Se mentre passeggiate per le vie del centro storico di Catania vi ritrovate, dopo aver girato un angolo, in via Etnea (il cuore della città) in mezzo a una folla di gente vestita di bianco e con un copricapo nero, non spaventatevi! Siete nel bel mezzo della festa più importante del capoluogo etneo: quella di Sant’Agata! Con più di un milione di visitatori, la festa di Sant’Agata vergine e martire, si svolge dal 3 al 5 febbraio e il 17 di agosto di ogni anno e si colloca fra le prime a livello mondiale. In questi giorni quasi tutti i catanesi, e molti provenienti da città grandi e piccole della Sicilia e da ogni parte del mondo, accorrono per salutare la Santuzza bedda (la bella Santa). Questa è una festa della gente, e qui è molto sentita. Non sono pochi i momenti di commozione durante la festa. Fra questi, forse uno dei più magici, è l’atmosfera irreale durante il canto dell’aurora. Infatti, a notte fonda poco prima dell’alba (almeno fino a qualche anno fa), una folla vociante stretta in via dei Crociferi (larga pochi metri) da un baccano assordante si zittisce immediatamente per ascoltare il canto delle suore benedettine che salutano la Santa.

Le vie cittadine sono un tripudio di colori, suoni e odori e per le vie della processione ceri piccoli e grandi sono accesi e, quelli più pesanti, sono portati a spalla riempiendo la notte con innumerevoli fiammelle. La magia della luce che sconfigge le tenebre permea la città che in questi giorni è insonne e in festa giorno e notte! Ascoltate i canti in onore della Santa la sera del 3 febbraio e godetevi i bellissimi fuochi d’artificio in piazza Duomo! Seguire la processione della Santa per le vie della città a notte fonda è un’esperienza indimenticabile, quando da migliaia di persone ne rimangono solo poche centinaia, e cadenzato si sente il ritmo delle invocazioni. Il capo della cordata che tira il fercolo della Santa rompe il brusio sommesso urlando: "semo tutti divoti tutti?" E i devoti rispondono: “cittadini, cittadini, viva Sant’Àita!” La via allora si colora ancor più di bianco in quanto i cittadini o devoti alzano e abbassano ritmicamente un fazzoletto bianco in segno di saluto.

La storia di Sant’Agata

La storia narra che nel III° secolo dopo Cristo qui viveva una giovane ragazza di nome Agata (il cui nome, in greco antico, significa la buona). Ella apparteneva a una nobile famiglia, il cui padre Rao sembra fosse, per via indiretta, imparentato con l’imperatore Nerone. La famiglia di Agata era ricca e possedeva terreni e case sia in città (si dice che la casa natale fosse nel quartiere della Civita) che a San Giovanni Galermo, un villaggio situato nelle vicinanze. La tradizione ci dice che la santa morì appena adolescente (anche se secondo studi storico-giuridici doveva avere almeno 21 anni) e, dato che il martirio avvenne con certezza nel 251 d.C., si suole indicare il 235 d.C. come data della sua nascita. Quindi, all’età di circa 15 anni e dopo averlo tanto desiderato, Agata andò in sposa a Cristo pronunziando il voto di verginità: il vescovo, con una cerimonia detta velatio, le impose quindi velo rosso fiamma detto flammeum. A quel tempo l’imperatore di Roma era Decio. Appena un paio d’anni prima, quando era salito al potere, da uomo energico qual era aveva deciso di ripristinare l’antica potenza di Roma che, nonostante fosse nel pieno del suo splendore, lasciava intravedere l’inizio del declino della sua forza.

