28 giugno (martedì). Alle 22 atterriamo al Nadi International Airport, nella parte occidentale dell’isola di Viti Levu, quella più turistica, più secca e soleggiata, mentre la capitale Suva è sulla costa sud-orientale a parecchie ore di strada, città più grande, amministrativa, ed anche più umida e spesso piovosa.

All’ingresso abbiamo subito un diverbio con il funzionario di dogana che minaccia di non concedere il visto perché sprovvisti del biglietto di uscita dall’Australia. Vuole vedere il prosieguo del viaggio, probabilmente per disposizioni a tutela del governo australiano. Il biglietto a miglia acquistato a Londra, dopo le Figi, comprende la sosta in Nuova Zelanda e termina a Sydney, senza la destinazione successiva che intendiamo valutare ed acquistare sul posto. Al termine di un articolato accordo, ci concede solo 7 giorni, per noi sufficienti.

Vediamo ora nella banca del terminal che il valore del dollaro è pari a 0,80 centesimi di dollaro figiano. Al contrario, 1 FJ$ equivale a 1,25 US$, con la valuta locale più forte del dollaro americano. La nostra banconota da 10 qui ne vale 8, poi dipenderà dal valore di acquisto che scopriremo presto. Per andare giù in città, distante una decina di chilometri, seguiamo i consigli di Sara: saliamo sul bus alla fermata nella strada principale al prezzo di 0,42 FJ$. Anche alle Figi come a Tonga e in Western Samoa si guida a sinistra, secondo il sistema inglese. Le informazioni di Sara a Nuku’alofa si rivelano esatte e, data l’ora, preziose: lungo Queens Road, la via principale, entriamo al Fijiana Night Club accolti dai proprietari Rosie e Roy Whitten, che dicono di essere amici di Sara e subito ci mostrano la camera al piano superiore per 2.50 FJ$ a testa. Luci soffuse, bar, ventilatori e musica dal vivo nei fine settimana, ma non oggi che è martedì ed è completamente vuoto. Entrambi gli amici vantano di essere dei veri pionieri del genere, essendo questo il primo night club di Nadi.

29 giugno (mercoledì). Notte tranquilla, ma si dormiva meglio alle Tonga. Anche Nadi, come Nukuʻalofa, è una cittadina relativamente piccola di 20-25mila abitanti, ma molto più vivace e movimentata per via dell’aeroporto e del traffico internazionale. Turismo a parte, diretto soprattutto nei resort delle isole di fronte, Nadi è un centro legato alla canna da zucchero e ai commerci agricoli con una forte presenza di indo-figiani. In certi punti della città sembra di essere in India, stessi odori, colori, disordine e atmosfera. Per fare colazione e mangiare, in centro si trovano tanti locali popolari o piccoli tea-shop d’influenza indiana, dove servono curry col riso, roti, dhal, samosa e tè o chai. A noi però il curry e il cibo indiano in generale non piacciono molto.

Tavole calde e ristorantini spartani frequentati da autisti, lavoratori, studenti e viaggiatori in genere li troviamo attorno alla stazione dei bus, ma alla fine finiamo, come spesso accade, al mercato municipale di Nadi, il posto migliore per avere cibo semplice, fresco e poco costoso: piccoli chioschi con tè caldo e spuntini, snack locali e piatti preparati in modo essenziale, tra montagne di banane, ananas, pawpaw (papaya). Molti piatti sono serviti con cassava (manioca). Non è un frutto ma una radice amidacea, alimento base in molti paesi tropicali, compresi Figi e Tonga. È una via di mezzo tra una patata molto soda ed un tubero con la buccia spessa marrone e l’interno bianco, lavorata in vari modi: bollita, lessata, arrostita, fritta o trasformata in farina. Il sapore è delicato, leggermente dolce e viene spesso servito al posto del pane o come contorno di patate.

Nel sorseggiare un tè, seduti all’esterno del mercato, conosciamo Ramesh, un garbato signore figiano di chiara origine indiana, che insiste per invitarci nella sua casa, ospiti della sua famiglia a una manciata di chilometri da Nadi. Insiste talmente tanto e con dovizia di particolari sull’ospitalità indù da indurci a vedere la cosa come l’opportunità di vivere una piccola avventura indiana e finiamo per accettare l’invito. Insieme prendiamo l’autobus che in una ventina di minuti ci lascia nella zona chiamata Nacovi, sulla via per Suva distante 180 km. Da qui, guidati da Ramesh, seguiamo per circa un chilometro un sentiero che sale tra il verde fino alla loro casa isolata sulle pendici di una collina.

