A tu per tu con Adele di Mauro, Cluster Director of Sales & Marketing Caracciolo Hospitality Group & Alessandro Guerrini, Amministratore Delegato Gruppo Finarte.
Caracciolo Hospitality Group è una società di gestione alberghiera che ha l'obiettivo di valorizzare il mercato dell'hotellerie in tutte le sue forme, esaltando l'ospitalità e promuovendo un dialogo tra l'arte e il territorio napoletano come destinazione d'eccellenza. Come nasce questa sinergia?
Adele di Mauro: L'arte è arrivata negli alberghi del Caracciolo Hospitality Group come scelta identitaria — ma non è arrivata nel vuoto. Gli hotel sono pieni di opere d'arte che nessuno guarda. Lo sapevamo bene: anche le nostre strutture, nate da importanti interventi di ristrutturazione, ospitavano già lavori di valore, acquistati con cura, collocati con intenzione. Eppure mancava qualcosa: la vita, il movimento, il dialogo. Da lì è nata la decisione di fare qualcosa di diverso, portare artisti vivi, costruire mostre con un inizio e una fine, creare un programma espositivo che cambiasse nel tempo e che parlasse con gli spazi, con il territorio, con l'ospite. Non decorazione, ma presenza. Il solo de Bonart Naples ospita oltre centocinquanta opere d'arte — e questo è il punto di partenza, non il traguardo.
Ogni mostra rappresenta un'occasione di incontro tra artisti, ospiti e comunità locale. Come viene rafforzato il ruolo degli hotel, da struttura ricettiva a vero e proprio hub culturale?
Adele di Mauro: Un hotel ha qualcosa che una galleria non avrà mai: la vita quotidiana. L'ospite che scende a fare colazione, il cliente che aspetta al bar, chi entra per una cena — sono persone già in movimento, già disponibili a ricevere qualcosa di inatteso. Noi abbiamo lavorato su questo: costruire un programma espositivo che non interrompesse la quotidianità dell'hotel, ma la arricchisse. Vernissage aperti alla città, mostre visitabili durante la cena, artisti presenti. Il confine tra struttura ricettiva e spazio culturale si dissolve quando l'arte smette di essere un'aggiunta e diventa parte dell'esperienza stessa del luogo. Non trasformiamo l'hotel in galleria — rivediamo il modo in cui un hotel abita il proprio spazio.
L'esposizione su Heinz Schattner si inserisce nel calendario di The gallery, un progetto da lei ideato. Personalmente è appassionata di arte e colleziona qualche artista in particolare?
Adele di Mauro: The gallery nasce dall'idea che l'arte debba potersi incontrare dove non te lo aspetti — non solo in uno spazio deputato, bianco, silenzioso. Un ristorante, un corridoio, una sala d'attesa possono essere luoghi di incontro autentico con un'opera, forse anche più intenso, perché non hai fatto il gesto deliberato di "andare a vedere l'arte". Sei lì per altro, e l'arte ti sorprende. Colleziono? Non nel senso tradizionale del termine. Ho un affetto profondo per il lavoro di Antonio Sannino, un artista napoletano che ho seguito attraverso stili diversi: ho le sue sanguigne, quattro paesaggi rurali di San Leucio, un olio con i miei fiori preferiti — gli iris. E poi c'è il quadro che sento più mio di tutti: un campo di lavanda enorme, che porta il mio nome. Me lo regalarono per i miei quarant'anni i Cantori di Posillipo, il coro al quale appartengo dal duemila, nella corda dei contralti. Un'opera che non ho scelto, e forse proprio per questo mi appartiene in un modo che nessuna delle altre riesce a fare. Poi ci sono alcune opere, non mie ma che mi appartengono perché mi hanno fermata — e quando qualcosa mi ferma, trovo un modo per tenerla vicina. Ho un debole per il lavoro su carta: mi interessa la fragilità del supporto in contrasto con la forza dell'immagine. Ma la verità è che la collezione più grande che sento mia è quella del de Bonart — perché la abito ogni giorno, la racconto, la difendo.
Le mostre sono visitabili anche durante gli orari di apertura del ristorante Deschevaliers. Ad oggi, avete avuto un riscontro positivo da parte dei clienti?
Adele di Mauro: Il riscontro più bello non è una vendita — è quando qualcuno si ferma davanti a un'opera durante la cena e chiede "ma questa si può avere?". Quel momento è esattamente quello che cercavamo: non proporre l'acquisto, ma creare le condizioni perché il desiderio nascesse spontaneamente. La piattaforma Finarte è lo strumento, ma il vero lavoro è a monte — costruire un contesto in cui l'opera sia desiderabile, non solo visibile. I riscontri ci sono, e sono incoraggianti. Ma soprattutto ci dicono che la direzione è quella giusta.
Fondata nel 1959, Finarte ha scritto la storia del mercato dell’arte in Italia, crescendo costantemente nel corso dei decenni e ampliando il proprio raggio d’azione con un’offerta sempre più diversificata. Quale il segreto del vostro successo?
