Torno ad occuparmi dell’America Latina, a un anno e mezzo dal mio ultimo articolo dedicato a quel continente. Parlerò dell’Ecuador, ricorrendo ai miei ricordi personali e ai miei archivi fotografici.

Sono stato in Ecuador tre volte. La prima, nel remoto 1972, da ragazzo, per un avventuroso viaggio alle isole Galápagos che da solo meriterebbe un articolo. Ci tornai nel 1993 per un viaggio di lavoro a Quito di soli tre giorni, funestati inoltre da un attacco di soroche, l’insidioso mal di montagna che causa febbre, nausea e mal di testa. Finalmente, nel 2013, grazie ad una delle mie consuete conferenze internazionali potei passare più tempo nella capitale ecuadoriana e visitarla come si deve.

Il mio lavoro all’agenzia delle Nazioni Unite contro la droga mi aveva spesso messo in contatto con l’Ecuador. All’inizio degli anni Ottanta del secolo scorso era considerato uno dei paesi più sicuri del Sudamerica. Stretto fra la Colombia e il Perù, i due maggiori produttori di coca-cocaina, afflitti da un terrorismo endemico e da guerriglia, l’Ecuador costituiva al confronto un vero paradiso di pace. Purtroppo, nel secolo attuale e in meno di un decennio il Paese è diventato tra i più violenti al mondo, trasformandosi in un centro nevralgico del traffico di droga globale. La sua economia dollarizzata (non esiste più una valuta nazionale) e i suoi porti sul Pacifico lo rendono il luogo ideale per il riciclaggio di denaro e la spedizione di grandi quantità di cocaina verso l’Europa e gli Stati Uniti. Alle lotte tra bande di trafficanti e fra queste e le forze dell’ordine si sono aggiunti furti, rapine, sequestri ed omicidi.

Ma cominciamo con gli aspetti più gradevoli della capitale ecuadoriana, quelli “turistici”. Quito si trova a un'altitudine di 2850 metri, il che ne fa la seconda capitale più alta del mondo dopo La Paz, sulle pendici orientali del vulcano Pichincha e a pochi chilometri dall’equatore. La valle in cui si è sviluppata, delimitata da ripide montagne coperte di agavi e eucalipti, costituisce un vero budello di circa 50 km in longitudine e di 8 km di larghezza, diviso nella sua parte centrale dalla collina del Panecillo.

Il centro storico, costituito da edifici coloniali che biancheggiano sotto l’intenso azzurro del cielo andino percorso da grandi nubi, è stilisticamente unitario. Ospita 40 chiese e cappelle dagli interni riccamente decorati, 16 convitti e monasteri con i loro chiostri, 17 piazze, 12 sale capitolari, 12 musei e innumerevoli cortili di straordinaria bellezza.

Lo stile è quello delle architetture spagnolo-coloniali barocche dei secoli XVI e XVII in cui si fondono elementi spagnoli, italiani e moreschi, con l'aggiunta di un influsso dell'arte indigena precolombiana.

I monumenti più importanti sono la chiesa della Compagnia di Gesù, in roccia vulcanica e con gli interni laminati in oro, considerata una delle più importanti opere barocche del Sud America; la chiesa di San Francisco (1534-1650), con annesso complesso soprannominato el Escorial del Nuevo Mundo, e quella di San Agustín.

Quito possiede inoltre la più ricca collezione di pittura coloniale d'America. La scuola d'arte quiteña (assieme a quella cuzqueña del Perù) fu la più importante della colonia, ben rappresentata da artisti indigeni e meticci di grande valore che hanno lasciato un'eredità senza paragoni nel nuovo continente. Sulla piazza principale, Plaza de la Independencia, oltre alla cattedrale e al palazzo arcivescovile, si affaccia il palazzo presidenziale risalente al XVIII secolo. Quest’ultimo mi offre l’opportunità di fare una digressione sulla colorita politica ecuadoriana.

Quando visitai Quito, al potere era il presidente Rafael Correa, populista di sinistra della corrente delle “Repubbliche Bolivariane” o del cosiddetto socialismo del XXI secolo a cui appartennero anche il boliviano Hugo Morales1 e il venezuelano Hugo Chávez. In sintesi, si è trattato di regimi che, saliti al potere attraverso il libero voto dei cittadini, una volta insediati al governo, sono riusciti, tramite riforme della Costituzione, a instaurare un sistema politico volto a perpetuare la loro permanenza al potere.

