Al contrario di ciò che è successo in altri paesi europei e negli Stati Uniti, il Sessantotto, in Italia, non è durato soltanto una stagione.

In Francia, ad esempio, il movimento del ‘68 si spense con la caduta politica di De Gaulle; in Gran Bretagna le classi politiche dirigenti, con i Lords in testa, memori di quello che successe ai nobili nel 1798 e nel 1848, preferirono cedere alcuni privilegi e fare delle concessioni, al fine di perpetuare le loro rendite parassitarie; e così accadde anche in altri paesi europei di più antico lignaggio. L’Italia, che aveva festeggiato il centenario dell’Unità politica da poco più di cinque anni, reagì diversamente e le cose presero un’altra piega. Non saprei dire il perché e questa, in fondo, non è neppure la sede adatta per fare un’analisi di questi motivi.

Forse è stato il desiderio di rivalsa e di riscatto di alcune schegge comuniste impazzite, astiose per l’atteggiamento di chiusura tenuto dagli americani, sin da allora, nei confronti delle sinistre, che prolungherà l’esperienza del sessantotto fuori dai limiti temporali in cui venne circoscritto negli altri paesi europei e nella stessa America, dove si esaurirà per mancanza di forza propulsiva dopo alcuni mesi, o pochissimi anni, soffocato anche dalle droghe distruttive che annacqueranno quella iniziale vitalità e quel sano furore iniziale.

Ma in Italia è nelle scuole che inizia tutto; ed è nelle scuole che esplode la protesta del sessantotto. Vediamo di capire perché, in che modo e in che forma tutto ciò avvenne.

La scuola, soprattutto l’università, era inadeguata a sostenere la scolarizzazione di massa verificatasi negli anni Sessanta. Negli anni Cinquanta i giovani italiani iscritti ai corsi di laurea erano circa duecentomila, mentre dieci anni dopo erano più che raddoppiati, per cui quella che era l’Università di élite diventò Università di massa. Gli insegnanti di ruolo erano soltanto tremila e gli spazi, i laboratori e le biblioteche erano insufficienti. L’università del tempo era dominata dai baroni e i docenti tenevano dei corsi superaffollati dove gli allievi a stento riuscivano a sentirne la voce. Soprattutto in alcune facoltà come Medicina, Ingegneria e Giurisprudenza i docenti spesso esercitavano la libera professione, considerando l’insegnamento di secondaria importanza. Solo il venticinque per cento degli studenti si laureava. Inoltre, molti giovani non condividevano più i valori dominanti nell’Italia del miracolo economico: l’individualismo, l’esaltazione della famiglia, la corsa ai consumi.

Si può e si deve dire però che il movimento rivoluzionario in Italia si trascinò per almeno un altro decennio. In questo lasso di tempo non tutti quelli che avevano conosciuto il ’68 proseguirono a fare i rivoluzionari. Anzi, una buona parte dei giovani rampanti ribelli, finita la frenesia che elettrizzava l’aria in quel magico anno, finì per cedere alle sirene del boom economico, o meglio, alla compulsione consumistica che ne fu la diretta derivazione.

Gli altri, quelli che la ribellione ce l’avevano nel sangue, proseguirono ancora per qualche anno, senza mollare di un solo centimetro nei confronti del potere formalista e borghese al quale avevano dichiarato guerra. Ma una parte di loro si accorse presto che si trattava di una battaglia persa in partenza e, a un certo punto, abbandonò il campo cercando di dimenticare la delusione della cocente sconfitta, chi alla ricerca di una carriera alternativa, chi nei tortuosi sentieri della droga, chi fuggendo lontano.

Soltanto gli irriducibili restarono sul campo e, imbracciando le armi vere, combatterono la loro rivoluzione fatta di illusioni e di teorie astratte, elaborate da filosofi sognatori, frutto di pensieri malati, fondate sul nulla. Tanto è vero che il loro assunto di base, la dittatura del proletariato, mancò proprio di quello che doveva essere l’autore principale e l’interprete della vittoriosa e gloriosa rivoluzione: il proletariato. In nome di queste teorie astruse, questi intellettuali malati di megalomania e di protagonismo storico (compagni che sbagliano, li chiamò troppo benevolmente qualcuno), disseminarono il terrore per tutta l’Italia, proclamando in deliranti comunicati l’avvento di improbabili vittorie e chiamando alla rivolta un popolo inesistente e, comunque, indisponibile a seguirli, in quella strada insanguinata di autentica violenza e intrisa di vani sogni e deliquio di onnipotenza.

