kaufmann repetto è lieta di presentare la prima mostra personale dell’artista brasiliana Clarissa Tossin, Piante vagabonde, che riunisce un nuovo gruppo di opere. Attraverso pittura, scultura e video, Tossin sviluppa una ricerca che intreccia ecologia, storia coloniale e processi di estrazione, interrogandosi sulla relazione tra corpo, paesaggio e infrastrutture economiche. La sua pratica si fonda sull'idea che la natura non costituisca uno spazio distinto dall'esperienza umana, ma un sistema di relazioni di cui siamo parte, attraversato da memorie materiali e politiche che continuano a plasmare il presente. Negli ultimi anni il suo lavoro è stato presentato in importanti istituzioni internazionali, tra cui la recente personale al Museo de Arte de São Paulo – MASP, Point of No Return, consolidando una ricerca che affronta le eredità dell'estrattivismo e le trasformazioni ecologiche contemporanee.

Fulcro della mostra è la serie Piante vagabonde, concepita per la prima volta in occasione della residenza dell’artista presso l’American Academy di Roma nel 2025. I lavori nascono dall'incontro diretto tra il corpo dell'artista e specie vegetali spontanee, dette vagabonde, raccolte dai margini urbani, lungo le strade o nei terreni compromessi e impresse sulla superficie della tela. Le piante che danno il titolo alla serie sono organismi capaci di crescere in suoli degradati e di prosperare in condizioni estreme, contribuendo ai processi di rigenerazione del paesaggio. Più che semplici soggetti botanici, diventano testimoni di una capacità di adattamento ecologico che attraversa la storia delle migrazioni, delle trasformazioni ambientali e delle forme di resistenza. Le opere restituiscono il contatto tra corpo e vegetazione come spazio di reciproca appartenenza, mettendo in relazione la vulnerabilità degli ecosistemi con quella dei corpi e aprendo una riflessione sulle possibilità di immaginare nuove forme di convivenza in un tempo segnato dalle conseguenze disastrose del cambiamento climatico.

Queste stesse tensioni attraversano il nucleo di opere realizzate a partire da scatole e buste di Amazon riciclate. Da anni Tossin utilizza questi materiali, simboli della logistica globale e dell'economia dell'usa e getta, trasformandoli attraverso un processo lento di smontaggio, intreccio e ricomposizione. Su queste superfici prendono forma mappe storiche, immagini satellitari e rappresentazioni dei grandi fiumi brasiliani, mettendo in dialogo la cartografia coloniale con le tecnologie contemporanee di osservazione e controllo del territorio. I corsi d'acqua dell'Amazzonia, un tempo vie di penetrazione coloniale e di trasporto delle risorse verso l'Europa, si sovrappongono alle infrastrutture del commercio globale e alle nuove geografie dell'esplorazione spaziale, suggerendo come le logiche estrattive continuino a ridefinire territori apparentemente lontani. Il gesto manuale della tessitura introduce un tempo diverso, opponendo alla velocità della circolazione delle merci una pratica fondata sulla cura, sulla riparazione e sulla trasformazione della materia.

In Rising temperature casualty (Prunus persica var. nucipersica, home garden, Los Angeles) (2021), Tossin sposta la riflessione nella dimensione più intima del suo giardino domestico. Realizzata in silicone traslucido, la scultura incorpora i frammenti della corteccia originale di un pesco morto a causa della prolungata siccità e dell’aumento delle temperature a Los Angeles. Il calco dell’albero ne conserva la memoria fisica, trasformandolo in una presenza fragile, quasi epidermica, nella quale materiali organici e sintetici convivono. L’opera registra gli effetti della crisi climatica non come fenomeno astratto, ma attraverso la perdita concreta di un singolo organismo.

Infine, le due opere della serie Becoming mineral (2021) sono calchi del volto dell'artista realizzati con argille residue provenienti dal suo studio, nate dall’accostamento casuale di impasti differenti, assumendo una qualità minerale, che sembra collocare il corpo in uno stato di lenta trasformazione. Con gli occhi chiusi e i lineamenti sospesi tra presenza e dissoluzione, i volti richiamano la tradizione della maschera funeraria quanto un processo di sedimentazione geologica, suggerendo una continuità tra corpo umano e materia terrestre. Realizzate durante il periodo della pandemia Covid-19, le opere riflettono sulla fragilità della condizione umana e sulla necessità di ripensare il nostro rapporto con il mondo naturale.