La Galleria Triphè di Roma ospita dal 7 al 21 novembre 2026 la mostra personale Decrypt for-mat di Gennifer Deri, a cura di Altamira APS, un progetto sperimentale che indaga il rapporto tra percezione, corpo e realtà, interrogando il modo in cui costruiamo ciò che vediamo attraverso schemi culturali, educativi e percettivi. Il progetto nasce dalle riflessioni dell’artista a partire dagli studi di neuroscienze di Albert Hofmann e Beau Lotto e dalla consapevolezza che ciò che consideriamo reale e oggettivo è anche il risultato del nostro modo di percepire e interpretare il mondo.

Al centro della ricerca di Deri si trova il corpo, in particolare il corpo femminile, sottratto alla necessità di essere riconoscibile e inscritto in codici visivi prestabiliti. L’immagine fotografica diventa il punto di partenza per un processo di alterazione e decostruzione nel quale il corpo perde la propria forma abituale e si trasforma in una materia instabile, frammentata e mutevole. Il titolo stesso del progetto racchiude questa operazione: decriptare la materia, ma anche decriptare il formato, mettendo in discussione tanto ciò che l’immagine rappresenta quanto il modo in cui siamo abituati a guardarla.

Attraverso l'utilizzo di processi digitali e software algoritmici, l’immagine viene sottoposta a trasformazioni che ne modificano forma, spazio e leggibilità. La fotografia supera così il proprio formato tradizionale e assume una dimensione quasi scultorea: stampe Fine Art, Dibond, plexiglass e tagli laser costruiscono configurazioni nelle quali il corpo non è più soltanto rappresentato, ma diventa materia da attraversare e reinterpretare. Le opere, concepite come installazioni modulari, possono inoltre essere riformulate in relazione allo spazio espositivo, generando ogni volta una nuova configurazione dell’immagine.

Decrypt for-mat propone quindi un’esperienza nella quale lo spettatore è chiamato a confrontarsi non soltanto con l’immagine, ma con il proprio stesso sguardo. Le opere diventano manifestazioni di una percezione possibile e non definitiva, invitando a mettere in discussione gli automatismi attraverso cui riconosciamo il corpo, lo spazio e la realtà. L’immagine non offre una risposta, ma apre uno spazio di possibilità nel quale vedere significa anche interrogarsi su ciò che abbiamo imparato a vedere.