Alessandro Guerrini: Penso che, quasi sempre, il successo sia una “combinazione armonica” di più fattori, anche antitetici. E così è anche per Finarte: un marchio di eccellenza che ha fatto la storia del mercato dell’arte in Italia, ma con un approccio fortemente orientato all’innovazione; un team di esperti di lungo corso e di grande competenza, supportati da uno staff giovane e dinamico; una forte vocazione verso i settori tradizionali del collezionismo, ma con uno sguardo al futuro e alle tendenze più contemporanee del lifestyle; un elevato standing - d’obbligo nel settore in cui operiamo - ma reso più accessibile da un’impostazione “fresca”, accogliente e affabile che stimola fiducia ed empatia.
Avete accolto subito la proposta innovativa del Caracciolo Hospitality Group, The gallery per Deschevaliers?
Alessandro Guerrini: The gallery si inserisce in una collaborazione più ampia instaurata con il Caracciolo Hospitality Group all’inizio del 2025: insieme, abbiamo voluto dare avvio a una serie di iniziative con obiettivi sinergici e complementari. Finarte voleva rafforzare la propria presenza a Napoli, città con una forte tradizione collezionistica. L’Hotel de Bonart Naples intendeva connotare sempre di più la propria identità sviluppando progetti nel mondo dell’arte. Trovare un punto di contatto fra queste rispettive esigenze è stato semplice. The Gallery nasce, per l’appunto, dopo un anno di esperienze, incontri e successi e rappresenta una naturale evoluzione del progetto, costituito dunque - oltre che dalle mostre per il Deschevaliers - dai valuation day e dagli art talks, da cui tutto è nato.
The gallery amplia l’esperienza oltre lo spazio fisico, rendendo le opere disponibili per l’acquisto attraverso la piattaforma e aprendo nuove possibilità di accesso al collezionismo. Per una casa d’asta nata nel 1959 con ventuno dipartimenti e settanta aste annuali, questo cosa significa?
Alessandro Guerrini: Significa guardare al domani, con la consapevolezza che per ogni azienda è necessario mantenersi ancorati alla propria identità e alla propria storia, ma sapendo - al contempo - andare anche oltre i modelli tradizionali di business e sperimentare nuove strade e nuove traiettorie. Così abbiamo fatto con The Gallery, con cui ci presentiamo al mercato, con una veste insolita e con un format ibrido, sia per la modalità di fruizione che per la modalità di vendita: è un progetto “glocal”, perché accessibile sia in loco che a livello internazionale e “phigital” perché consente un’esperienza reale o virtuale.
Finarte ha siglato personalmente la curatela della mostra di Heinz Schattner. Quali le difficoltà incontrate e come comprendere appieno la poetica del fotografo?
Alessandro Guerrini: Il nostro team di esperti composto da Davide Battaglia e Marica Rossetti - rispettivamente Responsabile e Senior Specialist del Dipartimento di Fotografia - e Roberto Mutti - storico della fotografia e nostro consulente scientifico - per questa mostra, così come per quelle precedenti, ha svolto un grande lavoro di studio e ricerca che ha dato vita a un progetto curatoriale che - pur basandosi su una selezione numericamente limitata di opere - intende restituire al pubblico del Deschevaliers un percorso rappresentativo del linguaggio di Heinz Schattner, caratterizzato da atmosfere oniriche e accostamenti inattesi. Per fare ciò - e questa la ritengo la principale difficoltà - occorre avere uno sguardo profondo e sensibile, capace di cogliere le reali intenzioni e il pensiero dell’artista, andando oltre a ciò che l’immagine mostra.
Per Heinz Schattner ogni realtà non è mai solo quella che ci aspettiamo. Ogni oggetto si anima di imprevedibili vitalità. Ispirato a una visione onirica che lo spinge verso atmosfere dichiaratamente surreali, il fotografo anima ogni oggetto di imprevedibili vitalità e ogni immagine nasce da una diversa intuizione, portando nel suo lavoro una vena surreale. Ti è mai capitato di essere sorpreso dalla visione di un oggetto e qual è l’oggetto tuo personale, che racchiude una sua vitalità?
Alessandro Guerrini: Lavorando in questo settore e avendo il privilegio di vivere a contatto con l’arte, devo dire che sono proprio le opere e i beni di cui ci occupiamo quotidianamente a non smettere mai di sorprendermi. Non riesco ad abituarmi a quanto di straordinario riescano a fare le mani e la mente dell’uomo: che si tratti di un dipinto antico, di una scultura, di un gioiello o di un argento cesellato, poco importa. In tempi di Intelligenza Artificiale - in cui la tecnologia sembra prendere il sopravvento su tutto - questi oggetti rimangono un baluardo insuperabile di “umanità”. Un oggetto personale a cui sono legato è un disegno di Ertè - uno dei padri fondatori dell’Art Déco - trovato casualmente e acquistato proprio ad un’asta- perché era l’opera da cui era tratta la copertina di un libro a cui, da bambino, ero particolarmente affezionato: il senso del tempo e i ricordi d’infanzia lo rendono vivo e vitale ogni volta in cui mi soffermo a guardarlo!
