Entrare in casa di Luisa De Santis è un po’ come visitare una galleria delle meraviglie dove ogni oggetto fa a gara per farsi ammirare: sculture, vasi, quadri, ma anche cesti, bicchieri e tazze, centrini e stoffe, cuscini e sottopentole, tutti appassionatamente mescolati. Tantissimo colore, recuperato nei mercatini di mezzo mondo. «Cercare, acquistare e accumulare è un divertimento un po’ compulsivo, lo ammetto, ma trovare cose da bazar mi dà un piacere tale che non riesco a considerarlo neppure un vizio».

E poi, oltre l’ingresso e il salotto, le stanze sono abitate da migliaia di abiti – giacche, mantelli, pantaloni, sari e kimono, cappelli, scarpe e borse – che potrebbero ispirare designer di ogni epoca e latitudine. Non a caso: Luisa ci ha svelato che, se proprio doveva restare nel mondo dello spettacolo, avrebbe voluto fare la costumista. E invece fa l’attrice.

Del perché e del come parla con delicata ironia, modulando la voce calda, gesticolando pochissimo, sorridendo molto, mentre sul volto dai tratti mediterranei, precisi ma dolci, gli occhi indagano scintillanti. Quando racconta i percorsi che la sua vita ha preso e che non avrebbe mai immaginato, lo sguardo si fa attento, curioso e soprattutto stupito: l’idea di fare l’attrice la terrorizzava, ed esibirsi in pubblico è stata per anni una sofferenza. Ancora oggi non riesce a capacitarsi di come ci sia riuscita. «Mica sapevo recitare…» ripete spesso, e mantiene una distanza soave dal successo, che pure ha, e dal talento che i registi continuano a riconoscerle, cercandola film dopo film. E questo la rende irresistibile.

Nata a Roma nel 1944, figlia del regista neorealista Giuseppe De Santis, ha iniziato a esibirsi per gioco, cantando con l’amica Gabriella Ferri nel duo «Luisa e Gabriella», che riportava in scena il canto popolare romano. Il loro successo più noto, rimasto negli annali, è La società dei magnaccioni: lo portarono in televisione invitate da Mike Bongiorno nel 1964. Poi le strade si sono divise: Gabriella è diventata «la voce di Roma», Luisa è approdata al teatro, dalle comparsate nel musical Hair alle pièce dirette da Aldo Trionfo, e poi al cinema.

Ha lavorato con Gigi Proietti, Carlo Cecchi, Carlo Mazzacurati, Luigi Magni e più volte con Nanni Moretti, da La messa è finita a La stanza del figlio fino a Il caimano. In televisione è stata Renata, l’assistente di Proietti in Avvocato Porta. Ha appena recitato in Se ami qualcuno dillo, regia di Marco Bonini, presentato alla Festa del Cinema di Roma: è la madre del protagonista, interpretato da Edoardo Leo. «Un ruolo non da romanaccia come spesso mi capita, ma qualcosa di più delicato».

Lavora ancora molto, nonostante certe volte dica a se stessa che è ora di smettere. «Come si dice a Roma: s’è fatta una certa, in questo caso una certa età, e potrei ritirarmi. Però mi chiamano e poi c’è la questione pensione: per noi attori è miserabile. Quindi bisogna continuare a lavorare. Ad ogni modo, anche se la questione economica ha il suo peso, è pure un po’ una scusa, perché quando lavoro mi diverto. Un gatto che si morde la coda, insomma. E poi sono sola e così occupo il tempo».

Ride e sulla sua vita privata vola leggera: «Ho amato molto, sono stata anche sposata due volte, la seconda con un uomo molto più giovane e ho avuto una storia bellissima. Non mi sono mai sottratta ai sentimenti e, per essere della mia generazione, sono stata una donna libera pagandone il prezzo, senza pentimenti. È la storia di noi donne, del resto».

Professione: partiamo dagli esordi?

Tutto per caso. Non avrò avuto nemmeno vent’anni. Con Gabriella (Ferri, ndr) siamo partite per Milano perché ci sembrava che Roma non offrisse granché. Gabriella aveva bisogno di lavorare; aveva una famiglia con molte difficoltà economiche. Io no, però ho sempre voluto lavorare, e ci sono andata più per spirito d’avventura e per farle compagnia. Eravamo molto amiche, della stessa generazione, e quelli erano anni bellissimi.

