Le primarie nascono da un principio piuttosto semplice, quello di affidare agli elettori la scelta di chi debba rappresentare una coalizione, sottraendo almeno una parte delle decisioni alle segreterie dei partiti, che in Italia hanno sempre avuto una concezione piuttosto originale della partecipazione democratica, soprattutto quando rischiava di produrre risultati diversi da quelli concordati in precedenza.

Nel 2005 il centrosinistra organizzò le primarie per scegliere il candidato premier dell'Unione, una coalizione che comprendeva Romano Prodi, Fausto Bertinotti, Clemente Mastella e altre personalità che, in condizioni normali, avrebbero probabilmente avuto difficoltà a condividere persino l'ordine del giorno di una riunione, eppure riuscirono a individuare un candidato comune, vincere le elezioni del 2006 e formare un governo. Che poi quel governo sia durato meno di due anni è un dettaglio tutt'altro che trascurabile, perché dimostra come scegliere insieme un candidato non significhi necessariamente essere capaci di governare insieme.

Da allora il centrosinistra ha continuato a organizzare primarie con una costanza ammirevole, perfezionando procedure, regolamenti e modalità di partecipazione, fino al 2023, quando Elly Schlein conquistò la segreteria del Partito Democratico ribaltando il risultato del voto degli iscritti, che avevano preferito Stefano Bonaccini. Un successo politico indiscutibile, anche se la convinzione che una vittoria ai gazebo possa essere riprodotta automaticamente alle elezioni nazionali meriterebbe forse qualche verifica prima di diventare una strategia.

Vent'anni dopo la prima grande consultazione, siamo ancora qui, con il centrosinistra impegnato a discutere di primarie, e con una differenza sostanziale: nel 2005 esisteva almeno una coalizione che aveva deciso di presentarsi insieme, oggi abbiamo il campo largo, un'espressione che sembra descrivere soprattutto la necessità di far entrare nello stesso accordo persone che continuano a non essere particolarmente entusiaste di trovarsi dalla stessa parte.

Il campo largo dovrebbe comprendere Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra e altre formazioni progressiste e centriste, con l'obiettivo di costruire un'alternativa al governo Meloni, ma appena si passa dall'opposizione alla proposta emergono divergenze sulla politica estera, sull'Ucraina, sull'economia, sul ruolo dello Stato e sui rapporti con l'Europa, questioni che normalmente dovrebbero costituire il fondamento di un programma di governo e che invece vengono affrontate come fastidiosi dettagli da sistemare dopo aver scelto il candidato premier.

Schlein rivendica il ruolo del Partito Democratico, Conte quello della propria esperienza a Palazzo Chigi, e nel frattempo si discute di come organizzare le primarie, quando farle, chi debba partecipare e quale risultato possa essere considerato davvero rappresentativo, con una precisione procedurale che sarebbe persino rassicurante se fosse accompagnata dalla stessa attenzione per le cose da fare una volta vinte le elezioni.

E qui bisogna riconoscere a Schlein una certa fiducia nelle proprie capacità, perché continua a ricordare di essere già riuscita a sorprendere tutti nel 2023, quando nessuno, a suo dire, l'aveva vista arrivare, anche se sarebbe opportuno distinguere tra convincere gli elettori progressisti a scegliere una segretaria e convincere gli italiani ad affidarle il governo del Paese. Giorgia Meloni, che sul terreno della comunicazione politica ha dimostrato di sapersi muovere con notevole efficacia, avrebbe probabilmente vita più facile contro una candidata che non è ancora riuscita a rendere riconoscibile una proposta di governo alternativa alla sua, e il rischio è che possa mangiarsela in un sol boccone, lasciando al Partito Democratico il compito di spiegare che il problema non era la leadership, ma la narrazione della leadership.

Conte, naturalmente, non rappresenta una soluzione automatica. È stato presidente del Consiglio, prima con la Lega e poi con il Partito Democratico, e oggi si propone come interprete di una sensibilità progressista che non sempre riesce a conciliare con le proprie posizioni sulla politica internazionale, ma soprattutto conserva quella straordinaria capacità, tipica di una certa politica italiana, di presentare ogni passaggio della propria carriera come la conseguenza inevitabile di una responsabilità superiore. Il Movimento 5 Stelle, nato per superare i partiti tradizionali, ha nel frattempo imparato a gestire leadership, alleanze, correnti e convenienze con una professionalità che avrebbe probabilmente scandalizzato i suoi fondatori, almeno prima che imparassero anche loro.

Bersani, osservando le tensioni del campo largo, ha invitato a smettere di insistere sulle primarie e a concentrarsi sulla costruzione di un programma comune, un suggerimento talmente ragionevole da risultare quasi sovversivo, soprattutto in una coalizione nella quale tutti sembrano concordare sulla necessità di trovare una soluzione, purché non comporti rinunciare alla propria.

