Il 26 febbraio del 1491, fu stipulato il primo contratto di matrimonio, con il quale Lucrezia fu promessa al giovane valenzano Cherubino Juan de Centelles, signore di Val d'Ayora.

Tuttavia la politica ha le sue leggi e così, senza annullare il contratto precedente, appena un anno dopo, nel 1492, veniva promessa in sposa a un altro nobile, questa volta napoletano, Gaspare d'Aversa, per stipulare la nuova concordia tra il papa Innocenzo VIII e il re di Napoli Ferdinando I d'Aragona.

Finalmente la giovanissima Lucrezia poteva essere maritata, almeno così si pensava, quando ancora la insopportabile politica doveva di nuovo far saltare l'evento. L'11 agosto di quello stesso anno il cardinale Rodrigo diventava papa con il nome di Adriano VI e bisognava ridisegnare il quadro assai variopinto delle alleanze.

Ora era tempo di guardare a nord della Penisola, alla famiglia Sforza di Milano che aveva contribuito, tra l'altro, alla sua elezione del soglio pontificio. Annullato il patto con il conte d'Aversa, la povera ragazza veniva promessa in sposa a Giovanni Sforza, signore di Pesaro e conte di Cotignola. All'età di tredici anni Lucrezia finalmente si sposa con una cerimonia sfarzosa, il 12 giugno del 1493, ma il matrimonio non venne mai consumato. Le voci si rincorrevano tra le due corti e le cancellerie degli Stati. Si disse che il problema era dovuto alla giovane età della sposa, per altri dovuti a problemi personali del conte, sta di fatto che il papa pretendeva una soluzione veloce al problema. Per sfortuna dello Sforza, come si vuole sempre in politica, le alleanze erano cambiate.

Nella primavera del 1494 era già in crisi la posizione del signore di Pesaro agli occhi del pontefice per l'appoggio dato da Ludovico Sforza, detto il Moro, alle pretese del re di Francia, Carlo VIII, sul Regno di Napoli. Ma il nuovo sovrano partenopeo, Alfonso I d'Aragona, era tranquillo, aveva già stretto con il papa un patto d'alleanza rafforzato dal matrimonio di Goffredo Borgia, fratello minore di Lucrezia, con Sancia d'Aragona, sua figlia naturale, ma non legittima. Ma nei giorni successivi accadde anche il “fattaccio”.

Il tradimento

Lo Sforza, come condottiero della Chiesa aveva l'obbligo di difendere i territori del Papato da Carlo VIII, mentre con un disinvolto giravolta approfittò della sua carica per informare riservatamente proprio il duca di Milano sulle intenzioni del suocero e dell'alleato napoletano.

Questo tradimento significò per Giovanni la condanna papale che si sarebbe concretizzata nel 1497. Fu solo dopo al riavvicinamento di Ludovico il Moro ad Alessandro VI, che il genero de papa poté conservare i propri privilegi. Tanto che nel 1495, durante la ritirata precipitosa del re di Francia dal napoletano a causa della peste, il giovane, insieme con la moglie Lucrezia, accolse a giugno a Perugia il potente suocero, che per prudenza aveva preferito allontanarsi temporaneamente da Roma fino a che le truppe francesi non avessero lasciato definitivamente i territori papali.

In questo frangente poco chiaro in fatto di alleanze, Giovanni Sforza preferì non tornare a Roma con il suocero ma rimanere nel suo Granducato mettendosi così fuori dai giochi pericolosi di alleanza tra Spagnoli e Francesi. Nell'autunno del 1495 Lucrezia torna da sola a Roma nel palazzo messo a disposizione dal padre di S. Maria in Portico. Ma la neutralità di Giovanni durò poco. Aveva dovuto cambiare nemico, come abbiamo visto, combattendo adesso proprio contro i francesi e conoscendo i metodi del suocero e anche per istinto di conservazione ancora una volta non accolse l'invito del pontefice di ritornare a Roma, preferendo tornare nella più sicura Pesaro.

Torto non aveva, dato che era ancora vivo nel papa il suo passato di doppio gioco, ma a un successivo ultimatum da parte di Alessandro VI, Giovanni dovette per forza tornare a Roma mettendosi a disposizione del papa come comandante dell'esercito pontificio nella conquista della fortezza di Ostia. Tutto sembrava finalmente appianato sia nei rapporti con il papa che nell'amore coniugale con Lucrezia, come risulta anche da alcune relazioni diplomatiche. Ma il papa non dimenticò.

La vendetta

Giovanni, in maniera fortunosa, sfuggì, avvertito presumibilmente dalla stessa moglie, a un attentato il 24 marzo 1497 e, vista la situazione, non esita a lasciare Roma precipitosamente. Il papa pretese ancora una volta il suo immediato rientro, ma Giovanni questa volta non solo pose il più netto rifiuto, e come biasimarlo, pretese anche che la moglie lo raggiungesse al più presto a Pesaro secondo gli obblighi matrimoniali. Era la fatidica goccia che fece traboccare il vaso.

La reazione del pontefice fu immediata con l'invio a Pesaro del padre generale degli agostiniani, fra' Mariano da Genazzano, con il compito di fare accettare allo Sforza l'annullamento del matrimonio per la sua incapacità di consumare il matrimonio. Un semplice pretesto visto che ormai, come affermano le cronache, il matrimonio era stato consumato dai due giovani sposi.

Dopo un iniziale netto rifiuto, l'uomo accettò di contro voglia questa soluzione, ma a siffatto suocero non si poteva resistere e il processo per l'annullamento si concluse nel 1497, appena quattro anni dopo il matrimonio.