22/23 giugno (giovedì). Il Pago Pago International Airport ha un bell’aspetto “casereccio”, con un minuscolo terminal e la pista a lato della laguna. Vediamo in sosta alcuni Boeing 707 di UTA Franch Airlines e Hawaiian Airlines. Alle 12:30 saliamo sul nostro volo PanAm che ci conduce nelle Samoa indipendenti, distante appena 140 km. C’è però il fatto curioso della linea immaginaria lungo il 180° meridiano, già spiegato in precedenza: da Pago Pago ad Apia si attraversa la Linea Internazionale del Cambio di Data e si fa il “salto” di un giorno: siamo partiti mercoledì e arriviamo che è giovedì, nonostante il volo sia durato soltanto quaranta minuti.
Naturalmente nel senso inverso avviene l’opposto e si scala di un giorno. Già il primo impatto all’aeroporto Faleolo ci dice che le due Samoa, nonostante la vicinanza e la stessa cultura, per svariati aspetti sono realtà differenti. La gente, come primo impatto, ci appare più dinamica e meno amichevole.
La banca del terminal cambia il dollaro americano a 0.76 WS$ (dollaro samoano) e la tabella esposta mostra che 1 US$ equivale a 880 lire italiane, mentre 1 WS$ vale 1116 lire, se ne deduce che anche qui, come probabilmente dovunque nel Pacifico, è tutto molto più caro che in Italia e dobbiamo fare attenzione nella gestione del denaro, come sempre. Siamo sulla costa occidentale dell’isola di Upolu, usciamo dall’aeroporto, attraversiamo la strada e fermiamo il primo bus che va in direzione Apia, distante 35km. I mezzi per la capitale sono simili a quelli usati nell’altra Samoa: vecchi e massicci bus in legno coloratissimi, panche come sedili, finestrini senza vetro, il tetto alto per il calore tropicale, costruiti artigianalmente su telai di camion e rallegrati da musica polinesiana e decorazioni religiose.
Per il passaggio l’autista accetta i dollari USA e per due biglietti chiede US$ 2,45, chissà perché non 2,50. La strada, dissestata ma piacevolmente panoramica, segue la costa a velocità bassissima, attraversa villaggi con le frequenti soste e fermate che già conosciamo: per il clima, la gente, la musica, questo tragitto è già parte dell’esperienza samoana.
Upolu è più grande e meno montuosa dell’isola americana di Tutuila, Apia è una cittadina di 25mila abitanti affacciata sulla costa nord dell’isola e come a Pago Pago ci sono poche auto in giro, pochi turisti, prevalentemente neozelandesi e australiani, e pochi alberghi. L’unico che si fa notare, per le dimensioni, il colore bianco latte ed il fascino dell’architettura coloniale anni Trenta ricca di balconate, si chiama Aggie Grey’s Hotel: molto bello!
Entriamo a curiosare; prezzi proibitivi ma la sorpresa maggiore viene dalle foto esposte un po' dovunque nella hall che testimoniano il soggiorno di personaggi famosi come Marlon Brando e Gary Cooper. Dalle foto esposte risulta chiaro che questo hotel è stato, e forse lo è ancora, il centro della vita mondana preferito da funzionari e illustri visitatori d’altri tempi, allietati da musica dal vivo di string band samoane.
Adatti a noi, in fondo a Beach Road, dopo l’Aggie Grey’s ed oltre il ponte, ci sarebbero gli ostelli Betty’s Mouth e Moorse, entrambi per 3,80 US$ la doppia, i più a buon mercato in città ma sono al completo. Un taxista ci porta lungo una laterale sterrata fino alla casa di Lisa Lofipo Vasa e la sua numerosa famiglia. Le case tradizionali samoane si chiamano fale e Lisa alloggia Valentina e me in una piccola fale a parte per 3,80 US$, l’equivalente di 3 W S$, ed in un’altra Mathis che da Tahiti ci segue in tutto e siamo ormai un “team” collaudato. Da Lisa in pratica abbiamo la stessa situazione che avevamo da Lupe a Pago Pago, ma qui siamo tra bananeti al bordo della giungla e non ci sono tombe nel giardino di casa.
La madre in carne di Lisa si chiama Alofa che vuol dire amore, poi c’è il marito, Lagi, che significa Cielo. Hanno quattro figli maschi: due ancora piccoli e due ragazzini. Tutti parlano un buon inglese poiché la Western Samoa è stata amministrata dalla Nuova Zelanda ed il sistema scolastico usa molto l’inglese. È il figlio quindicenne Maleko che più socializza con noi, facendomi segnare sul taccuino alcune comuni parole samoane: talofa che sta per ciao; fa’afetai (grazie), ioe (si), leai (no).