E finirono per divenire gli zimbelli di quei capitalisti e imperialisti tanto odiati, come avvenne nella triste vicenda di Aldo Moro, ucciso dalle Brigate Rosse, che finirono per dare compimento a un disegno criminale che proprio i servizi segreti deviati italoamericani, avevano ordito in odio al presidente della Democrazia Cristiana, reo soltanto di essere un politico intelligente e coraggioso, che aveva compreso che l’Italia poteva salvarsi spezzando l’accerchiamento in cui i sovietici e gli americani avevano intrappolato la sua amata patria.

È con la strategia della tensione che gli italiani conoscono anche le parole “terrorismo” e “lotta armata”, che li accompagneranno in questo decennio. Il terrorismo e la lotta armata che caratterizzano l’Italia in quel tragico periodo sono di tipo ideologico in quanto si scontrano due sfere politiche diverse: la destra eversiva di stampo neofascista e la sinistra extraparlamentare “rossa”, diverse ma aventi in comune la volontà di sovvertire l’ordine costituito in Italia. Non riuscendoci.

La “strategia della tensione” è anche movimentistica ed extraparlamentare, trainata da forze politiche che sono collocate al di fuori del Parlamento (e per la maggior parte illegali).

Saranno le forze di estrema destra, di matrice neofascista, e quelle della sinistra filo-marxista a dominare la scena e a fare la parte del leone in questo periodo.

Le forze reazionarie di destra hanno avuto l’appoggio di una parte dello Stato, quello “deviato”, i servizi segreti, i servitori dello Stato cui non sta bene una preponderante forza dei comunisti, anche perché l’Italia è in una posizione delicata nell’Europa occidentale con un Partito Comunista molto forte e la paura che Roma possa passare sotto l’ala dell’Unione Sovietica è molto forte e ciò è da impedire. Le forze di sinistra, almeno inizialmente, godono invece dell’appoggio dell’Unione Sovietica.

A sinistra confluirono diversi filoni di pensiero critico e di protesta sociale: la nascita e lo sviluppo di una sinistra non istituzionale, che si distaccava dai due partiti tradizionali, considerati ormai omologati al resto del paese, e quella dei vari gruppi cattolici dissenzienti; la critica alla società dei consumi elaborata dalla Scuola di Francoforte e da Herbert Marcuse che soprattutto con la sua opera “L’uomo a una dimensione”, influenzò moltissimo i giovani di tutta Europa; i fermenti terzomondisti innescati dalle lotte di liberazione dei popoli ex coloniali e dalla guerra nel Vietnam; la lotta per l’abolizione dell’istituto del manicomio di Franco Basaglia, all’ospedale di Gorizia (vanamente osteggiato dal suo collega e antagonista Tobino); il movimento libertario giovanile sviluppatosi negli anni del “beat italiano”; il femminismo e le lotte delle donne.

Le principali organizzazioni di destra furono invece Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale e il Fronte Nazionale e i loro leader furono Pino Rauti, Stefano delle Chiaie e il generale Junio Valerio Borghese. Nella seconda metà degli anni Settanta i gruppi neofascisti più forti sono Terza Posizione e i NAR.

Questi pericolosi gruppuscoli di opposta provenienza, sinistrorsi marxisti e destrorsi fascisti, trovarono un humus ideale di ambientazione per i loro vaneggi rivoluzionari, nel fermento naturale di una società giovanile in pieno tumulto culturale, che coltivava i suoi sogni in maniera genuina e spontanea, senza retropensieri di potere; e lì, nella scuola, essi si insediarono, per fare proseliti, per influenzare e per controllare meglio i diretti avversari. Ma mentre i gruppuscoli della sinistra, esaurite le energie nella lotta nell'utopia scolastica, si trasferirono e si allargarono nelle fabbriche, le formazioni della destra fascista trovarono la loro linfa vitale nei servizi segreti, in alcuni settori della destra, esclusa ancora dall’arco costituzionale, e nei gangli malati di alcune importanti istituzioni repubblicane.

A livello di politica internazionale, i primi si saldarono idealmente con i detrattori della guerra in Vietnam, inneggiando a Mao, Che Guevara e Ho Chi Minh, mentre gli altri, i gruppi della destra rivoluzionaria e violenta, trovarono la loro sponda ideale proprio nei servizi segreti USA, uniti nella comune ossessione dell’anticomunismo e sempre preoccupati che i rossi al potere ponessero in discussione i precari equilibri del terrore faticosamente raggiunti.

La critica del movimento studentesco si rivolgeva contro il sistema capitalistico e contro i governi democristiani, ma anche contro le organizzazioni della sinistra, accusate di rinunciare a qualsiasi ipotesi di trasformazione radicale della società. Nell’immediato i partiti tradizionali si espressero contro le occupazioni. Il PCI inizialmente condannò l’estremismo di quelli che bollava come “falsi rivoluzionari borghesi”, mentre in seguito appoggiò la mobilitazione degli studenti.