Come vi eravate conosciute?

Gabriella lavorava in un negozio elegante vicino a Piazza del Popolo; io abitavo lì a due passi. Mio padre era un regista importante, quindi io ero una figlia della buona borghesia romana. Anche se i registi, in verità, borghesi non lo sono mai del tutto, e lui era molto comunista, la sua carriera è andata a rotoli presto. Andavo a comprarmi i vestiti in quel negozio e così io e Gabriella ci siamo incontrate, e poi ci siamo riviste a ballare come comparse nei film, che allora era il lavoro part-time dei ragazzi che sapevano muoversi un po’ sulla musica. Due famiglie opposte, ma stessi gusti. Una cosa che non racconto mai, per paura che si pensi che fossimo raccomandate: mio padre mi aveva dato delle lettere per Milano, ma non erano raccomandazioni, erano indirizzi a cui rivolgermi se mi fossi trovata in difficoltà.

Che cosa pensavate di fare a Milano?

Le modelle, figurati! Una di quelle lettere era per Camilla Cederna, che è stata la nostra fortuna: una donna deliziosa, intelligente, piena di spirito. Ci invitava nei suoi salotti, dove abbiamo conosciuto anche Natalia Aspesi. Ci fecero fare delle foto per il grande magazzino La Rinascente: io davanti, perché ero magra, e Gabriella dietro. Lì è finita la nostra carriera di modelle. Alle serate ci capitava di cantare, così, tra amici, e la Cederna ci portò al Derby, club storico di Milano che ha chiuso negli anni Ottanta, trampolino di lancio per i più grandi artisti dell’epoca. Lì c’era Enzo Jannacci.

Cosa accade?

Gabriella andò dai proprietari e disse che eravamo due cantanti di musica popolare. Loro le dissero che era matta, ma lei insistette e Jannacci, che capiva tutto al volo, ci fece cantare quella sera stessa. Avevamo quattro o cinque canzoni, tra cui La società dei magnaccioni, che avevamo trovato in un disco a Porta Portese, e un brano siciliano che sapevo io. Ero terrorizzata e dopo la prima sera siamo scappate, ma ci hanno riacchiappate subito. Poi è arrivato Mike Bongiorno, che ci ha preso per La fiera dei sogni, un gioco a premi tv. Eravamo due ragazze carine, una novità, e per quello abbiamo avuto un grande successo.

A un certo punto le vostre strade si sono divise.

Sì, soprattutto perché io non me la sentivo di esibirmi davanti al pubblico. Gabriella aveva più forza, una voce che spaccava, io no. Avevamo fatto anche uno spettacolo teatrale, La Manfrina, con la regia di Franco Enriquez e le musiche di Ennio Morricone, che allora era un giovanotto affettuoso e simpatico. A un certo punto, durante la tournée, Gabriella si è fatta fare un certificato medico ed è partita per Londra. È andata da un’amica, Anita Pallenberg, che all’epoca stava con Keith Richards ed era considerata la musa dei Rolling Stones. Così Gabriella mi ha lasciata, senza dirmi niente. E io mi sono ritrovata a fare la tournée da sola. Era fatta così ed era meglio che andasse avanti per conto suo. Poi ha trovato il Bagaglino, che era di destra e con un cartellone di spettacoli bruttissimi, ma lì si è fatta le ossa e si è confermata quello che era sempre stata: straordinaria.

Invece, come ha scoperto il teatro?

Mi chiamò Aldo Trionfo, un grandissimo regista, per uno spettacolo strano in cui dovevo cantare, ma non recitare. E da lì è venuto tutto. È stata anche la mia salvezza: intanto la carriera di mio padre era crollata, il cinema era cambiato, i miei si erano separati. A quel punto mi ritrovavo in mano un lavoro che mi permetteva di andare avanti. Non l’avrei mai voluto fare: avevo frequentato il liceo artistico e mi sarebbe piaciuto fare la costumista, come dicevo, così ho cominciato a recitare senza nessuna scuola. Da ragazza ero anche bella, ma al cinema non ho mai fatto la bella: ai miei tempi le attrici in Italia erano poche e arrivavano soprattutto dalla Francia o dall’Inghilterra, vinceva il fascino della "straniera".