Questa proprietà famigliare è composta da un gruppo di costruzioni in legno, con piattaforme rialzate, stuoie intrecciate, i tetti in foglie di cocco ed ognuna con una sua specifica funzione. L’estroverso e gentile Maleko spiega che fale tele è l’abitazione grande principale, faleo’o è una piccola casa o capanna dove si fanno lavoretti e ci si rilassa all’esterno, fale umu è la cucina e fale talimalo è la casa degli ospiti, dove siamo alloggiati noi. I servizi igienici sono in una baracca in legno e lamiera ondulata tra il verde.
La vita sociale samoana si svolge molto all’aperto, sotto queste strutture coperte ma aperte lateralmente. La cultura tradizionale, fa’a Samoa, ruota attorno alla famiglia, alla comunità e al rispetto delle tradizioni più che alla produttività o alla carriera. Dal punto di vista etnico, linguistico e culturale, i samoani rientrano pienamente nel mondo polinesiano. Da Tahiti a qui i valori fa’a abbiamo visto essere gli stessi; tuttavia, Lisa avverte di fare attenzione ad Apia, sono sempre più frequenti i casi di furti e scippi, specie al mercato o in spiaggia ed anche nelle camere degli hotel.
Ormai è tardi per muoverci e siamo anche stanchi. Mentre Valentina e Mathis fanno bucato io mi intrattengo col vivace Maleko che racconta di essere al decimo anno di Secondary School, corrispondente ai nostri primi anni delle superiori. Vorrei mi raccontasse un po' di storia ma non ne ha voglia, dice solo che prima qui c’erano i tedeschi, poi nel 1914, durante la Prima guerra mondiale, arrivarono i neozelandesi e ci sono rimasti fino al 1962, anno dell’indipendenza. Suo fratello, di qualche anno più giovane, gli suggerisce di raccontarmi di quando una nave proveniente dalla Nuova Zelanda introdusse l’influenza spagnola e morì circa il 20% degli abitanti samoani.
Era il 1918. Un tragico episodio che fa parte dei libri di storia di questa parte di mondo. È ora di cena, i ragazzi entrano in casa e Lisa per un paio di dollari ci prepara una grande ciotola di Sapasui da dividere in tre, ovvero una zuppa di noodle, cipolla e pollo in salsa di soia con un sapore non troppo “estremo” che mette d’accordo tutti. Ultimissima notizia prima di coricarci, la radio parla di un forte terremoto a sud di Tonga.
24 giugno (venerdì). Notte di pioggia e di acqua che entra in un angolo della casa. Questa mattina non piove, ma ci siamo svegliati tutti con una gran fame. Siamo ad un paio di chilometri dal centro, distanza vissuta come una piacevole camminata. Giunti in centro andiamo subito in Fugalei Street a rifocillarci e a fare spesa al Merkati Fou, vicino al terminal dei coloratissimi autobus e facile da localizzare per la sua torre con l’orologio. Non è grandissimo, ci sono banchi di souvenir e cappelli impagliati, frutta tropicale, pesce ed altri con cucina locale, snack e cibo cotto.
Tutti portano i loro prodotti e qui preparano i piatti da vendere, cibo buono prevalentemente a base di cocco fresco, papaya, banane e di taro tradizionale samoano usato anche bollito nel forno a pietra, detto umu, o come contorno a pesce e latte di cocco. A noi piacciono molto le taro patatine di colore panna o violaceo, fettine sottili del tubero fritte oppure essiccate e croccanti servite salate con cocco simili a chips di patate, ma il sapore ricorda più un mix di patata dolce e castagna.
Per mangiare sano e risparmiare, il mercato è il luogo migliore. Un settore è dedicato al tessuto chiamato siapo, ricavato dalla corteccia d’albero con un effetto che sembra una via di mezzo tra stoffa e pergamena. Il pareo o sarong qui lo chiamano lavalava che sembra una parola italiana. Gli uomini lo portano fino alle ginocchia, mentre quello per le donne è più lungo, fino alle caviglie: può essere di tipo semplice per la vita quotidiana, oppure elegante e decoroso per cerimonie e per la messa in chiesa. Il mercato di Apia è uno dei luoghi più affascinanti delle Samoa, dominato dal ronzio di gente colorita che tratta, chiacchiera, e dall’odore di cocco e di mare. Tuttavia, pensando al consiglio di Lisa, in effetti, qualche faccia truce da sgherro c’è in giro.