Una sudata e un luogo vagamente inquietante che ci fa dubitare di essere stati forse un po' leggerini nell’accettare l’invito. Ci toglie ogni dubbio la solare accoglienza della moglie, ancora giovane, e della schiera di figli festanti al seguito. L’interno della casa, in mattoni e legno, ha il pavimento in terra ricoperto di stuoie, tende al posto delle porte mosse dal ventilatore, un calendario religioso, immagini di divinità induiste, stoviglie in metallo e l’odore di curry predominante. Zanzare tante, ma pungono solo noi. La giovane madre si chiama Uttra Devi Singh e mi fa segnare il suo indirizzo: P.O. Box 293, Nacovi, Nadi. Spiega che Uttra Devi significa “dea” e Singh è un cognome molto diffuso nel nord dell’India.

Uttra, carina nel modo ma anche molto impacciata, mentre assaggiamo il suo riso bianco fumante con curry delicato di pollo e un tè al latte, ci decanta le qualità di Kamla, la sua primogenita di sedici anni, e lentamente capiamo che è lei il motivo della nostra visita. Sia Utta che Ramesh, strano ma vero, in pratica ci chiedono di prendere con noi Kamla in Italia. Ce la darebbero subito, da portare via anche oggi stesso. Kamla è una ragazza molto bella; ha gli ormoni che girano e, pur di lasciare questo luogo dal futuro tetro, dice chiaramente che verrebbe con noi anche subito. Cerchiamo di spiegare che è impossibile, ma pare facciano fatica a rassegnarsi. Kamla si era già vista in Europa, lontana da tanta miseria. Mi torna alla mente un episodio simile che mi era capitato in Anatolia, quando un padre spingeva la propria figlia dodicenne sulla nostra auto per “liberarsene”.

A causa di questa situazione umana dai risvolti ancor più imbarazzanti per l’insistenza, è venuto tardi e ci avvertono che non ci sono più autobus per Nadi. Siamo caduti in una sorta di trappola, “prigionieri” di indo-figiani. Carinamente, Utta e Kamla, in una stanza a parte ci stendono altre stuoie sulle stuoie ed è il nostro letto per la notte.

30 giugno (giovedì). Notte soffocante, siamo cibo per zanzare. Il bagno è fuori nel prato, manca l’acqua, di dimensioni da miseria nera. Un altro tè al latte con roti caldo e allungo cinque dollari a Utta prima dei saluti. Impressionante Kamla, che ci guarda con grandi occhi languidi, quasi supplichevoli, e ci spiace per lei, ma che fare?

Prendiamo il bus delle 7 e mezza. Le strade sono invase di bambini e bambine con uniformi diverse per colore, cravatta, stemma o cappello a seconda della scuola. È una tradizione legata al sistema educativo britannico, poi diffusa in molti paesi che hanno avuto influenza dal Regno Unito. Andiamo a farci una doccia nel bagno sopra al night club, con Rosie e Roy che neppure si sono accorti della nostra assenza. Ai simpatici gestori chiediamo cosa merita di essere visto in questa parte di Viti Levu ed entrambi consigliano di andare a Malolo, un’isoletta resort non lontana dalla costa.

È arrivato quindi il momento di consultare qualche agenzia di viaggio per vedere che offerte si trovano a questa latitudine. Nadi è uno scalo strategico nel Pacifico meridionale, usato come tappa tecnica e commerciale sulle rotte tra gli Stati Uniti, il Pacifico e l’area Australia-Nuova Zelanda. Sulla vetrina della Qantas vediamo esposte alcune destinazioni interessanti per il nostro proseguimento del viaggio dall’Australia: Sydney - Denpasar 359 A$; Darwin - Denpasar 239 A$; Cairns - Port Moresby 60 A$; Port Moresby - Manila 350 A$.

Il volo di andata e ritorno per la bella isola di Malolo ci costerebbe 18 US$ a testa, ma la brava impiegata riesce a fare un ricalcolo del nostro biglietto e converte la tratta da Nadi a Suva in quella da Nadi a Malolo. Quindi domani andiamo a Malolo al posto di Suva, capitale che ci appare ora meno interessante. Un altro colpo di fortuna, scoperto dall’impiegata ed è possibile grazie a un errore fatto nell’agenzia PanAm di Nukuʻalofa, ci include nel biglietto il volo da Auckland a Wellington, un’escursione extra che avremmo dovuto pagare a parte. Ci spiegano che nei biglietti a miglia si usano diverse compagnie associate tra loro, alla fine dell’anno si regolano tra loro nei conteggi e in questo oceano di intrecci può capitare che si commettano errori.