Decio, quindi, oltre a combattere con tutte le sue forze la corruzione si diede da fare per ripristinare il culto degli antichi dei e distruggere, almeno formalmente, il cristianesimo. Emanò quindi nel 249 d.C. un editto di persecuzione contro i cristiani. Chiunque non offrisse pubblicamente, un sacrificio propiziatorio (supplicatio) agli dei romani era passibile di incarcerazione, confisca dei beni, esilio, tortura e anche di morte. In pratica, però, le condanne che dovettero essere applicate furono molto probabilmente solo il carcere e/o la confisca dei beni. Prova di ciò è che San Cipriano, vescovo di Cartagine dal 249 al 258 d.C., nel suo libello sui cristiani apostati non riferisce di alcun martirio. In questo clima di persecuzione formale che si avviava già alla fine, si inserisce la figura di Quinziano, potente proconsole romano che reggeva la città di Catania. Sembra che Quinziano si sia invaghito della bella e ricchissima Agata, che oltre alle sopradette qualità era imparentata con la potente famiglia dei Colonna. Quinziano, approfittando dell’editto di Decio, fece arrestare Agata con l’accusa di essere una cristiana. Poi tentò in tutti modi di corromperne il carattere affidandola ad Afrodisia, famosa cortigiana dell’epoca, e alle sue nove (come la tradizione ci racconta) figlie.

Afrodisia dopo aver tentato in vari modi di fuorviare Agata, passato un mese, la riaffida sconfitta al proconsole. Questi prova allora con le minacce e infine con la tortura. Le fa praticare diverse sevizie fino a farle strappare i seni dai carnefici che tuttavia, narra la leggenda, le ricrescono grazie a San Pietro che la cura durante la notte. Non essendo riuscito a piegarla, nel febbraio del 251 d.C., la condannò a essere bruciata viva sui carboni ardenti. Sembra che un terremoto sconvolgesse la città nel momento in cui i carnefici portavano Agata nella fornace. Questo (e la Lex Laetoria, che proteggeva i minori di 25 anni) suscitò clamore fra i cittadini che chiesero la salvezza di Sant’Agata. I tumulti spinsero allora Quinziano a far rimettere in carcere Agata, dove morì però poche ore dopo a causa delle ferite riportate. Le sue spoglie furono probabilmente sepolte nel non lontano cimitero paleocristiano. E poi traslate nella chiesa di Sant’Agata la Vetere, antica Cattedrale di Catania.

Le origini della festa

Le origini della festa di Sant’Agata si ritiene che si perdano nella notte dei tempi. Sembra infatti che, prima della nascita di Agata, si svolgesse una festa pagana durante la quale la statua di una vergine era condotta per le vie della città. Diverse consonanze possono trovarsi con la festa di Iside, come ci racconta Apuleio nel suo libro le Metamorfosi (II secolo d. C.). Secondo Emanuele Ciaceri le due feste hanno caratteristiche comuni: marinara quella di Iside che portava alla consacrazione in mare del simulacro di una barca, e marinara quella di Agata in cui pare che una processione portasse dalla Cattedrale alla marina, nel luogo dove erano approdate le sacre reliquie della Santa di ritorno da Costantinopoli. Anche il sacco bianco dei fedeli era in sintonia con il vestito bianco dei sacerdoti di Iside. Per non parlare dell’uso che si è conservato fino all’800 delle cosiddette ‘ntuppateddi. Donne che, maritate o nubili sovvertendo l’ordine sociale che li voleva remissive e casalinghe, andavano durante la festa in giro per la città. Mascherate come le donne di Corinto, usavano irretire gli uomini e conversare con conosciuti e sconosciuti.

Nel 1522, Alvaro Paternò patrizio catanese, stabilì nel Liber cerimoniarum, forse il primo cerimoniale per i festeggiamenti agatini, che le donne portassero i cosiddetti occhiali, una sorta di velo che lasciava scoperti soltanto gli occhi. Sostituiti da lunghi mantelli, che coprivano il volto, furono anche questi abbandonati nel 1868. Ancora altre somiglianze possono vedersi in relazione all’attributo delle mammelle. I sacerdoti di Iside, infatti, effettuavano libagioni con il latte prelevandolo da un contenitore a forma di mammella e anche nel culto di Agata si ha, nell’estirpazione delle mammelle, un momento importante. La Santa è infatti protettrice delle donne con malattie al seno. Infine il velo di Agata richiama quello di Iside. In effetti, un processo di sostituzione/appropriazione delle credenze pagane con quelle cristiane, anche mediante l’utilizzo degli stessi attributi o caratteristiche più difficili da cancellare perché parte del patrimonio collettivo, è stato portato avanti per secoli da parte della Chiesa cristiana.