Terminato col mercato e rifocillati a dovere, è giunto finalmente il momento di andare a vedere dove ha vissuto Robert Louis Stevenson, autore di successi come l’Isola del Tesoro, un classico dell’avventura, e il capolavoro universale Dottor Jekyll e Mr. Hide. Ci dicono che la sua villa si trova lungo Cross Island Road ad appena 5km dal mercato di Apia, salendo verso la zona collinare di Vailima.
Prendiamo un taxi dalla Bus Station per 1,50 US$ e in 15 minuti siamo davanti ad una grande villa coloniale con stupende verande costruita nel 1890 ai piedi del monte Vaea, dove lo scrittore scozzese visse gli ultimi anni della sua breve vita. Purtroppo, non è possibile visitarla all’interno essendo ora la residenza ufficiale del capo dello Stato di Samoa e piantonata, inoltre, da una decina di militari che non ci fanno neppure avvicinare troppo. In compenso, si può visitare la sua tomba che si trova sul monte Vaea, raggiungibile con due sentieri: seguendo il più corto e ripido, chiamato “Road of Loving Hearts”, ci si impiegano circa 30 minuti, mentre per il sentiero più lungo e facile il cartello indica 50 minuti.
Questa notte è piovuto e pertanto il terreno è un po' fangoso e scivoloso; tuttavia, noi scegliamo quello dell’amore che porta direttamente alla massiccia tomba avvolta dal verde posta in posizione panoramica, con veduta su Apia e sull’oceano. Nato a Edimburgo nel 1850 e morto ad Apia a 44 anni “probabilmente per un ictus”, sostiene un signore olandese presente. E aggiunge: “Durante quel periodo a Samoa, Stevenson si fece coinvolgere dai problemi sociali ed era molto apprezzato dalla popolazione locale, tanto che i samoani lo chiamavano Tusitala, cioè narratore di storie”. Questo vissuto che racconta l’olandese lo troviamo anche scritto in lingua inglese e samoana su una lastra in ottone posta a lato della tomba.
Non ci sono taxi e decidiamo di tornare ad Apia a piedi, tanto è tutta discesa. Sul lungomare di Beach Road ci colpisce la monumentale Cattedrale dell'Immacolata Concezione, una delle chiese cattoliche più importanti di Apia e centro del cattolicesimo samoano. L’interno è particolare perché incorpora decorazioni e motivi samoani invece del classico stile europeo puro: grandi strutture in legno aperte e ventilate, colori molto luminosi ed arte religiosa adattata alla cultura locale. È stata costruita nel 1857 in questa zona del centro chiamata Mulivai, quartiere noto per essere uno dei principali centri missionari del Pacifico. È interessante soprattutto perché unisce storia coloniale, cultura samoana e architettura religiosa del Pacifico.
Al tramonto, col fresco Beach Road si riempie di vita locale, con una serie di bar e ristorantini affacciati sul mare. Ci abborda Mike, un anziano samoano che sulla strada gestisce un banchetto da tour operator “artigianale”. Ci parla di una piscina naturale, un luogo molto suggestivo chiamato To Sua Ocean Trench sulla costa sudorientale ad una cinquantina di chilometri da Apia. Lo descrive come il posto più famoso di tutta Samoa e le foto che ci mostra non lo smentiscono.
Spiega che to sua in samoano significa appunto grande foro o grande buco. Ci propone pure Lalomanu Beach, Togitogiga Falls e Blowholes vulcanici, ma a noi intriga di più quel buco nella lava. Mike è automunito, lamenta l’assenza di turisti e non è ossessivo e neppure esoso. Trattiamo sul prezzo, da 20 dollari a testa cala a 30 US$ in tre, l’equivalente di cinque notti da Lisa: un prezzo onesto e ci accordiamo per fare l’escursione domani stesso. Al ritorno a casa, un taxi ci carica per 40 centesimi. Non abbiamo un indirizzo preciso, ma la chiesa in angolo con Beach Rd è il nostro punto di riferimento per girare nello stradello di Lisa: la quinta casa alle spalle di un lungo capannone.