Per continuare nella “libidine” di familiarizzare con i luoghi remoti che, forse un giorno, con più tempo e mezzi, si potrebbero tornare a visitare in questa parte del mondo, prendiamo il bus per raggiungere l'Union Steam Ship Company che si trova a Lautoka, il più importante porto della costa ovest distante 25 km da Nadi. La Union Steam è una compagnia marittima neozelandese che serve molte isole del Pacifico. Nel calendario appeso alla parete vediamo navi dirette in altre isole delle Figi, poi alle Tonga, alle Samoa, in Nuova Zelanda e in altri scali regionali minori ma non meno appetibili.

Le isole che si vedono al largo di Nadi, soprattutto il gruppo delle Mamanuca e più oltre parte delle Yasawa, sono raggiungibili via mare. Piccole navi passeggeri e battelli locali con servizi meno frequenti partono da piccoli moli e punti d’imbarco nel tratto di costa da Nadi a Laitoka. Piccola sosta per annotare e assimilare le informazioni, costo della vita compreso. Lo spuntino dai cinesi ci costa 70 F$ l’hamburger, 50 il sandwich, 10 l’aranciata e 10 il caffè.

Tornati a Nadi, ci rechiamo alla posta per i saluti di prassi: 9 post-card 0.90 F$ e 9 francobolli 1.92 F$. Prima di andare al “nostro” night club facciamo un po' di spesa in quel piccolo supermarket che ha le luci sparate al neon: marmellata, 0.68 F$; pane, 0.12 F$; alcool per disinfettare, 0.66; quattro rullini fotografici da 36 pose, 9.60 F$; un rullino da 20 pose, 2.00 F$. Nella bancarella all’uscita beviamo due frappè di colore verde per 70 F$. Per un pasto dei nostri, sia pranzo sia cena, spendiamo sempre 4.50-5.00 F$ in due.

1° luglio (venerdì). Alle 8 siamo in aeroporto, vispi e carichi. Con nostra grande sorpresa incontriamo l’amico svizzero Mathis davanti al gate d’imbarco, lamenta che avrebbe dovuto essere alle Nuove Ebridi da giorni, ma la compagnia gli ha scombinato le tratte e ci va ora. Noi saliamo su un piccolo Britten-Norman BN-2 Islander della Fiji Air, un aereo bimotore noto per la sua capacità di operare su piste corte. Siamo gli unici passeggeri a bordo. Il pilota spiega che a Malolo Lailai ci sono in attesa alcuni turisti del Plantation Resort da riportare a Nadi e, sentendo che siamo italiani, ricorda: “L’anno scorso ci ho portato un vostro connazionale vip, di nome Walter Chiari”.

Appunto curioso, Walter Chiari l’ho visto lo scorso marzo al Teatro Ariston di Sanremo, in occasione della partecipazione di mia sorella con i Daniel Sentacruz Ensemble. L’isola dista una trentina di chilometri, giusto un salto di pochi minuti per atterrare in un campo erboso aperto tra la vegetazione di palme. Malolo Lailai è considerata una delle isole più belle del gruppo delle Mamanuca Islands, con un paesaggio classico da cartolina, fatto di spiagge bianche, colline verdi all’interno, reef e un’acqua turchese limpida che invita a nuotare e a fare snorkeling. A Malolo Lailai non ci sono villaggi di nativi, c’è solo il Plantation Resort, inaugurato nel 1969; quest’isola è però quasi attaccata a Malolo, un’isola più grande abitata da figiani che in parte prestano servizio e rappresentano la mano d’opera del resort.

La cosa curiosa è che Valentina ed io siamo gli unici presenti sull’isola senza una prenotazione presso il resort, gli unici senza un posto dove dormire e mangiare, liberi di girare senza che nessuno ci disturbi. Notiamo subito che la gestione nel resort è blanda, il personale non è particolarmente esigente nei controlli e all’ora di pranzo ne approfittiamo: ci mettiamo in fila al self-service del ristorante assieme ai villeggianti, perlopiù australiani e neozelandesi, e ci serviamo il pasto senza che nessuno obietti. Essendo noi bianchi occidentali, i camerieri vedono che siamo “diversi”, ma forse ci credono clienti particolari come ogni tanto capita, oppure, non gli importa più di tanto. È molto probabile che se lo facciamo anche a cena e di continuo, arriverà un responsabile a chiedere in che camera alloggiamo.

