Sarebbe molto schizofrenico indicare un insieme credibile di soluzioni, a riguardo dell’economia e di un nuovo modello sociale, tacendo – ovvero accettando – quanto caratterizza un altro aspetto fondamentale della vita geopolitica del Pianeta: vale a dire la perdurante gerarchia tra i Paesi che possiedono e possono utilizzare armi termonucleari e quelli che tale “facoltà” non sono in condizione di esercitare.
Certamente, non sarebbe una soluzione suggerire che tutti o quasi tutti i Paesi si dotino di tali mezzi; e la vera sfida, dunque, consisterebbe – almeno a livello di teorie – nel delineare come giungere ad un effettivo disarmo; ovvero, come rendere inutili tali arsenali e riuscire a relegarli al cosiddetto Museo della Storia (dove si potrebbero andare a studiare ai soli fini didattici).
Un’altra possibile soluzione sembrerebbe quella di introdurre un’arma ancora più temibile e letale, ma meno complicata da conseguire (vale a dire senza bisogno di aprire le note problematiche connesse all’“arricchimento” del materiale di base); essa, probabilmente è legata alle scoperte di Ettore Majorana a proposito della trasmutazione della materia e delle enormi quantità di energia che si sprigionano durante tali operazioni; è altresì noto che i progressi nella fusione hanno interessato molti Servizi Segreti ovvero le stesse Forze Armate, che si sono impegnate al fine di contrastare la diffusione di tali prospettive; non si sa se più preoccupate dalla loro maggiore facilità di approntamento – rispetto alle energie da fissione – oppure dalla enorme quantità della forza o energia da trasmutazione.
Ma si faccia un passo indietro: con le tragedia di Hiroshima e Nagasaki inizia l’era nucleare o atomica vera e propria; altri Paesi si doteranno di tali armi (dopo gli USA, subito URSS, Francia e Inghilterra, Paesi che fanno parte di quelli che, in sede ONU, hanno potere di veto sulle decisioni più importanti; e siccome la Repubblica Popolare Cinese non poteva non essere la quinta di tali potenze, ecco un'altra realtà che deve disporre di un’attrezzatura del genere; poi Israele, ovviamente; India e Pakistan, onde evitare che uno dei due non possegga tale tecnologia; infine, qualche asimmetria, almeno apparente, come la Corea del Nord, in attesa dell’Iran e, se così fosse, non potranno mancare l’Arabia Saudita e chissà chi altro).
Ciò che lega e connette tutte queste situazioni è, certamente, il fatto che – non sembri per niente un paradosso – la (reciproca) minaccia, e si sottolinea, reciproca, ne costituisce la giustificazione funzionale e sistemica: ovvero, non si usano tali armi se non si vuole essere colpiti, a propria volta, da esse.
La Storia del terrore atomico tra le due superpotenze – dopo la Seconda Guerra Mondiale e fino alla caduta del Muro di Berlino – sembra portare acqua al mulino di chi sostiene l’utilità di tale deterrenza; l’unico “disarmo” termonucleare riguarda l’Ucraina, in possesso di un enorme arsenale al crollo dell’URSS e, quindi, spinta a disarmarsi a fronte di impegni – da parte della Federazione Russa – di rispettarne i confini (accordo che avrebbe funzionato, ispirando una qualche alternativa agli equilibri del settore, se le potenze europee -da sempre avverse alla Russia in quanto tale - non avessero soffiato sul fuoco dell’Ucraina stessa in termini di aggressioni e minacce “tradizionali” ai territori ucraini e filorussi fino all’esito di una guerra che poteva, benissimo, venire evitata).
Attualmente, la geopolitica non indica niente di buono: alcuni Paesi aspirano al possesso di armi termonucleari, nella migliore delle ipotesi, per stare tranquilli a livello della soluzione di taluni conflitti. Con la stessa logica che è all’origine o, comunque, alla base di alcuni conflitti importanti nell’Asia occidentale e non solo, altri Paesi, attualmente dell’Unione Europea - come la stessa Finlandia - potrebbero volersi dotare di tali arsenali per scongiurare le ipotesi di aggressione (o qualcosa del genere) da parte di qualsiasi vicino.
Le armi convenzionali servono soprattutto a chi le produce a fini di profitto; ma non bisogna, di certo, essere esperti militari per capire che non è su tale terreno che si vincono o si perdono le guerre; quindi, il primo passo, ai fini di una crescita della consapevolezza, dovrebbe essere quello di ridurre gli armamenti tradizionali; essi, infatti, non servono più quasi a niente (in termini di difesa di un Paese). Per non parlare, ad esempio, del fiorente commercio, nei Balcani e non solo - di gran parte delle armi destinate dagli intelligentissimi "Occidentali" all'Ucraina.
Addirittura, si assiste al paradosso del crescente spiazzamento – per quanto attiene le armi più moderne e sofisticate – da parte degli ordigni di caratura inferiore: ciò accade perché il costo (ed i tempi di produzione) di questi ultimi sono molto più bassi dei primi; sicché, ad esempio gli Stati Uniti d’America, possono trovarsi in difficoltà – proprio per le loro avanzatissime (ma costosissime) attrezzature – di fronte a Paesi (che subiscono i loro attacchi) epperò che sono, altresì, in grado di disporre di tantissime armi che si producono in fretta e richiedono un decimo od un trentesimo delle risorse necessarie ad ottenere ordigni strepitosamente più avanzati ed avveniristici.