Della mia generazione hanno continuato in poche, a parte la Sandrelli, che ha cominciato a quindici anni e lavora ancora. Io prima ero troppo bella, poi troppo buffa, così piano piano sono diventata una caratterista. Insomma: è un mestiere difficile e, se non fai almeno una cosa che ha successo, diciamo la verità, non gliene frega niente a nessuno.

Quando ha cominciato a divertirsi?

Dopo parecchi anni. Per molto tempo la tensione era furibonda, avevo paura del palcoscenico e pensavo di essere somara. Poi, lavorando con Proietti, ho cominciato a sentire il pubblico. Quando senti che in fondo alla sala c’è uno a cui piaci, è una meraviglia. Il cinema invece mi spaventava molto meno: davanti a una cinepresa ci sono gli amici, tutta la troupe.

Da chi ha imparato di più?

Da Proietti, che aveva una tecnica e una dimestichezza pedagogica pazzesche. Da Carlo Cecchi, anche se non lavoravo volentieri con lui: era intelligentissimo e di grande talento, ma anche la persona più difficile che abbia conosciuto. In compagnia non ci si divertiva mai: in tournée, siccome lui si annoiava, ci faceva provare tutti i giorni. Io sono una ragazza degli anni Settanta: preferisco i rapporti alla pari. Poi ho imparato anche da Nanni Moretti.

Com’è lavorare con Moretti?

È un caro amico, ma sul set è quello che è: come lo dipingono tutti. Ne La stanza del figlio ho girato la mia scena in otto versioni: seduta al tavolo, sul lettino, perfino in strada. Le conservo tutte, sono un documento meraviglioso su Nanni. Nel montaggio finale del film non ci sono quasi più, solo in un frame o due. Però ho guadagnato bene: dovevo lavorare un giorno e ne ho fatti sette (ride). Per Il caimano, invece, nella scena finale abbiamo rinunciato tutti al compenso, sennò non si finiva più (ride sorniona). Nanni, però, ha una correttezza incredibile: quando ti taglia, ti telefona per dirtelo, com’è successo con Habemus Papam.

Lei ha partecipato anche all’iconico musical Hair, all’inizio degli anni Settanta.

Sì, cantavo «Frank Mills» e ballavo per due ore, una fatica pazzesca. Non mi divertivo particolarmente: c’era la competizione, perché una volta a settimana un’altra della compagnia faceva il mio ruolo e naturalmente cercava di fregarmelo. Io non sono competitiva per niente. Poi c'erano Loredana Bertè, che sapeva le parti di tutti e già allora diceva tranquillamente che sarebbe diventata una star, e aveva ragione, e un giovanissimo Renato Zero: gli ridevano dietro, eppure aveva già un talentaccio. Con loro ci si divertiva.

Ha lavorato con diverse colleghe: quali hanno avuto più influenza su di lei?

Gabriella, certamente. Poi ho fatto un film con Monica Vitti: una donna strana, molto simpatica ma anche nevrotica e complicata, attentissima alle fotografie e alla sua immagine. Mi fece tingere i capelli di scuro, io li avevo rossi, forse perché ero troppo visibile. Con Stefania Sandrelli ho fatto due film e la adoro: è così anche nella vita, non c’è una tecnica da imparare, è lei.

E gli uomini: Marcello Mastroianni, Ugo Tognazzi, Nino Manfredi?

Mastroianni aveva fatto uno dei primi film con mio padre. Sul set dei fratelli Taviani raccontava aneddoti deliziosi, e poi se ne andava a telefonare alla compagna di allora e restava al telefono tutta la notte, con i gettoni, perché non c’erano i cellulari. Aveva sempre qualche storia sentimentale. Era di una leggerezza incantevole nella vita e sul set, dove io lo preferivo nella commedia, che a mio avviso era nella sua natura, più che nel drammatico. Vittorio Gassman era sempre duro e tosto, bravissimo. Ugo Tognazzi l’ho conosciuto al Derby: venne a farci i complimenti, simpaticissimo. Manfredi era un perfezionista, pignolo, ma con me è stato molto carino: quando il regista Magni, al doppiaggio, voleva tagliare una mia scena, lui disse «Lasciagliela fare, è bella». Ricordo che invece parlava un po’ male di Sordi, ma i primi attori sono tutti così.

Sul set dei Taviani c’era anche Laura Betti.