Rifocillati a dovere, con cotolette di pesce, insalata di mare, patate e frutta, per la notte non ci resta che chiedere ospitalità ai figiani di Manolo. Le due isole sono divise da un corso d’acqua ampio soltanto una trentina di metri, facile da attraversare al mattino con l’acqua bassa ma impossibile al pomeriggio con l’alta marea. Nel piccolo stretto, l’acqua chiarissima arriva alle ginocchia e facciamo attenzione a non pestare i cosiddetti cetrioli di mare, “sea cucumber”, dalla forma di grossi salsicciotti scuri immobili sul fondale sabbioso e presenti in gran numero.

Nel villaggio di Solevu, formato dalle tipiche case in legno, ci accolgono con grande empatia, meglio non poteva essere, in particolare Tara, la ragazzona trentenne in carne, figlia del capo villaggio e, a suo dire, cugina del re. Con velato orgoglio spiega che ha vincoli di parentela con Ratu George Cakobau, che non è proprio un re, ma il governatore generale nominato dalla Corona Britannica: “Bisogna considerare che le Figi sono una monarchia costituzionale del Commonwealth, cioè uno Stato indipendente che riconosce Elisabetta II quale regina delle Figi”. In pratica “suo cugino” rappresenta la regina e dai figiani è visto come un “re”. Infatti, proprio all’ingresso di casa sono appesi i ritratti incorniciati e a colori di entrambi, uno accanto all’altro, tanto da sembrare marito e moglie.

Solevu ha case semplici e pratiche chiamate “bure”, pensate per il clima tropicale: struttura rettangolare, pavimento rialzato o ben isolato dal terreno, tetto molto spiovente in paglia o foglie intrecciate, pareti in legno, bambù o materiali vegetali intrecciati, ampie finestre e veranda o spazio aperto davanti. La sensazione è quella di case che “respirano”: molta aria, luce filtrata, odore di legno, cocco e mare. Sulla spiaggia, bambini che giocano e qualche canoa in un’atmosfera comunitaria molto raccolta.

Ci sediamo all’ombra con Tara e la sua nipotina di tre anni; vuol sentire il suono di alcune parole in italiano, senza segnarle, mentre io mi segno quelle che lei mi insegna in figiano: vinaca (grazie); io (sì); segna (no); saiandra (buongiorno); samuadè (buonasera); oiau (io sono); oico (tu sei); nanguitao (amico); modè (arrivederci); evita (quanto); saa rui levo (troppo). L’altro nipote, Peni, di nove anni, lascia gli amici in spiaggia e corre da noi per insegnarci i numeri: uan - 1; dua - 2; tolu - 3; vaa - 4; lima - 5; tini - 10. Interessante notare che il 2 e il 5 sono uguali in malese/indonesiano, essendo le lingue di questa parte del mondo imparentate nella grande famiglia austronesiana.

A Solevu sono tutti molto credenti e di una sola fede religiosa, la metodista. Il loro punto spirituale di riferimento è una piccola casetta dal tetto in lamiera ondulata che funge da chiesa del villaggio. Tara si dimostra contenta di ospitarci per la notte e non vuole nessun compenso. La sua casa è più grande e ordinata delle altre, ma la più bella di tutte è quella del padre. Chiedo quanto può costare costruire una casa a Solevu: “Una casetta in legno finita costa 350 F$, mentre per una come quella di mio padre ne occorrono 600”.

Abbiamo visto suo padre in spiaggia nel pomeriggio, mentre con un seghetto a mano cercava di fare a pezzi il guscio di una grossa tartaruga di mare. Il suo nome è Jone. All’imbrunire si presenta da Tara euforico con una grande ciotola di legno contenente una bevanda leggermente alcolica chiamata kava, di colore nocciola e dall’aspetto torbido, un po' fangoso. Tara spiega che nel Pacifico kava non è solo una bevanda: “È un rito sociale, si beve in occasioni speciali e nell’offrirlo a un ospite è un gesto importante di accoglienza”.

