21 giugno (martedì). Da Tahiti, dopo quattro ore di vasto oceano, alle 11 atterriamo su di un puntino detto American Samoa, chiamato così perché sono isole sotto sovranità degli Stati Uniti ed anche per distinguerle dalle Samoa indipendenti che si trovano più a ovest, subito oltre la Date Line: due Samoa vicinissime ma con un giorno di differenza. Queste sette isole, delle quali Tutuila è la principale, non sono ancora un territorio incorporato degli USA e i suoi abitanti sono cittadini statunitensi “nazionali”, con uno status giuridico diverso rispetto ai cittadini a pieno titolo. L’isola vista dall’alto ha una forma intrigante, piena di insenature, golfi, baie e l’aeroporto è praticamente sul mare. La moneta in uso è ovviamente il dollaro americano.
La capitale Pago Pago dista 8 miglia, scartare il taxi ed allungarsi a prendere un minibus pubblico alla fermata sulla strada principale è un’esperienza unica, dai tempi talmente lunghi e soporiferi da rendere Valentina, lo svizzero Mathis e il sottoscritto piacevolmente increduli.
Stiamo andando ad una capitale che conta poco più di tremila abitanti seguendo la strada litoranea a lato dell’oceano, ogni tanto un passeggero avverte che deve scendere ma non sulla strada in una fermata com’è d’uso da noi, l’autista gira per una strada sterrata in mezzo a campagna per chilometri e tutti lo accompagniamo fino davanti a casa. Torna poi lentamente sulla strada principale e ciò si ripete per gran parte dei passeggeri.
Una signora fa addirittura fermare il mezzo per fare la spesa e tutti aspettiamo che finisca con comodo senza un lamento, nessuno accenna a lamentarsi: una dimensione dai “ritmi dilatati” che testimonia uno spirito di grande tolleranza reciproca e generosa umanità. Sorprendenti anche le tombe dei familiari defunti, pulite e ordinate poste in bella vista nei cortili di tutte le case, come pure le musiche samoane sparate a tutto volume in contrasto con la miriade di decorazioni religiose appese nella carrozzeria artigianale in legno ed i volti assonnati della gente. Apprendiamo, inoltre, che questi caratteristici autobus dai colori vivaci del trasporto pubblico sono chiamati aiga buses, perché in samoano la parola aiga significa famiglia e molti di questi mezzi sono gestiti da famiglie locali. Un primo approccio per noi utile a capire meglio questo popolo ed anche a confrontare Tahiti con Samoa, due tipi di polinesiani differenti. Alla fine, per fare 10km abbiamo impiegato quasi due ore: da tenere presente quando dobbiamo tornare all’aeroporto per partire.
Bellissima e scenografica la baia vulcanica che bagna Pago Pago, un mix di villaggio tradizionale e avamposto americano, attorniato da case colorate sparse sulle colline verdi; ci appare come un luogo veramente remoto, autentico e poco sviluppato, con un palpabile senso di comunità basato sulla pesca e una modernizzazione appena agli inizi. La vita ruota attorno al porto, con navi militari, pescherecci e qualche cargo: lo scenario è quello di un attracco tropicale remoto, metà villaggio polinesiano e metà avamposto americano. Poche strade asfaltate, edifici semplici e pochi alberghi: non vediamo turisti in giro, certamente non è una meta turistica di massa, ed anche la gente ci appare un po' riservata e per niente “internazionale”. I cinesi però, quelli ci sono pure qui.
Mathis preso da tanto beato isolamento la spara alla sua maniera: “Tahiti, Seychelles e Acapulco, al confronto sono covi di ricchi fascisti in ferie”.
Gli alloggi economici sono pochi e in prevalenza legati alla vita locale, per lavoratori, marinai o viaggiatori solitari come noi, più che al turismo organizzato. Ci dicono che la soluzione più comune è presso qualche famiglia ed è il figlio di un negoziante cinese che ci accompagna all’ostello situato su per un sentiero appena fuori città e comunque gestito da una famiglia samoana. È un’abitazione semplice a forma ovale che qui chiamano fale, col tetto in foglie di palma intrecciate e la stanza per dormire composta da una piattaforma aperta ai lati. Si dorme al suolo su stuoie per 3 US$ a testa e nel vederci perplessi la titolare rassicura: “Per chi non è abituato può sembrare spoglia, ma è ventilata e fresca, perfetta per il clima tropicale”. Certo, nulla da dire, il contesto è autentico!