Sì, una presenza impegnativa come poche, ma anche un’amica affettuosa che ti dava una mano nel lavoro. Una personalità fortissima. Tanta gente le deve molto.

E Lina Wertmüller?

Con Lina ho fatto uno spettacolo a teatro, Amore e magia nella cucina di mamma, e poi un film. Lo spettacolo era molto bello, una cosa sua, dove nessuno metteva bocca e lei era serena e dirigeva con tranquillità. Sul set dei film, invece, era di una prepotenza spaventosa, insultava tutti e mandava la gente a quel paese. Io credo però che lo facesse perché, essendo stata una delle prime donne registe, doveva essere dura quanto i cinematografari di allora. Con quelle maestranze devi parlare il loro linguaggio, essere come loro, altrimenti non ti considerano. Se invece ci fai amicizia e mostri forza, ti adorano. Ho voluto bene a Lina e lei mi ha sempre chiamata, le piacevo.

Nel film Sotto sotto della Wertmüller c’era anche Veronica Lario, la ex moglie di Silvio Berlusconi. Che cosa ricorda?

Era prodotto da Berlusconi. Lui non figurava, ma lo sapevamo tutti. Il mio ruolo doveva andare a una famosa attrice spagnola, ma sarebbe diventata subito la protagonista e avrebbe oscurato la Lario, così Lina fece dei provini ad attrici meno note e scelse me. Lina era feroce con tutti, anche con la Lario, che, grazie alla sua relazione con Berlusconi, le aveva portato il film. La Lario era la padrona del vapore, ma non si è mai comportata da tale: era serissima, professionale, andava bene nella sua parte. Io e lei facevamo fronte comune contro i maltrattamenti di Lina (ride di gusto, ndr).

Berlusconi non l’ho mai visto, ma so che guardava il girato e, se non gli piacevano alcune parti recitate da Veronica, chiedeva di rifare le scene. Alla fine, Veronica, dopo quel film, ha smesso di fare l’attrice. Ci siamo sentite due o tre volte. Il film, comunque, è così così, non è straordinario.

Come le sembra sia cambiato il cinema?

Mettiamo in fila questo: io sono nata in una famiglia di cinema, con un padre regista, una madre all’edizione, uno zio direttore della fotografia, premio Oscar, che era arrivato al Centro sperimentale perché a scuola era un somaro. Guarda come nascevano le carriere! Oggi non è più così. Ci sono troppi attori e troppi registi e non ci sono più i grandi produttori, che mettevano soldi di tasca propria: i film sono piccoli, un po’ miseri. E poi molti ragazzi non hanno più interesse per il cinema. Paolo Strippoli raccontava che, ai ragazzi, dei provini non gliene importa niente. Autori ce ne sono, come Sorrentino, Martone, Garrone, i fratelli D’Innocenzo, ma i loro riferimenti sono lontani dal cinema italiano di una volta, il che può essere anche positivo, intendiamoci.

Un’innovazione. In compenso oggi c’è la presa diretta, mentre prima era tutto doppiaggio perché si prendevano attori stranieri: adesso si deve saper recitare, spesso in lingue straniere, e di attori italiani con talento internazionale ce ne sono, bravissimi. Mi manca invece una scuola di autori, di sceneggiatori. Tra le registe, Valeria Golino è brava, forse la migliore della sua generazione; Cristina Comencini non è nelle mie corde, ma ha idee; Francesca Archibugi ha fatto alcuni film belli.

E il teatro?

A teatro non ci vado più: ne ho visto tanto e alla mia età uscire la sera mi stanca. Però c’è uno spettacolo che mi piacerebbe vedere, con le musiche di Nicola Piovani, sulla storia della Banda della Magliana, con Massimo Popolizio come attore e regista: lui per me è strepitoso. Il cinema, però, resta la mia passione, sia vederlo sia farlo.

La cosa più bella che le ha dato questo mestiere?

Gli incontri: persone carine, persone orrende, gente stravagante, più dei ruoli, che non mi hanno mai fatto impazzire. Mi diverto di più in un cortometraggio con ragazzi di ventidue anni che in una fiction. E non mi sento un’attrice: la vita mi ha messa in questa situazione, ma io sono una persona normale, a parte l’acquisto compulsivo di abiti e oggetti.

E, naturalmente, dicendolo, ride.