Agata fu venerata fin dall’anno dopo la sua morte, nel 252 d.C., quando sembra che il suo velo portato in processione fermò un’eruzione lavica dell’Etna che minacciava Catania. Da allora numerosi furono i miracoli che le furono attribuiti. Ma il primo festeggiamento in onore di Agata, anche se non organizzato, fu in occasione del ritorno delle spoglie mortali da Costantinopoli a opera di Gilberto e Goselino il 17 agosto del 1126. I due soldati rubarono il corpo che era custodito in una chiesa a Costantinopoli e attraversando il mar Mediterraneo giunsero a Messina, in Sicilia. Per via di terra arrivarono al castello di Aci (vicino Catania) dove il vescovo Maurizio, che ordinò la costruzione del primo scrigno ligneo per contenerne i resti, li stava aspettando. I catanesi appena seppero che S’Agata era ritornata nella loro terra si riversarono nelle strade per festeggiare. Ma feste e manifestazioni popolari, a eccezione del ritorno dei resti mortali della Santa non se ne ebbero per lunghi anni. Infatti, il 4 febbraio 1169, il devastante terremoto che sconvolse Catania fece perire migliaia di fedeli e officianti nella cattedrale di Catania, durante la celebrazione di una messa.

Dal 1209 al 1375 si usa portare in processione, per le vie della città, il velo della Santa. Con la costruzione nel 1376 della vara in legno dorato, recante il busto della Santa e lo scrigno con le reliquie, sembra che si iniziassero le processioni con solenni celebrazioni in occasione delle due ricorrenze. La realizzazione del busto fu affidata a Giovanni Di Bartolo, famoso orafo senese che in quel periodo orbitava intorno alla corte di Avignone. In argento massiccio e smalti, vi era rappresentata la Santa, sorretta da due angeli, che reggeva nella destra la croce astile e nella sinistra una tavoletta recante l’iscrizione: Mentem sanctam spontaneam honorem Deo et patriae liberationem. A coprire il busto decine di gioielli, come ex-voto, fra i quali la corona che la tradizione vuole essere stata donata da Riccardo Cuor di Leone nel 1191, in viaggio per raggiungere la Terra Santa durante la terza crociata.

Il fercolo, portato a spalla da penitenti detti ignudi o scalzi (petto e piedi erano nudi) era portato in processione all’esterno delle mura, dalla porta di ferro fino alla porta dei canali dalla quale rientrava. Questa usanza invalse fino al 1519 quando venne creata una nuova vara ad opera di Vincenzo Archifel. Con la forma di un tempietto, largo m. 1,46 per m 2,75 e sostenuto da 6 colonne in stile corinzie chiuse da una trabeazione sormontata da una cupola a scaglie, il fercolo in argento con intelaiatura in legno è stato oggetto di numerosi restauri, in particolare quello del 1946. Alla fine del XV° secolo fu commissionato lo scrigno argenteo che conserva le spoglie mortali della Santa dal 1576. Un argentiere catanese, Angelo Novara, realizza le decorazioni e suddivide in 14 riquadri la scena. Per ogni scomparto una santa onora Agata, la prima vergine e martire della storia della Chiesa.

Fino al 1692 la festa di Sant’Agata durava solo un giorno: il 4. Nel 1712, invece, fu celebrata il 4 e il 5 di febbraio. La processione che portava per le vie cittadine la Santa fu codificata da allora in giro interno ed esterno. Sempre in questo periodo invalse l’uso da parte dei seminaristi di lanciare striscioline di carta colorata dall’alto del Palazzo dei Chierici. Attualmente bigliettini colorati con la scritta viva Sant’Agata sono lanciati dalla gente comune, dall’alto dei palazzi durante la processione. Questa subisce nel 1799 una modifica sostanziale con l’introduzione di un carro trionfale, il cui utilizzo perdurò fino al 1872. Era questo un grande carro, trainato da sei buoi, sul quale trovavano posto una piccola orchestra e la statua della Santa attorniata da angeli. In questa occasione la festa del 17 agosto, a motivo della vittoria sui ribelli partenopei da parte di Ferdinando III, si volle onorare con ben 5 giornate di festa.