Le lotte degli operai, sviluppatesi durante gli anni Sessanta nelle fabbriche, miravano a migliorare le condizioni di lavoro, radicalmente trasformate dall’introduzione della catena di montaggio, che aveva messo in crisi la professionalità dell’operaio di mestiere. L’operaio-massa chiedeva di esercitare un controllo sui ritmi del lavoro e di beneficiare dell’aumentata produttività, con aumenti uguali per tutti.

Nessuno però ha capito che si è davanti a una rivoluzione epocale: la storia umana non si era mai trovata di fronte a un simile distacco tra la generazione dei figli e dei padri; nessuno prese coscienza di questo fatto, né gli uomini politici, né gli intellettuali che rimasero tutti alla finestra, o del tutto assenti; né le gerarchie cattoliche, né tanto meno la scuola che stava vivacchiando con un bagaglio accademico elitario degli anni del fascismo.

Per la prima volta nella storia, l'aggregazione, il dialogo e il confronto delle idee, avvenivano all'esterno, nelle piazze, nelle scuole, al di fuori delle famiglie, delle parrocchie e dei circoli culturali specialistici. Nelle assemblee prendevano la parola dei giovani sconosciuti, senza un background accademico, che parlavano però come libri stampati, facendo citazioni, esponendo concetti ideologici, proclami sui massimi sistemi, slogan azzardati, temerari, utopistici, ma sentiti nell’animo sincero di chi sente di cavalcare l’onda della storia, la marea montante capace di travolgere ciò che per millenni era rimasto immobile e che era sembrato indistruttibile.

I discorsi spesso riprendevano spunto dai ciclostili che cominciavano a diffondersi nelle scuole occupate; una sorta di ordine del giorno ricco di slogan rivoluzionari. Il contenuto di questi volantini (che dovevano portare obbligatoriamente la dicitura “ciclostilati in proprio” per evitare rogne con la censura e con la legge sulla stampa) inneggiava regolarmente all’unione degli studenti medi e universitari con le forze operaie, contro la borghesia italiana e il capitalismo internazionale; poi dovevano contenere gli appuntamenti del giorno, con i diversi cortei che si concludevano, attraverso degli snodi fondamentali nei diversi istituti superiori cittadini o davanti alla sede della Provincia (responsabile della inadeguatezza dell’edilizia scolastica) oppure davanti al Provveditorato agli Studi oppure, infine, alla Facoltà di Lettere. Infatti in quelle facoltà c’era il centro nevralgico degli intellettuali di sinistra.

Se scorriamo i nomi dei leader dei movimenti, scopriamo che erano tutti militanti cresciuti nei partiti storici; erano loro che guidavano una massa di giovani ancora privi di esperienze e tutti ansiosi di liberarsi delle varie cappe di gerarchie dentro la famiglia, dentro la scuola, dentro la chiesa, nelle istituzioni. Un terreno fertile per chi voleva organizzare un gruppo, una comune, un movimento, i cosiddetti "laboratori della conoscenza", oppure dei gruppuscoli eversivi, sia da una parte che dall'altra.

A qualcuno non sembrò vera l'ora di notorietà dentro il gruppo, dove un applauso era assicurato a tutti. Nessuno resistette alla narcisistica esibizione di leggere un proclama e prendersi l'acclamazione. Ognuno viveva il protagonismo, il suo momento di eroismo, almeno per un giorno, avrebbe cantato qualcuno qualche anno più tardi.

A sinistra, il movimento più noto è quello delle Brigate Rosse. Caratterizzato da una bandiera rossa con in mezzo una stella dentro un cerchio, l’evento più tragico che questa organizzazione commette è il sequestro di Aldo Moro il 16 marzo 1978 ed il suo assassinio cinquantacinque giorni dopo, il 9 maggio. Oltre al gruppo guidato da Curcio, Franceschini, Gallinari e Moretti, altre sigle rilevanti (a livello di violenza ed ideologia) sono state Prima Linea, Potere Operaio, Avanguardia Operaia, Lotta Continua e i Proletari Armati per il Comunismo.

La città che subisce pesantemente questo clima è Milano. Il motivo è facile da intuire, perché a Milano è nato il fascismo (i Fasci di combattimento diventati poi Partito Nazionale Fascista). Milano è stata la capitale morale della Resistenza e ci sono stati i fatti di Piazzale Loreto. Ma anche nel periodo appena successivo alla fine della guerra il capoluogo lombardo ha visto la nascita dei primi gruppi neofascisti e, durante gli anni della Contestazione, inizia a diffondersi un clima di violenza molto forte tra le strade.

A Milano ci sono i “sanbabilini”, i giovani neofascisti che si radunano nella piazza di San Babila, “imbevuti” di ideologie rivoluzionarie, violenti, fanatici e al centro della cronaca nera locale con pestaggi ed omicidi di nemici “rossi”. L’apice della stagione “sanbabilina” è il “giovedì nero” quando, il 12 aprile 1973, a seguito del lancio di due bombe contro le forze dell’ordine dopo l’annullamento del comizio del leader missino calabrese Ciccio Franco, muore il poliziotto Antonio Marino.