Gli ampi poteri loro assegnati hanno permesso di aggirare le leggi, sottomettere le funzioni legislative e giudiziarie, limitare le libertà, i diritti e il pluralismo, ostacolare l'alternanza politica e manipolare la stampa e i processi elettorali. Tutto questo, almeno nelle intenzioni, per realizzare una rivoluzione socialista che avrebbe permesso di costruire una società egualitaria mettendo fine alle differenze sociali e “razziali” ancora esistenti nei rispettivi paesi.

I tanti “orfani” di Fidel Castro e Che Guevara presenti nelle opinioni pubbliche europee, e soprattutto in Italia, hanno ritenuto che gli abusi e l'arbitrio dei presidenti bolivariani fossero “legittimati” dal voto dei cittadini, e che i loro eccessi dovessero essere tollerati, poiché stavano correggendo ataviche ingiustizie sociali e realizzando cambiamenti rivoluzionari.

L’ondata bolivariana si è ormai esaurita, e non esprimo giudizi al riguardo. Al di là di ogni considerazione politica, mi piace ricordare che quando visitai Quito, Rafael Correa appariva a ore fisse dal balcone del palazzo presidenziale, come un orologio a cucù, per concionare le “folle” sottostanti. Ma passo al “turismo letterario” che informa tutti i miei articoli, per parlare della letteratura dell’Ecuador.

La letteratura ecuadoriana

Pur essendo ricca e importante, la letteratura ecuadoriana non ha conosciuto la fortuna internazionale di quella di altri paesi iberoamericani. Non ha beneficiato del boom della letteratura latinoamericana degli anni Sessanta; non ha un Neruda, un Asturias, un García Márquez o un Vargas Llosa; nessuno dei suoi scrittori ha mai ottenuto il premio Nobel. Eppure, avendo partecipato alle stesse grandi correnti culturali, non è in nulla inferiore a quella dei suoi vicini.

Per parlarne, prendo a prestito gli unici due autori che, anche se oggi largamente dimenticati, hanno goduto un tempo di una meritata fama fuori dai confini del Paese.

Il primo è Jorge Icaza, fra gli iniziatori della corrente letteraria dell’“indigenismo” e autore del romanzo Huasipungo (1934). L'indigenismo è il termine utilizzato per descrivere il movimento letterario e artistico sviluppatosi in diversi paesi latinoamericani a partire dal secondo decennio del XX secolo, specialmente nella regione andina, con cui gli scrittori, accogliendo gli stilemi delle avanguardie artistiche allora in voga (Steinbeck, Faulkner, il realismo sociale), esplorarono la triste realtà degli indigeni americani e criticarono le forze sociali e politiche responsabili della loro oppressione.

Pur riconoscendo all'indigenismo di aver rivelato al mondo le terribili condizioni in cui vivevano gli indigeni americani ancora quattro secoli dopo la conquista spagnola, Mario Vargas Llosa gli rimproverò di averci lasciato soltanto opere a carattere prettamente regionale. Secondo lo scrittore, gli indigenisti, di estrazione prevalentemente “bianca” e urbana, pur nutrendo sentimenti generosi nei confronti degli indigeni, non erano in grado di parlare di loro con autenticità. Il loro nativismo era di natura intellettuale ed emotiva, non si basava su una conoscenza diretta e intima della realtà andina.

Credo che le sue critiche siano esagerate e influenzate dal suo astio per le sinistre latinoamericane2. Le opere di scrittori come Icaza, il peruviano Ciro Alegría e il colombiano Josè Eustasio Rivera hanno saputo descrivere magistralmente i mali che affliggono gli indigeni, descriverne i tipi umani, le leggende, i costumi ancestrali e i riti religiosi oltre che il suggestivo panorama geografico delle Ande e della foresta amazzonica.

Huasipungo (il termine designa l’appezzamento di terreno concesso agli indigeni in cambio del loro lavoro presso la hacienda), che fu tra i primi romanzi a portare la questione dello sfruttamento degli indigeni sulla scena mondiale, fu tradotto in più di 15 lingue. Il romanzo descrive il progetto del grande proprietario terriero “bianco” Don Alfonso Pereira di costruire una nuova strada attraverso le paludi, documentando le difficoltà e i maltrattamenti subiti dalle tribù indigene costrette a sacrificare il proprio lavoro, le proprie terre e le proprie vite per l’impresa.