Oggi

Al giorno d’oggi il fercolo si muove per le vie della città trainato da due cordoni lunghi un centinaio di metri e tirato dai fedeli che indossano un camice bianco e un cappello nero. Le cerimonie religiose in onore della Santuzza iniziano già i primi giorni del mese di gennaio: la festa vera e propria, però, ricorre il 3, 4 e il 5 di febbraio e le processioni si susseguono secondo un rigido calendario. I festeggiamenti agatini iniziano il giorno 3 con l’offerta della cera da parte delle autorità cittadine e quelle religiose. Anticamente tale festa era detta della luminaria, tassa pagata da maestri e garzoni alla loro corporazione per assicurare l’illuminazione degli altari della Santa, durante il corso dell’anno. Avviata da undici candelore, la processione vede il sindaco di Catania su una carrozza del settecento che parte dalla Chiesa di Sant’Agata alla Fornace e arriva alla Cattedrale in piazza Duomo. Enormi (e pesanti) ceri votivi di legno in stile barocco, le candelore sono portate a spalla da 4 sino a 12 uomini e, con la loro andatura altalenante (annacata), costituiscono una caratteristica imprescindibile della festa. Alla fine della giornata, in piazza Duomo, si svolge quindi un concerto delle corali cittadine che insieme ai fuochi d’artificio costituiscono uno spettacolo di rara bellezza.

Con la messa dell’aurora, celebrata nella Cattedrale di Catania inizia la seconda giornata. Dopo la messa, la Santa attraversa Porta Uzeda che prima era lambita dal mare (a calata da marina) e comincia il giro esterno della città, per rientrare in Cattedrale il giorno 5 alle prime luci dell’alba. Più tardi, lo stesso giorno, i festeggiamenti hanno inizio con una messa solenne, o pontificale, celebrata dai vescovi di tutta la Sicilia alla presenza del legato pontificio. Solo in serata la vara comincia la processione per il giro interno della città. Arrivata a piazza Borgo viene salutata da uno spettacolo pirotecnico di una tale intensità da farne uno dei momenti profani più belli della festa. Completato il giro, la mattina del giorno 6 rientra nella chiesa Cattedrale per restavi fino al 17 di agosto, quando si festeggia il ritorno delle spoglie della Santa da Costantinopoli.

I dolci tipici

I cassateddi o minnuzzi ri Sant’Àita sono dei dolci preparati con pan di spagna imbevuto di rosolio e ricotta, quindi ricoperti di glassa e con una ciliegina candita in cima a guarnire il tutto. Questi dolci, tipici della festa della Santa si possono trovare tutto l’anno e hanno la forma di un seno, a ricordo del martirio patito dalla Santa. Un altro dolce tipico della tradizione sono le olivette di Sant’Àita. Narra la leggenda che Agata, mentre fuggiva dagli uomini di Quinziano, si fermò ad allacciarsi un calzare, e un olivo selvatico, nato dal nulla, la nascose alla vista dei soldati e la sfamò. Sono dolci a forma di oliva in pasta di mandorla, poi ricoperti di zucchero colorato in verde oppure di cioccolato.

Calia e simenza sono rispettivamente ceci e semi di zucca tostati. Questi prodotti sono tipici delle feste e si consumano in tutta la Sicilia. Durante la festa di Sant’Agata abbondano in ogni bancarella. Lungo tutto il percorso della Santa, infatti, si piazzano venditori ambulanti con le loro bancarelle in cui si vendono dolciumi di ogni tipo: caramelle, olivette, cioccolato e immancabilmente calia e simenza.