25 giugno (sabato). Dopo una giusta colazione e un po' di spesa al mercato per il viaggio, alle 8 siamo puntuali da Mr. Mike. Ci sono due strade, spiega Mike: “La Cross Island Road attraversa il centro montuoso di Upolu da nord a sud ed è più diretta, scenografica e selvaggia, mentre la strada costiera è più lunga ma semplice, abitata e con meno curve e meno salite”. Propongo di fare l’andata per i monti e il ritorno per la costa, così vediamo due paesaggi diversi.
A Valentina e Mathis piace l’idea e Mr. Mike non si oppone. La sua auto è una Toyota Land Cruiser con volante a destra perché a Samoa si guida a sinistra, dovuto al fatto che la Western Samoa è legata storicamente all’amministrazione neozelandese con sistema stradale britannico, così pure le distanze sono misurate in miglia. Usciamo da Apia seguendo la via che passa davanti alla ex villa di Stevenson a Vailima, la strada sale poi rapidamente nella foresta sempre più fitta e la striscia d’asfalto si fa stretta fino a diventare per ampi tratti sterrata o dissestata con ghiaia e buche tra la nebbia. In compenso l’aria è fresca e il traffico di auto in transito è quasi nullo.
Appare chiaro che questa via è più corta ma non necessariamente più rapida. A circa metà percorso troviamo una piattaforma “belvedere” costruita per ammirare da lontano la bella cascata di Papapapaitai: non è un errore, sembra il suono di una mitraglia ma si chiama proprio così, “con quattro pa”. Il getto d’acqua molto alto cade in un profondo canyon con un unico salto verticale molto stretto e potente. Una visione che ripaga abbondantemente le scomodità del viaggio. Strada facendo Mike ci parla molto delle devastazioni causate dai cicloni, un flagello per queste isole: “Apia è stata il centro di tensioni coloniali e navali nel Pacifico ed uno degli episodi più incredibili è successo nel 1889, quando una tempesta devastante distrusse diverse navi da guerra americane e tedesche proprio mentre erano sul punto di combattersi.
È ricordato come Apia Cyclone of 1889”. Dopo il valico la strada scende verso i villaggi costieri e l’oceano del sud di Upolu. Giunti al bivio, giriamo a sinistra e seguiamo verso est la strada fino al villaggio di Lotofaga e il foro di To Sua: abbiamo impiegato quasi due ore a fare 45 km.
Come prima impressione, sembra una piscina naturale nascosta dentro un cratere, uno di quei luoghi che dal vivo sembrano quasi irreali. È un enorme foro nella roccia vulcanica forse creato dal collasso di antichi tunnel di lava, profondo una trentina di metri con le pareti ricoperte di vegetazione tropicale. Ci mettiamo in costume e scendiamo la lunga scala di legno quasi verticale che poggia su una piattaforma sospesa sopra l’acqua di color turchese. Una volta a bagno, si sente l’acqua salire e scendere con le maree essendo collegata al mare attraverso grotte sotterranee. Il rumore del mare arriva da più parti e si ha l’impressione di nuotare dentro la terra. La scala rimane la parte in cui bisogna prestare più attenzione, specie quando diventa scivolosa.
Facciamo un bagno ma non ci dilunghiamo troppo, Mike è ad attenderci. La via del ritorno gira attorno al lato orientale di Upolu quasi tutta pianeggiante, con continui villaggi sul mare, spiagge e lagune, senza attraversare le montagne interne. È un percorso molto più dolce e facile rispetto alla Cross Island Road e in alcuni punti la strada è letteralmente a pochi metri dall’oceano. Pochissime le auto, molte famiglie si spostano a piedi o con camion condivisi. Entriamo ad Apia sul lungomare della Beach Road, ci appare chiaro che la capitale è l’unico vero centro “urbano motorizzato”.
Salutiamo il bravo e paziente Mike e facciamo ritorno da Lisa e famiglia al termine di una giornata spesa magnificamente. Per fortuna i ragazzi dormono perché anche noi siamo cotti per la stanchezza. Un’ultima stretta di mano a Mathis, col quale abbiamo trascorso belle e intense giornate in amicizia: domani noi andiamo alle Figi, mentre lui va in Nuova Caledonia, un altro territorio francese d’oltremare, proprio come la Polinesia Francese, di cui fa parte Tahiti. Prima di coricarmi mi apparto a fare il riepilogo delle finanze: a Londra avevamo 4700 dollari, meno 2050 per i due ticket, 150 spesi a Londra e adesso ne abbiamo 2300. In nove giorni, da Toronto a Samoa abbiamo speso 200 dollari, con una media di 22 al giorno in due.