Siamo in un punto noto come la “collina della televisione” per un’alta antenna tv in ferro utile pure a noi come punto di riferimento. Accanto alla costruzione dell’esotico ostello c’è l’abitazione famigliare e nel retro un paio di tombe dipinte di fresco e molto curate; chiediamo alla sorridente titolare di nome Lupe, perché non portano i morti in un cimitero, e lei è felicissima di esserci utile: “Nella cultura samoana la terra di famiglia ha un valore profondissimo, per questo i defunti vengono sepolti nel terreno familiare e restano simbolicamente parte della vita quotidiana. Nel rispetto della memoria le tombe vicino casa facilitano la cura e il ricordo”. È quindi il modo di mantenere un legame con la famiglia anche dopo la morte e non è visto come qualcosa di inquietante, al contrario, è un segno di continuità tra vivi e antenati. In teoria, le persone care restano “fisicamente” presenti nel cortile di casa e non muoiono mai. Il culto degli antenati ci pare ora evidente essere comune a tutti i popoli polinesiani, accomunati da storia, lingua e tradizioni oceaniche. Lupe completa il concetto: “Per noi, la vita ruota attorno alla famiglia, alla comunità e al rispetto delle tradizioni, più che alla produttività o alla velocità”.
Mentre parla, Lupe si strofina i capelli ricci con un olio profumato che chiama Maloi, mi segno il nome perché a me piace acquistare essenze esotiche impossibili da trovare da noi. In tono scherzoso aggiunge: “Così tengo lontano Tupapao, quello cattivo, e vicino quello buono”. Vede che mi segno ogni cosa e non può esimersi da spiegarci chi è questo signore: “Può capitare di essere posseduti da Tupapao, un essere malefico. In tal caso bisogna andare dallo stregone che, pregando, ti sfrega dell’aglio sulle spalle e del limone sulla fronte e ti libera dal Tupapao cattivo per far posto al Tupapao buono”.
Una classica lotta tra il bene e il male. Lamenta però che gli stregoni bravi sono sempre più rari, il migliore rimasto è un anziano signore cieco molto apprezzato e seguito.
Risolto con l’alloggio, torniamo in centro per cercare di capire un po' meglio questa capitale dal nome così poetico ed immaginifico. Gira e rigira, l’attrazione principale rimane la natura del porto stesso, una baia stretta circondata da montagne verdi ricoperte da una foresta tropicale fittissima. Ci spiegano che un sentiero conduce sul monte Alava da dove si gode una veduta spettacolare del Pago Pago Harbour e dell’intero golfo. Quel poco di architettura coloniale esistente la vediamo nelle chiese missionarie storiche, in prevalenza protestanti, raccolte principalmente nei sobborghi di Fagatogo e Utelei. In più occasioni ci invitano a restare fino a domenica per assistere alla consueta festa di cori samoani dopo la messa domenicale, ma noi non restiamo così a lungo. A fine giornata ci appare chiaro che a Pago Pago non ci sono grandi attrazioni o monumenti particolari, il fascino di quest’isola sta proprio nel vivere un Pacifico ancora autentico che ci fa sentire “ai confini del mondo”.
Ancora prima delle 18 il sole tramonta alle spalle dei monti, il crepuscolo è breve e fa buio abbastanza rapidamente, molto più velocemente rispetto all’Italia, ed è così per tutto l’anno perché siamo vicini all’equatore. Facciamo una carrellata dei locali di ristorazione per cenare, che troviamo quasi tutti affacciati sul porto o nei suoi dintorni. Il Rainmaker è il più curato e frequentato dai residenti bianchi e dai funzionari americani, ma è anche il più caro.
Entriamo a curiosare anche al ristorante del Sadie Thompson Inn e questo, assieme ai bunker della Seconda guerra mondiale, è forse il vero monumento di Pago Pago. Dalle foto e le locandine affisse alle pareti emerge che W. Somerset Maugham, uno degli scrittori britannici più famosi della prima metà del Novecento, alloggiò qui nel 1916 durante una sosta forzata nelle Samoa e da quella esperienza trasse ispirazione per il celebre racconto Rain pubblicato nel 1921, incentrato su una donna “scandalosa” di nome Sadie Thompson.