Gli indiani subiscono sofferenze sempre più estreme, finché alla fine, sotto la guida di Andrés Chiliquinga, scatenano una ribellione dalle tragiche conseguenze. Il romanzo abbonda di descrizioni sconvolgenti dei maltrattamenti e delle crudeltà subiti dagli indigeni. Lo stile del romanzo è realistico, nulla a che vedere con il realismo magico di García Márquez3 . Allo stesso tempo però, Icaza conferisce profondità a queste visioni dell'orrore con il ricorso al monologo interiore che indaga la psiche dei personaggi.

L'altro autore di cui voglio parlare è Jorge Carrera Andrade (1903-1978), considerato uno dei principali esponenti della poesia ispanoamericana, che si caratterizza per la sua originalità e la sua difficoltà ad essere etichettato.

Nato modernista (la versione iberoamericana del simbolismo) fu poi, come Neruda, influenzato dalle avanguardie artistiche del Novecento, in primo luogo dal surrealismo.

Nella sua versione matura la poesia di Carrera Andrade celebra lo stupore nei confronti dei piccoli esseri della natura; mette in luce la transitorietà e l'identità mutevole delle cose, attraverso un linguaggio di estrema semplicità, giochi metaforici e una perfetta simbiosi tra le sue radici ecuadoriane e l'esperienza di ogni uomo, che si riconosce fratello degli altri esseri, membro consapevole dell'ordine dell'universo. E al centro ci sono sempre l’Ecuador, da lui definito “smeraldo del mondo incastonato nell'anello equinoziale”, e la Quito natale, “la città delle nuvole barocche e dell'eterna veste verde, ancorata come una nave di pietra in mezzo all'azzurro”.

Come disse di Carrera Andrade lo spagnolo Pedro Salinas:

La potenza e l'acume metaforico di questo poeta sono davvero straordinari. All'origine stessa del suo sistema poetico regna, senza rivali, l'impulso determinante della metafora.

Scrive Carrera Andrade in una sua poesia:

No he venido a burlarme de este mundo.
Sino a amar con pasión todos los seres.
No he venido a burlarme de los hombres.
Sino a vivir con ellos la aventura terrestre.

[Non sono venuto per prendermi gioco di questo mondo.
Ma per amare con passione tutti gli esseri.
Non sono venuto per prendermi gioco degli uomini.
Ma per vivere con loro l'avventura terrena.]

E ancora

Soy hombre, mineral y planta a un tiempo, relieve del planeta,
pez del aire,
un ser terrestre en suma.
Árbol del Amazonas mis arterias,
fija, invisible
mi raíz en el suelo equinoccial
nutriéndose del agua de los ríos
y de la sangre verde que circula
por el frágil, alado cuerpecillo
del loro y del colibri,
mis ínfimos aliados naturales.

[Sono uomo, minerale e pianta allo stesso tempo, rilievo del pianeta,
pesce dell’aria,
un essere terrestre, insomma.
Albero dell’Amazzonia le mie arterie,
fissa, invisibile
la mia radice nel suolo equatoriale
nutrendosi dell’acqua dei fiumi
e del sangue verde che circola
nel fragile, alato corpicino
del pappagallo e del colibrì,
i miei minuscoli alleati naturali.]

Molte similitudini con la poesia di Neruda , come si vede, ma con maggiore profondità e meno enfasi retorico-politica.

Per concludere

Non so se consiglierei oggi di visitare l’Ecuador. Già quando ci andai per l’ultima volta, più di dieci anni fa, le condizioni di sicurezza erano precarie. Avendo espresso l’intenzione di salire a piedi sul Panecillo per godere della vista del centro storico di Quito dall’alto, fui vivamente sconsigliato. Mi dissero che le sue pendici pullulavano di bande di malfattori che rapinavano (e a volte uccidevano) i malcapitati backpackers stranieri e di andarci quindi in taxi.

Oggi, nonostante l'azione risoluta del giovane e coraggioso presidente in carica Daniel Noboa per contrastare la dilagante violenza delle bande e le attività dei cartelli della droga, la violenza è nuovamente aumentata e la criminalità continua senza sosta. Peccato, speriamo che un giorno la situazione possa migliorare e l’Ecuador diventi nuovamente la meta turistica di primaria importanza che merita di essere.

Note

1 Vedi l’articolo su Meer edizione italiana del 28 novembre 2024: Un weekend a La Paz.
2 Vedi l’articolo su Meer edizione italiana del 28 agosto 2023: Lima, capitale del mondo.
3 Vedi l’articolo su Meer edizione italiana del 28 settembre 2023: Il Guatemala di Miguel Ángel Asturias.