Nel frattempo, il dibattito sulla legge elettorale ha riportato al centro il tema della stabilità e della rappresentanza, con proposte di premi di maggioranza e indicazione preventiva del candidato premier che sollevano interrogativi sul rapporto tra consenso elettorale e distribuzione dei seggi, perché la stabilità di governo è certamente un obiettivo legittimo, ma sarebbe utile ricordare che il Parlamento non dovrebbe essere ridotto alla semplice certificazione di decisioni prese altrove.

E mentre il centrosinistra discute della propria leadership, anche gli equilibri della destra potrebbero complicarsi, soprattutto per la presenza di Roberto Vannacci, il cui progetto politico potrebbe sottrarre consensi alla Lega e rendere meno semplice la costruzione di una coalizione compatta. Non ho improvvisamente sviluppato una passione per le sue posizioni, naturalmente, ma il paradosso di una destra che rischia di indebolirsi proprio attraverso la crescita della propria componente più radicale merita almeno di essere osservato, senza però illudersi che le divisioni degli avversari possano sostituire un progetto politico credibile.

Il problema è che nemmeno una divisione degli avversari risolverebbe la questione principale del centrosinistra, e cioè il fatto che oggi si faccia una fatica crescente a capire che cosa significhi essere di sinistra in Italia.

Perché mentre si discute di leadership, di primarie e di coalizioni, la politica progressista sembra aver progressivamente rinunciato a una parte considerevole della propria identità sociale, sostituendo il linguaggio della redistribuzione, del conflitto economico e delle condizioni materiali con quello della rappresentazione, dell'inclusione e del riconoscimento, tutti concetti importanti, ma che diventano insufficienti quando non sono accompagnati da interventi concreti sui salari, sulla precarietà, sulla sanità pubblica, sull'accesso alla casa e sulle disuguaglianze.

E qui non basta rispondere che esistono partiti che si definiscono di sinistra, perché naturalmente esistono, così come esistono programmi elettorali nei quali si parla di salario minimo, giustizia sociale e servizi pubblici. Il problema è che non riesco a riconoscere, nell'insieme dell'offerta politica attuale, una forza capace di fare di quei temi il centro non negoziabile della propria identità, di affrontare apertamente il conflitto tra lavoro e capitale, tra rendita e reddito, tra interesse collettivo e concentrazione della ricchezza, senza ridurre ogni posizione a una questione di opportunità elettorale o di compatibilità con gli equilibri della coalizione.

Perché essere di sinistra, almeno per come continuo a intendere io questa espressione, significa prima di tutto riconoscere che le disuguaglianze non sono un inconveniente inevitabile del sistema economico, ma il risultato di scelte politiche, e che proprio la politica dovrebbe intervenire per correggerle. Significa chiedersi perché chi lavora non riesca a permettersi una casa, perché l'accesso alle cure dipenda sempre più dalle disponibilità economiche, perché patrimoni enormi possano continuare ad accumularsi mentre i redditi da lavoro perdono potere d'acquisto, e soprattutto significa essere disposti a prendere posizione quando gli interessi di chi possiede molto entrano in conflitto con quelli di chi possiede poco.

Significa anche tornare a parlare seriamente di edilizia pubblica, di salari, di tassazione dei grandi patrimoni, di servizi collettivi e di città che non possono continuare a essere organizzate esclusivamente attorno agli interessi di chi può permettersele. Significa considerare la casa un diritto prima che un investimento, il lavoro uno strumento di emancipazione prima che una voce di costo e la fiscalità un mezzo per redistribuire le risorse, anziché un argomento da affrontare con particolare cautela ogni volta che rischia di infastidire qualcuno. Sono idee che appartengono alla tradizione politica della sinistra, eppure oggi sembrano sopravvivere più facilmente nelle riflessioni di singole persone che nell'identità riconoscibile di un partito, come se fossero diventate proposte troppo impegnative per chi continua a rivendicarne l'eredità.

Anzi, trovo significativo che oggi rivendicare una maggiore tassazione della ricchezza, la centralità dei servizi pubblici o il primato del lavoro sulla rendita venga spesso raccontato come un posizionamento particolarmente radicale, quando dovrebbe trattarsi del patrimonio politico più elementare di una forza che continua a definirsi di sinistra. A forza di spostare il dibattito verso il centro, abbiamo finito per considerare estremista chi propone che un lavoratore possa vivere dignitosamente nella città in cui lavora, mentre troviamo perfettamente ragionevole discutere per settimane della formula migliore per eleggere un candidato premier.

È una contraddizione che emerge anche nel modo in cui una parte della sinistra ha interpretato la cultura woke, nata da un'esigenza legittima e persino necessaria, quella di rendere visibili meccanismi di esclusione considerati normali e di ampliare le possibilità di partecipazione, ma progressivamente trasformata, in alcune sue declinazioni, in una contabilità delle identità, nella quale il valore politico di un'azione sembra dipendere più dalla categoria di appartenenza di chi la compie che dalle conseguenze concrete che produce.