Da ciò che leggiamo, il nome della locanda è proprio in omaggio al personaggio del racconto e per decenni è stato uno dei luoghi più famosi di Pago Pago, quasi un simbolo letterario del Pacifico tropicale. Diamo un’occhiata al menù: la cucina mescola tradizione polinesiana e influenza americana. I cibi tipici ruotano soprattutto attorno a pesce, pollo, maiale, cocco, taro (un tubero tipo patata) e frutta tropicale, ma pure qui l’atmosfera per noi tre è vagamente “leziosa” ed i prezzi troppo alti. Dobbiamo ripiegare su piccoli chioschi samoani e ristorantini legati ai marinai e agli equipaggi delle navi.
Troviamo il locale giusto per noi, bazzicato da pescatori e militari americani, con un lungo bancone, grandi ventilatori al soffitto ed il jukebox che alterna musica country e hawaiana di sottofondo. Ordiniamo tre birre Hinano, prodotte a Tahiti, ed il piatto tipico chiamato “palusami”, ovvero pesce in foglie di taro cotte con crema di cocco: discreto ma da non ripetere. Leghiamo con Jack Masci, un italo-americano insegnante di matematica originario di un piccolo paese in provincia di Potenza e finito a Pago Pago per una serie di circostanze che in tono ironico definisce: “Difficili da spiegare”. Forse perché già un po' brillo.
Jack o Giovanni si rivela comunque prezioso nello spiegarci in modo sommario le varie differenze del popolo polinesiano: “L’espressione popoli polinesiani è giusta per indicare l’insieme delle culture native della Polinesia accomunate da storia, lingua e tradizioni oceaniche. Dentro quest’area però si svilupparono culture strettamente collegate. È un po’ come dire popoli slavi o popoli nordici: corretto, ma molto generale”.
Jack è davvero simpatico nel suo modo di “salire in cattedra” per spiegare con toni e gesti da deformazione professionale: “Tra i principali popoli polinesiani ci sono samoani, maori, hawaiani, tahitiani, tongani, gli abitanti delle Tuvali e quelli delle isole Cook, tutti uguali e tutti diversi”. Approfittiamo per chiedere come mai queste Samoa sono diventate americane. Jack si accende in viso: “Molto facile da spiegare!”.
E parte a raffica: “I primi europei arrivarono qui nel XVIII secolo e poco dopo le Samoa erano invase da missionari, commercianti, balenieri e dalle marine militari europee e americane. In breve, i preti convertirono quasi tutta la popolazione al cristianesimo, cambiando profondamente la società samoana, come avvenne nel resto della Polinesia. Poi, alla fine dell’800, Germania, Regno Unito e Stati Uniti si contendevano il controllo delle Samoa, soprattutto per il porto strategico di Pago Pago, uno dei migliori porti naturali del Pacifico. Con un accordo tra le parti, nel 1899 le isole vennero divise: la parte occidentale alla Germania, poi diventata l’attuale Samoa, e quella orientale divenne territorio americano. Oggi sono sotto la sovranità degli Stati Uniti, ma non sono uno stato federato come le Hawaii, e conservano una forte identità samoana”. Jack non ci molla, ci accompagna fin su all’ostello, lungo un sentiero in salita senza luce, e poi fa ritorno al porto per continuare a bere con altra gente ed altre storie.
22 giugno (mercoledì). Notte con un clima perfetto, solo un po' umido: il corpo in certi orari, specie all’alba, si integra perfettamente con l’aria e l’atmosfera, grazie ad una temperatura ideale. E, per fortuna, non ci sono zanzare. Dopo una semplice colazione all’occidentale preparata dalla sempre sorridente Lupe, a base di pane, burro, marmellata e caffè, andiamo giù a coricarci in spiaggia, dove troviamo un catamarano ed alcune barche a vela provenienti dall’Australia e dalla Nuova Zelanda ancorate a pochi metri dalla riva. Questa baia è veramente molto protetta, come un lago interno; l’unico neo sono i moscerini pungitori, detti sandflies in inglese, piccolissimi insetti nella sabbia, quasi invisibili, ma con punture che possono prudere parecchio. I samoani riguardo a ciò dicono di proteggersi con gli arbusti di “citronel”, fatti bollire e bevuti come un tè o una tisana.
Oggi si parte di nuovo: saliamo all’ostello a salutare Lupe e alle 10 ci sistemiamo su di una panca del massiccio aiga buses di colore giallo diretto all’aeroporto. Il biglietto, US$ 1,50, potrebbe sembrare caro, ma se si considera il “viaggio” e le sue varianti per arrivare a destinazione, è un prezzo decisamente onesto.