D’altra parte, se gli stessi Stati Uniti, leader nell’approntamento dei mezzi militari più efficaci già nella seconda metà del XIX secolo, a maggior ragione fino al termine del XX o, almeno, alla caduta del Muro di Berlino, oggi stanno vivendo la situazione di continue strozzature nella produzione di componenti le più richieste – ad esempio nelle guerre ucraina ed iraniana – vuol dire che qualcosa di veramente profondo si è modificato nel sistema geopolitico e finanziario internazionale.
Ma come liberarsi anche – e soprattutto – delle armi nucleari (ovvero di attrezzature, ipoteticamente, ancora più temibili, letali e distruttive)?
Finora non si è potuti andare oltre gli accordi (multilaterali o bilaterali o dichiarazioni unilaterali) per la limitazione di tali armi: al di là dei successi e degli insuccessi in materia, però, è sempre mancato l’ingrediente più importante.
Vale a dire una cultura diversa, finalizzata ad un cambiamento decisivo nei rapporti internazionali e fra gli esseri umani in generale: se l’aggressività, il tentativo di prevalere sul vicino, la massimizzazione dei propri vantaggi al prezzo dell’altrui danno, la negazione della cooperazione come principio prioritario nelle relazioni a ogni livello non lasceranno il posto al loro esatto opposto; l’unica strada che rimane aperta appare quella della distruzione.
Oggi, infatti, le stesse tecnologie e le reti a tutti i livelli, rendono necessari e inevitabili – salvo aderire al più “cupio dissolvi” – cambiamenti nel fronteggiare sfide che hanno le loro radici nell’economia, nella socialità e nella Natura; in altri termini, attualmente, gli umani sono molto più esposti, a catastrofi di ogni genere, di quanto non fossero uno o due secoli fa; senza la soluzione ai vari problemi che risulta necessario affrontare (superamento del modello capitalistico e inizio di una nuova era sociale ed economica, ridimensionamento ed eliminazione degli arsenali bellici, impostazione delle relazioni a tutti i livelli sul principio “vinci tu che vinco io” invece che su quello antiaristotelico dell’homo homini lupus) le possibili catastrofi - di vario tipo - registreranno situazioni sempre più insostenibili ed irrisolvibili.
Lo sforzo di crescita della coscienza, quindi, porta a vedere un mondo completamente diverso dall’attuale, dove non siano più necessarie - perché inutili - le armi, la repressione, le esclusioni, le vendette e tutte le ritorsioni.
Questo secolo ed il presente millennio si aprirono con gli attentati dell’11 settembre: al di là della ricostruzione di cosa ci fosse dietro (su cui esiste già una consistente letteratura), si intraprese la strada di attaccare interi Paesi dove – ammesso, e non concesso, ci fossero responsabilità, mandanti di qualche tipo e collusioni – il prezzo maggiore o, addirittura, esclusivo, veniva pagato da intere popolazioni del tutto innocenti ed estranee, per non dire avverse, rispetto ad attentatori, terrorismi, nemici dell’establishment internazionale (che dir si voglia); l’azione degli Usa e dei loro alleati – più o meno decisi o decisivi – ha portato a una situazione crescentemente conflittuale in cui il danno vero, anche generazionale, viene sofferto da estranei alle minacce “anti-occidentali”.
Anzi, molto spesso si tratta di giovani (e non solo) che aspirerebbero agli standard di vita occidentali o, almeno, a quanto certa propaganda racconta; la situazione implica costi crescenti di ogni tipo e per tutti, con vantaggi per una minoranza sempre più infima; si richiedono, quindi, soluzioni di un livello notevole, probabilmente fuori dalla portata di chi, pure in base a criteri di legalità, detiene, attualmente, le cosiddette leve del potere.
Nelle realtà più popolose e meno agiate del Pianeta il 60-70% è costituito da giovani; spesso da giovanissimi o “Gen Z”, nati dal 1998 a tempi ancora più recenti; essi si sono dimostrati – dall’Africa e da certe parti dell’Europa alla Cina, al Sud America, negli stessi USA e tantissimo in India (Rizzi 2026) – pronti all’azione; a volte in modo velleitario, a volte trascinati da qualche “social” non necessariamente ben o chiaramente intenzionato, ma sempre alieni dal seguire quanto fosse riconducibile al sistema ed alle sue false opposizioni; molte volte hanno inseguito destre estreme – cosiddette sovraniste – proprio perché considerabili, in qualche modo, anti-sistema; altre volte, come negli USA, rifiutando la versione del Trump alternativo al sistema stesso, stanno abbracciando letture che potrebbero, sicuramente, venir etichettate come di estrema sinistra e, laggiù, sarebbe tutto un programma!
In ogni caso, è esperienza comune che “i giovani” non siano interessati alla politica od al cambiamento (anche perché schiavi o fortemente condizionati dal web e dintorni); in realtà, si è invece visto che essi, di fronte ad emergenze sanno muoversi nella direzione eticamente auspicabile (solidarietà ed aiuto verso chi ha più bisogno); quindi, il punto è che essi entreranno in campo o in vista di qualche vero mutamento radicale (eventuali emergenze non tali per manipolazione del sistema stesso, ma per ben altre situazioni) o in occasione di qualcosa di profondamente diverso da quanto le vecchie generazioni continueranno a difendere o – il che, purtroppo è lo stesso – ad attaccare.
Oggi, ancora prevale una rappresentazione dei fenomeni basata sulla paura, l’ignoranza, il senso dell’ineluttabile: queste istanze saranno battute e superate da una diversa impostazione che, al posto del conflitto, ponga il dialogo, l’autonomia e il convincimento che un mondo migliore non solo sia auspicabile e necessario, ma anche accessibile.