L'intuizione originaria era allargare l'universalismo, non sostituirlo con una somma di rivendicazioni individuali, eppure una parte del progressismo contemporaneo sembra aver trovato più semplice modificare il linguaggio con cui descriviamo le disuguaglianze che intervenire sui meccanismi economici che continuano a riprodurle. Il risultato è una politica che sa riconoscere ogni sfumatura dell'identità personale, ma fatica a riconoscere le condizioni materiali di chi non arriva alla fine del mese, e che rischia di confondere l'adozione di un lessico progressista con la realizzazione di un programma di sinistra.

Non è una questione di contrapporre i diritti civili a quelli sociali, perché una sinistra seria dovrebbe essere in grado di occuparsi di entrambi, ma di capire che il riconoscimento, da solo, non redistribuisce ricchezza, non garantisce servizi pubblici e non modifica i rapporti di potere. Una politica che si accontenta di celebrare la diversità senza interrogarsi sulle condizioni economiche nelle quali quella diversità vive rischia di diventare perfettamente compatibile con il modello neoliberista che dovrebbe contestare.

E non è neppure una questione di nostalgia per una sinistra del passato, perché non credo che la soluzione sia recuperare un'identità ideologica immobile, ma tornare a riconoscere la funzione politica che quella tradizione aveva: rappresentare chi dispone di meno potere economico e sociale, contrastare i privilegi, allargare concretamente le possibilità di emancipazione. Se una persona può scegliere liberamente chi essere ma non può permettersi di vivere da sola, curarsi o costruire un futuro indipendente dal patrimonio familiare, abbiamo certamente ampliato una parte delle sue libertà, ma ne abbiamo lasciate altre in condizioni piuttosto precarie.

Ed è forse questa la contraddizione più interessante del Partito Democratico contemporaneo: una forza politica che continua a rivendicare la propria appartenenza alla sinistra, ma che troppo spesso sembra considerare sufficiente dichiarare i propri valori, anziché dimostrare come intenda tradurli in scelte economiche e sociali riconoscibili.

Per questo trovo poco convincente l'idea che il problema possa essere risolto semplicemente scegliendo un candidato diverso, magari recuperando Gentiloni, Gualtieri o qualche altra personalità considerata più presentabile, perché cambiare il volto della coalizione senza cambiarne il progetto significherebbe soltanto affidare a qualcun altro il compito di raccontare le stesse contraddizioni, possibilmente con una comunicazione più sobria e una migliore scelta delle camicie.

La sinistra non ha bisogno soltanto di qualcuno che possa battere Giorgia Meloni, ha bisogno di tornare a rappresentare qualcosa che esista indipendentemente da Giorgia Meloni, perché l'antifascismo, l'opposizione al governo e la difesa dei diritti sono elementi importanti di un'identità politica, ma non possono diventare l'intero contenuto di una proposta di governo.

E soprattutto dovrebbe smettere di pensare che, per battere la destra, sia necessario somigliarle abbastanza da risultare rassicurante ai suoi elettori, perché se ogni proposta di redistribuzione deve essere preventivamente attenuata, ogni conflitto economico disinnescato e ogni scelta politica subordinata alla necessità di non disturbare nessuno, alla fine si può anche riuscire a costruire una coalizione elettoralmente competitiva, ma diventa sempre più difficile spiegare perché qualcuno dovrebbe considerarla una coalizione di sinistra.

E forse è anche per questo che continuo a non riconoscermi in nessun partito, non perché consideri la militanza un'attività superata o perché trovi particolarmente intelligente dichiararsi al di sopra delle parti, ma perché penso che l'appartenenza politica dovrebbe essere la conseguenza di un'identificazione reale, non un atto di fiducia permanente verso una sigla.

Anzi, il punto è esattamente il contrario: amo la politica, mi interessa profondamente, ne riconosco il valore e continuo a considerarla lo strumento più importante che abbiamo per modificare le condizioni collettive, ed è proprio per questo che trovo così difficile aderire a un partito nel quale non riesco a riconoscere fino in fondo le idee che considero di sinistra. Non mi manca il desiderio di appartenenza, mi manca un'appartenenza che abbia un significato politico sufficientemente chiaro da poterla rivendicare senza dover passare il resto del tempo a giustificarne le contraddizioni.

Mi piacerebbe riconoscere una sinistra capace di occuparsi contemporaneamente di libertà individuali e uguaglianza sostanziale, di diritti e redistribuzione, di rappresentanza e condizioni materiali, senza trattare ogni tema come un argomento da comunicare separatamente e senza considerare la propria superiorità morale un programma elettorale.

Per il momento, invece, mi viene chiesto soprattutto di scegliere tra Schlein e Conte, mentre Giorgia Meloni continua a beneficiare delle contraddizioni di un'opposizione che non riesce a decidere che cosa vuole diventare.

L'ho già detto che non ho una tessera di partito?