Quando ho saputo che sarei dovuto andare a Chicago, in un primo momento mi sono rammaricato del poco tempo che avrei avuto a disposizione per godermi appieno la città. Al netto degli impegni inderogabili, il tempo libero era davvero ridotto. Così mi sono dato un obiettivo: ricercare le location più iconiche di Chicago che hanno fatto da set ad alcuni dei film per me più importanti.
Già dall’aereo, in arrivo in aeroporto, ho potuto percepire la scala di questa grande metropoli, ben diversa da quella a cui sono abituato. Da appassionato di volo scelgo sempre il posto finestrino per seguire le fasi di decollo e atterraggio, eppure non mi era mai capitato un atterraggio in parallelo con un altro aereo. Lo avevo già notato in fase di discesa e avevo pensato che uno dei due avrebbe dato precedenza all’altro. Invece no. Per il numero di piste che l’aeroporto O’Hare possiede, era un caso di assoluta normalità.
Quattro terminal, centinaia di gate, una quantità di velivoli di ogni misura disseminati ovunque, oltre a quelli in coda per la partenza o in fila dopo il contatto con la pista.
Immensità. È la prima sensazione che ho provato al primo impatto con Chicago. Una percezione confermata poi all’uscita del terminal: strade enormi e trafficate di mezzi che chiamare auto sarebbe riduttivo, dato che la più piccola superava un nostro grosso SUV. Ed in effetti l’Uber che mi ha portato in centro non aveva sedili, ma poltrone. Nel tragitto ho avuto modo di apprezzare le varie stazioni della metropolitana, famosa per i suoi tratti sopraelevati.
Finalmente, dopo un po', si è mostrato lo skyline del centro con i suoi grattacieli scintillanti. Uno scenario imponente, anche se la reale grandezza di questi edifici ti assale solo quando ci sei proprio vicino. Nonostante le migliaia, forse milioni di luci, lo skyline serale trasmette comunque una sfumatura cupa, capace di farti sprofondare all'istante nelle atmosfere rarefatte della Gotham City di Christopher Nolan ne Il cavaliere oscuro. Ti aspetti quasi di vedere nel cielo il Bat-segnale disegnato dalla luce di un faro. È la mia prima, vera suggestione cinematografica.
Quello che ancora non sapevo è che queste suggestioni mi sarebbero venute incontro da sole, senza neanche prendermi il disturbo di andare a cercarle. Infatti, giusto il tempo di raggiungere l’appartamento che mi avrebbe ospitato ed eccomi precipitato in un grande film.
Suggestioni da Shining
L’immobile del quale l’appartamento fa parte era, in passato, un elegante hotel in auge nel secolo scorso. È stato ristrutturato creando appartamenti per lavoratori ma anche per studenti, essendo situato nei pressi del centro universitario. Come molti palazzi nei dintorni, la facciata ha mantenuto le caratteristiche decorazioni e la classica tettoia sulla porta d’ingresso, sormontata dal vecchio nome dell’albergo: un cimelio che mostra i segni del tempo, conferendo un’aria un po' decadente che ben si concilia con l’atmosfera che mi ha accolto all’interno.
Gli appartamenti si aprono su lunghi corridoi, un po' cupi se non fosse per l’illuminazione, del tutto simili alla memorabile scena del capolavoro di Stanley Kubrick in cui, mentre il bambino gioca in triciclo, in fondo al corridoio appaiono i fantasmi delle due gemelline. Non ho resistito ed ho mandato una foto ai miei amici con la didascalia:
Non vi sembra di vedere due gemelline, lì in fondo?
Sulle tracce dei Blues Brothers
La sera seguente siamo andati in una di quelle mega-multisale cinematografiche, dove ho potuto seguire il fenomeno del momento, Oppenheimer di Christopher Nolan, in lingua originale. Ho apprezzato molto il contesto di quelle poltrone iperavvolgenti, capaci di trasformarsi quasi in letti veri e propri. La vera sorpresa, però, l’avevo avuta nell’atrio del multisala: una gigantografia di Elwood e Joliet Jake, i Blues Brothers, protagonisti del cult di John Landis, un film che è per sempre nell’empireo dei miei preferiti.