Jone dice che i figiani sono gente ospitale ma anche molto orgogliosa e ligia alle tradizioni: “Qui non si pratica l’amore libero come da voi, siamo attenti ai comandamenti del Signore e il sesso per noi è un tabù. Questa è la nostra cultura e crediamo sia giusto così”. Niente da obiettare. Ci sistemiamo in cerchio, seduti all’indiana davanti a casa di Tara con Jone che continua a mescolare il liquido per scioglierlo meglio. Si ferma un attimo, deposita la ciotolona al suolo e prima di iniziare a bere ordina a gran voce: “Quando il capo villaggio beve kava deve suonare il tamburo”. E, infatti, un signore batte più volte un apposito bastone sul tamburo che è disposto a lato della chiesetta.

Ora Jone riempie di kava una scodella ricavata dal guscio di un mezzo cocco, da fare girare e sorseggiare uno a uno in senso antiorario. Il gusto è amarognolo, quasi pepato da intorpidire la lingua e la bocca per qualche minuto. Al primo assaggio, decisamente sgradevole, viene voglia di alzarsi e salutare tutti, ma per fortuna caparbiamente resistiamo per “amore della scienza” e dopo qualche giro cominciamo ad apprezzarne l’effetto rilassante e conviviale, lievemente sedativo. Jone spiega che il kava non è altro che acqua mescolata alla radice essiccata e pestata di un arbusto della famiglia del pepe, coltivato nelle isole del Pacifico.

L’effetto è molto piacevole e Jone lentamente si scioglie raccontando che è proprietario di una piccola isola non distante di nome Navini e vorrebbe venderla per 700 F$. Racconta che sarebbe fantastico farci un hotel, un successo assicurato, ma lui non ha le risorse. Spiega come andrebbe arredato, in modo semplice, e il tipo di clientela da globetrotter amanti del genere. Jone è pieno di entusiasmo e ci contagia. Certo, siamo mezzo brilli e l’idea di poter diventare proprietari di un’isola con spiaggia e palme nel Pacifico per appena 700 dollari è quantomeno insolita e divertente. Concordiamo su 20 dollari per la benzina e sull'andare tutti domani mattina con la sua barca a motore a fare un sopralluogo a Navini.

Sistemati su stuoie per la notte, mi sorge il dubbio che la nostra presenza non sia poi così importante da meritare festeggiamenti di benvenuto al suono di tamburo, ma solo il pretesto di Jone per ubriacarsi.

2 luglio (sabato). Sana e profonda dormita, probabilmente grazie all’effetto rilassante del kava. Tè nero, due biscotti e saliamo sulla speedboat di Jone che non sono ancora le 8. Jone è con la moglie Rena e il figlio Peni che vuol venire assieme alla zia e siamo in sei. La prua punta la piccola isola di Navini e in poco più di venti minuti siamo a destinazione, una minuscola isola tropicale che sembra emergere dal mare quasi per leggerezza, avvolta da una corona bassa di sabbia chiarissima adagiata su di una piattaforma corallina.

Al centro, una folta macchia di palme da cocco mossa dal vento, in alcuni punti spelacchiata, e in pochi passi l’attraversiamo e la giriamo tutta, circondati da un mare turchese su ogni lato. Ovviamente non c’è nulla, completamente vergine e le caratteristiche perfette per un rifugio da sogno. Occorrerebbe un generatore di corrente e non c’è acqua, ma ha il vantaggio di essere vicina alla costa, facile da raggiungere. Jone si dimostra così certo delle potenzialità turistiche e talmente insistente che per un attimo ci siamo fatti il film di acquistarla, possederla, ma poi quando ci vieni e a quali costi?1

Al ritorno ringraziamo gli amici per l’ospitalità e i bei momenti condivisi, ma dobbiamo correre in fretta perché l’aereo per Nadi è in arrivo e la marea si sta alzando velocemente. Tara ci lascia il suo indirizzo in caso ci ripensassimo o chissà, magari troviamo qualcun altro interessato: “Miss Tara Naulu, Postel Agency, Solevu Village, Malolo Island, Fiji”.

Facciamo appena in tempo ad attraversare lo stretto, non senza fatica per l’acqua che ormai arriva all’altezza del petto di Valentina e la corrente che vorrebbe portarci al largo. Alle 16.40 siamo di nuovo al Nadi Airport e di corsa al Fijiana Night Club per un boccone, una doccia e rilassarci.