Roma diviene la “capitale” della seconda parte della “strategia della tensione”, caratterizzata da un’impennata della violenza e delle morti. La prima azione è l’omicidio del magistrato Vittorio Occorsio il 10 luglio 1976 a Roma per mano dell’ordinovista Pierluigi Concutelli: i “neri” colpiscono per la prima volta un simbolo dello Stato, ora diventato nemico. Sono due i momenti più caldi di quel periodo: la morte dello studente greco Mikis Mantakas (28 febbraio 1978) e la strage di Acca Larentia (8 gennaio 1978), punto di non ritorno di una generazione di militanti di destra a Roma.

Per l’estrema sinistra, il periodo più caldo è il quadriennio 1974-1978, iniziato con la morte dei missini padovani Graziano Giralucci e Giuseppe Mazzola.

Il culmine della violenza delle Brigate Rosse resta comunque l’assassinio di Aldo Moro. Il revisionismo in casa socialista fu fatto con la rivalutazione del pensiero socialista libertario rispetto al marxismo, che culminò nel saggio scritto dallo stesso Craxi, apparso su L'Espresso del 27 agosto 1978, intitolato «Il Vangelo socialista», nel quale criticava aspramente le dottrine di Karl Marx, propugnando un socialismo democratico e liberale e condannando senza appello il leninismo.

Dopo la bocciatura di quattro quesiti da parte della Corte Costituzionale e il superamento parlamentare di altri due, nel 1978 si vota per l'abrogazione della legge Reale e del finanziamento pubblico ai partiti. La campagna referendaria comincia in un periodo particolare dell'Italia repubblicana: il 9 maggio 1978 fu ritrovato il cadavere di Aldo Moro, rapito due mesi prima dalle Brigate Rosse, e cinque giorni dopo si svolsero le elezioni amministrative che premiarono la DC e punirono il PCI, che perse circa l'8% dei voti rispetto alle elezioni nazionali dei due anni precedenti. Proprio i comunisti, sulla legge Reale, erano colti in contraddizione: tre anni prima, al momento dell'approvazione, avevano votato contro, salvo poi cambiare idea e dichiararsi favorevoli al suo mantenimento, insieme a DC, PSI, PRI e PSDI. Quanto al secondo quesito, quello sul finanziamento pubblico dei partiti, i radicali ne chiesero la cancellazione, insieme ai socialisti e a Democrazia Proletaria.

Il 1978 è il settimo anno della presidenza Leone che si sarebbe dovuta concludere a dicembre, ma verrà invece interrotta il 15 giugno dalle sue dimissioni. Il 9 luglio verrà eletto al suo posto Sandro Pertini. Siamo nella VII Legislatura. L’anno è dominato da Andreotti, suddiviso tra il suo III e il suo IV governo. Qualcuno, davanti al corpo esanime di Aldo Moro, adagiato senza vita nel bagagliaio di un’auto francese, parcheggiata a metà strada tra la sede del PCI e quella della DC, in quella mattina del 9 maggio 1978, esclamò: “Qui finisce la Prima Repubblica”.

Visse ancora per quindici anni, la prima repubblica, ma il sangue innocente di Aldo Moro incombeva sulla classe politica residua. Su tutti quegli attori indifferenti, spietati, calcolatori, conigli, piagnoni, spavaldi, sempre più arroganti, più avidi, sempre più protetti dai fedeli uomini in divisa, di cui si facevano scudo, dalle auto blindate, dalle case sorvegliate; sempre più distanti dal popolo. Su tutti, anche su quelli che tentarono, o fecero finta di tentare, di volerlo salvare dalle grinfie unte di sangue, di grasso, d’inchiostro e di pecunia dei terroristi della stella a cinque punte.

In quei terribili cinquantacinque giorni, che il presidente della DC trascorse nella prigione del popolo, andò in scena tutta la pochezza, l’incapacità, la sudditanza, la vigliaccheria di un’intera classe politica che si barricò dietro la ragion di Stato e dietro le falsità di comodo pur di non compiere quel gesto che avrebbe salvato la vita all’ultimo statista della prima repubblica.

È vero che qualcuno, come Fanfani e Bettino Craxi, fece dei tentativi appena credibili per salvare la vita ad Aldo Moro, ma resta netta l’impressione percepita dall’opinione pubblica italiana che si staccò per sempre da quella classe politica e si vendicò, di pancia, quindici anni dopo, quando scoppiò lo scandalo di Tangentopoli, emettendo una sentenza popolare di condanna senz’appello nei suoi confronti.