Adele di Mauro: Sulla mia scrivania c'è una piccola scultura di Asad Ventrella — una sirena in posizione fetale. La tocco spesso, quasi senza accorgermene. È come se per un momento mi raggomitolassi anche io, mettendo tra me e il rumore del giorno una piccola distanza necessaria. Mi ricorda che al di là della quotidianità esiste un mondo straordinario — di idee, di vite, di esperienze che vale la pena approfondire, leggere, osservare. Credo sia esattamente questo che Schattner cerca nelle sue fotografie: non la forma dell'oggetto, ma quello che l'oggetto è capace di aprire in chi lo guarda. La mia sirena lo fa ogni volta.
Rendere l’arte accessibile e condivisibile è la mission di questo progetto. Quali sono secondo voi le caratteristiche che un artista deve avere per essere maggiormente apprezzato ed eventualmente facilmente vendibile in termini di mercato?
Alessandro Guerrini: Nel mercato della fotografia - e mi sento di dire anche in quello dell’arte, in senso lato - un autore diventa apprezzato e commercialmente interessante quando riesce a coniugare una visione artistica originale e inedita, una forte riconoscibilità e una capacità di dialogare con il gusto e la sensibilità dei collezionisti. Non è sufficiente che realizzi belle fotografie, tecnicamente perfette: occorre che costruisca un’identità che il mercato possa comprendere, riconoscere e soprattutto desiderare. Un fotografo deve avere uno sguardo distintivo, deve saper dare una propria interpretazione della realtà e lo deve fare attraverso un linguaggio visivo che permetta di riconoscere le sue opere, quasi senza leggerne la firma! Altro ingrediente essenziale è la capacità evocativa ed emozionale: una fotografia deve riuscire a generare una reazione nello spettatore, sia essa positiva - di meraviglia e curiosità - o negativa, di inquietudine e ambiguità! Non è forse questo che rende universali le opere che sono entrate nella storia dell’arte?
Quali di queste diciannove opere acquisterebbe personalmente?
Alessandro Guerrini: Senz’altro “Octopus in purple”: mi affascina come Heinz Schattner, in questa fotografia, riesca a trasformare un soggetto apparentemente familiare - come un fiore in un vaso - in una presenza surreale, sospesa tra il mondo vegetale e quello animale e la trovo, peraltro, di una eleganza - compositiva ed estetica - straordinaria!
La mostra sviluppa un percorso di diciannove opere con incontri improbabili — un polpo e una borsa, una scarpa e un uovo fritto. Avete pensato a un menù surrealista durante l'esposizione?
Adele di Mauro: L'idea mi ha attraversata appena ho visto le opere. C'è qualcosa di profondamente napoletano in quegli accostamenti: Napoli stessa è una città surrealista, dove il sacro e il profano convivono senza imbarazzo, dove il tragico e il comico si sfiorano a ogni angolo. Parlarne con lo Chef Autiero sarebbe il passo naturale. Un menu che dialogasse con le immagini di Schattner — non illustrandole, ma rispondendo loro. Mi sembra una conversazione che vale la pena aprire.
Quale di queste diciannove opere la disorienta maggiormente e perché?
Adele di Mauro: Quella con la scarpa e l'uovo fritto. Non riesco a decidere se mi fa ridere o se mi inquieta — e questa indecisione mi dura. Le opere che mi disorientano di più sono sempre quelle che non riesco a classificare emotivamente: non so cosa sentire, e allora continuo a tornarci. Schattner con quella fotografia ha fatto qualcosa di molto preciso: ha reso impossibile la distanza. Non puoi guardarla e restare neutro.
Immagini una cena senza tempo nel suo albergo: quali artisti le piacerebbe avere a tavola?
Adele di Mauro: Lucio Amelio, senza esitazione. Il gallerista napoletano che portò Warhol, Beuys, Kounellis a Napoli — che dimostrò che questa città può essere il centro del mondo quando decide di esserlo. Non è un nome che scelgo per effetto: è una presenza che sento molto vicina, perché uno dei progetti espositivi che ho costruito, “Manifestando”, nasce proprio dal suo archivio. Fabrizio Scomparin, suo nipote, presenterà circa settantadue manifesti originali delle mostre che Amelio organizzò — e lo farà negli spazi di Palazzo Caracciolo Naples, che per dimensioni e storia è il luogo naturale per accogliere un progetto di questa portata. Oggetti che sono al tempo stesso documenti storici e opere d'arte autonome. Averlo a tavola significherebbe potergli raccontare che la sua visione è ancora viva, che qualcuno la custodisce e la porta avanti, e anche ascoltare cosa lui penserebbe di Napoli oggi.