Si tratta di un'opera epocale che è anche un omaggio a Chicago come polo di eccellenza musicale, le cui atmosfere ho ritrovato nei giorni seguenti girando per la città, anche se avrei voluto ripercorrere i luoghi reali in una specie di pellegrinaggio-tributo. Per esempio, ho incrociato una chiesa che mi ha ricordato quella che ospitava il mitico James Brown, il Godfather of Soul, nelle vesti di un acceso pastore nella scena in cui Jake “vede la luce”.
E poi la L, la metro che viaggia su una sterminata strada di ferro tra i palazzi della città, un lungo ponte di metallo sotto il quale corrono le auto. Mi sono soffermato qualche minuto guardando scorrere un treno dopo l’altro, ritrovando le parole del buon Elwood che diceva al fratello che i treni “passano così spesso che non ci si fa più caso”.
Ancora, quando ho raggiunto il Riverwalk, il lungofiume con tutti i suoi ponti mobili, ho rivissuto la scena del salto dell’indistruttibile nuova Bluesmobile, che vola da un capo all’altro di un ponte che si sta aprendo, atterrando con successo. “Rimettici l’accendino”, dirà Jake, visibilmente colpito. Infine, la Daley Plaza, conosciuta da tutti per la statua di Picasso, dove termina l’inseguimento più pazzo della storia del cinema, con un esercito fra forze di polizia, militari e perfino pompieri a dare la caccia ai due fuggitivi asserragliati nel palazzo della contea.
Gli Intoccabili, dentro Union Station
Sempre girando per il cuore del centro, il cosiddetto Loop, mi sono imbattuto in un altro luogo che ha un posto di rilievo nell’immaginario collettivo: la Union Station. Nel film di Brian De Palma, ambientato nella Chicago degli anni Trenta alla fine dell’epopea di Al Capone (interpretato da un immenso Robert De Niro), nella stazione si svolge una delle scene clou. La cattura di un testimone fondamentale avviene proprio sulla scalinata che porta alla grande sala d’attesa.
Ed è proprio lì sotto che mi sono appostato per scattare una fotografia, immerso nel ricordo di quell'azione epica, che fra l’altro contiene un colto omaggio alla famosa sequenza della carrozzina del film sovietico La corazzata Potëmkin. Per arricchire il pathos, infatti, il regista inserisce una carrozzina sfuggita alla madre che rotola giù per i gradini, prefigurando una triste sorte per il bimbo al suo interno, prontamente salvato dal provvidenziale personaggio di Andy Garcia. Indimenticabile il serrato dialogo con Kevin Costner: “Ce l'hai?” – “Ce l'ho”, risponde armando il cane della pistola.
Un testimone inaspettato
Il flusso delle suggestioni ormai era diventato inarrestabile. Mentre stavo assaporando le sensazioni legate alle atmosfere de Gli Intoccabili, sono stato improvvisamente proiettato, in modo del tutto inaspettato, su un altro set. Nella sala d’attesa della stazione c’erano diversi gruppi di Amish, la comunità religiosa nota per il rifiuto della modernità.
Anche se quel mondo faceva da sfondo alle vicende di Harrison Ford nel celebre film Witness - Il testimone (ambientato in Pennsylvania e non a Chicago), mi è tornato immediatamente in mente vedendo quelle persone vestite esattamente come nella pellicola. È stato davvero come sentirsi su un vero set cinematografico. L’unica nota stridente con il mio immaginario è stata vedere alcuni di loro impegnati a mangiare della pizza dai cartoni di una famosa catena di fast food. Una sensazione perfettamente in linea con le continue sorprese che mi hanno accolto nei giorni della mia permanenza a Chicago, che si è rivelata davvero una Sweet Home, proprio come cantavano i Blues Brothers.