3 luglio (domenica). Giorno di festa, ci siamo svegliati cantando “tutti al mare”. Rosie e Roy ci consigliano di passare la domenica alla Saweni Beach, situata a una ventina di minuti di bus sulla via per Lautoka. Dalla fermata del bus c’è un po' da camminare per la costa, dove troviamo una lunga striscia di sabbia piuttosto semplice, frequentata da famiglie figiane per picnic e giornata al mare, con acqua bassa e ampi tratti sabbiosi, molto diversa dalle spiagge da cartolina delle Malolo Islands. Verso mezzogiorno ci sediamo nella caffetteria del piccolo Saweni Beach Hotel, ambiente spartano con le verande di rustici bungalow rivolte verso le isole Mamanuca, ben visibili all’orizzonte. L’ambiente ci piace.

Essendo domani il nostro ultimo giorno alle Figi, decidiamo di andare a prendere gli zaini al Fijiana e trasferirci qui per godere del tramonto e fare il bagno nell’oceano domani dal mattino presto. Ai saluti, Rosie e Roy chiedono di fargli pubblicità in Italia e, molto carinamente, non vogliono essere pagati per la scorsa notte. L’ingresso alle camere è indipendente dal night club e neppure si erano accorti che ci avevamo dormito.

Il bungalow del Saweni Beach Hotel costa come il Fijiana, 5 F$ in due, ha un letto grandino con zanzariera, una sedia e null’altro, neppure il ventilatore. Bagno e doccia col bidone sono all’esterno. Attorno alle 16 arrivano in scooter a farci compagnia Rosie e Roy, giusto per una birra Fiji Bitter assieme in attesa di gustarci il tramonto. Rosie è molto magra, una rarità. Faccio presente che di bellezze polinesiane da immaginario collettivo, alla Paul Gauguin, in questa attraversata ne abbiamo viste poche, pare che nel crescere diventi predominante una fisicità possente in entrambi i sessi, ma in prevalenza nelle donne.

Rosie annuisce e sforna alcune ipotesi: “È vero che alcune popolazioni del Pacifico mostrano predisposizioni biologiche a immagazzinare energia in modo eccessivo, ma non credo sia corretto dire che le donne polinesiane sono in gran parte grasse come caratteristica intrinseca. Per certo c’entra tanto il cambiamento dell’alimentazione, per secoli la dieta tradizionale era basata su pesce, tuberi come taro e cassava, cocco e frutta tropicale. Con la modernizzazione sono arrivati molti cibi importati, come conserve, bevande zuccherate, farine raffinate e cibi in scatola molto calorici. Nella nostra cultura, poi, un corpo robusto non è visto negativamente come spesso avviene in Occidente; è spesso associato alla salute, alla prosperità, alla presenza sociale”.

Tornando a noi e al tramonto, Roy dice che questo è il periodo migliore dell’anno: “Aria fresca, cielo spesso limpido e il mare è generalmente tranquillo. Altra cosa: da maggio a ottobre, con piogge frequenti, caldo più afoso e umidità alta”. Già dalle 17 il sole comincia a scendere lentamente verso il mare aperto, il cielo si accende di rosa tenue e il mare di riflessi ramati. Lo spettacolo dura 40 minuti, quando la palla di fuoco si inabissa dietro al profilo lontano delle isole. Poco dopo le 18 è già buio pesto.

4 luglio (lunedì). Questa mattina non dobbiamo correre da nessuna parte, abbiamo l’oceano davanti e il ristorante di fianco tra le palme. Fondale basso e noi dentro e fuori dall’acqua per ore, soli e liberi: è la prima volta dall’inizio del viaggio e proprio oggi, guarda caso, è il nostro ultimo giorno nelle isole del Pacifico, a dimostrazione che occorre tempo per entrare in empatia col viaggio stesso. Lo vedo chiaramente dagli appunti sul taccuino: più i giorni passano e più le osservazioni e i dettagli che scrivo aumentano. Col senno di poi, avremmo dovuto prenderci più giorni e correre meno: la fretta, dicono in Turchia, è amica del diavolo!

Alle 12 si torna a correre e prima delle 13 siamo di nuovo al Nadi International Airport per il volo PanAm delle 14.20 diretto ad Auckland, distante 2mila chilometri: “aria di casa”.

Note

1 Jone è riuscito a venderla ed è ora descritta così: “Navini Island oggi è una piccola isola privata del gruppo delle Mamanuca Islands, non lontana dall’area di Malolo Island e Malolo Lailai. È una di quelle isolette coralline che si possono quasi abbracciare con lo sguardo, circondata da reef e acqua molto limpida. Oggi è conosciuta per il piccolo resort esclusivo, ma negli anni ’70 era un’isola selvaggia e abbandonata come tante”.