Non molto lontano da Benevento, ai piedi del monte Taburno, sorge una cittadina che testimonia l’arrivo dei Goti nella valle Caudina e che custodisce preziose testimonianze del passato e della vita che si svolgeva in questi luoghi. Sant’Agata dei Goti nasconde tra i suoi vicoli eccezionali testimonianze della storia della valle Caudina e presenta un borgo che sembra sospeso nel vuoto con case che si innalzano su una rupe tufacea creando un’atmosfera magica e fuori dal tempo.

Secondo alcuni studiosi Sant’Agata sorge sul sito dell’antica Saticula, potente città sannita che grazie alla sua posizione strategica aveva il controllo della Valle Caudina ed era parte della Lega Sannitica. Il primo a citarla è Tito Livio durante la prima guerra sannitica nel 343 a. C., quando il console Cornelio Cosso insedia il suo accampamento presso Saticula. Viene citata anche da Virgilio nell’Eneide quando narra della discesa dai monti dei Saticulani per combattere contro Enea.

Saticula controllava la parte meridionale del Monte Taburno e i punti di accesso alla valle Caudina e Telesina; questo la rendeva un punto strategico per il controllo dell’Italia meridionale. Sono stati ritrovati molti reperti che testimoniano la vita culturale della città. In contrada Presta e San Pietro sono state scoperte necropoli, dove gli archeologi hanno trovato diversi vasi con figure rosse su fondo nero e il Vaso di Asteas, uno dei ritrovamenti più celebri della zona, che risale al IV secolo a. C., sul quale è raffigurato Il ratto d’Europa, mito considerato momento fondatore dell’identità europea. Questo potrebbe essere letto come centro di eccellenza artistica e punto in cui si incrociavano diverse rotte commerciali.

Dopo le guerre sannitiche il tribunale dei Caudini viene smembrato e Saticula si allea con Roma alla quale resta fedele dandole uomini e mezzi. La città diventa una colonia militare per i veterani e in questo periodo, sotto Ottaviano Augusto (42-31 a.C.), si registra la costruzione di infrastrutture molto importanti. Una delle infrastrutture è l’acquedotto Giulia che porta le acque delle falde dell’Isclero fino a Nola e Capua. Anche l’assetto urbanistico prende la forma delle colonie romane fondando l’impianto del castrum romano che dà alla città una pianta regolare con strade ortogonali tra loro e quattro porte d’accesso rivolte verso i punti cardinali. Anche il territorio circostante viene modificato con la centuriazione, utilizzata dai romani per suddividere i terreni che dovevano essere destinati ai coloni. La centuriazione si basava su una griglia di strade ortogonali fatta di strade e canali per l’irrigazione.

Successivamente, con il crollo dell’Impero Romano, con l’arrivo delle popolazioni del nord Europa, Saticula viene occupata dai Goti ai quali la tradizione attribuisce il cambio del nome. Sant’Agata è la martire catanese venerata da Totila, generale goto. Alla Santa venerata da Totila viene dedicata la chiesa di Sant’Agata de Marenis. La chiesa, importante testimonianza religiosa oggi scomparsa, ne ricorda l’importanza la lapide Madelgrima conservata nel Museo Diocesano di Sant’Agata de’ Goti.

Questa è solo una delle ipotesi storiche che ipotizzano il motivo del nome. Un’altra storicamente accreditata è che il nome derivi dalla chiesa di Sant’Agata alla Suburra di Roma. La chiesa, restaurata nel 470 dal patrizio Ricimero, divenne centro della comunità gotica e più tardi (593 d.C.) papa Gregorio Magno la riconsacrò al culto cattolico. La scelta di intitolare molti centri alla martire catanese potrebbe derivare dall’irradiazione di questo culto. Sono presenti altre ipotesi o leggende come la provenienza da Capua dove il vescovo Germano introduce le reliquie di Sant’Agata e di Sant’Stefano nella cattedrale o l’assonanza del nome con Saticula che però appare contorta e difficile da seguire.

L’appellativo “dei Goti” non appare nelle carte antiche ma solo nel XVI secolo, probabilmente è stato aggiunto come “tarda innovazione erudita” per dare alla città un fascino antico e per richiamare le sue origini.

Intorno al X secolo Sant’Agata cambia volto perché, come molti centri dell’epoca, viene interessata dal fenomeno dell’incastellamento che consente ai cittadini di rifugiarsi in luoghi chiusi e protetti. Questo fenomeno ha creato l’immagine che oggi possiamo ancora vedere prima di accedere al centro storico e di perderci nei vicoli pieni di storia e testimonianze della cittadina. La visione del borgo dalla valle lascia con il fiato sospeso e fa immaginare al visitatore la vita che si svolgeva al suo interno in quel periodo.

Altro periodo importante per la storia del borgo è quando l’imperatore Ludovico II, detto il Pio, dopo la morte di Arechi II avvenuta nel 787 d.C., cerca di frenare i conflitti tra l’area beneventana e quella salernitana dividendo il principato di Salerno da quello di Benevento. La divisione viene sottoscritta da Radelchi e Siconolfo e il gastaldo di Sant’Agata viene assegnato al Principato di Benevento. Sant’Agata continua ad avere rapporti economici e culturali con quello di Salerno e nell’887 il gastaldo si ribella ad Aione, principe di Benevento, e inizia un periodo di turbolenza politica. Il motivo principale è da ricercare nella ricchezza che i traffici costieri potrebbero garantire alla città una vita e un commercio più floridi.

La bolla di Landolfo del 969 d.C., emessa da papa Giovanni XIII, elesse Benevento ad Arcidiocesi Metropolitana, concedendo a Landolfo I il titolo di arcivescovo. Solo un anno più tardi, Landolfo decretò la nascita della Diocesi di Sant’Agata, consacrando vescovo Maledelfrido. L’operazione voleva assicurare al territorio uno sbocco sull’Appia e mirava alle risorse della valle Isclero considerando la posizione del borgo vantaggiosa per i propri obiettivi politici ed economici. Ma il periodo di forte crescita di Sant’Agata è sotto il dominio normanno con il controllo del territorio da parte di Roberto Drengot-Quarrel o Roberto I (1096-1117).

Durante il periodo normanno la cittadina divenne un centro comitale, che aveva la funzione di fare da capitale amministrativa, politica e militare e con punto di riferimento il Castello Ducale. Il Castello nasce come piccola fortezza per poi trasformarsi nel corso dei secoli per arrivare a noi come Palazzo Ducale non più riconoscibile ai passanti come il baluardo di difesa che è stato in passato. Durante il controllo di Roberto I venne fondata la chiesa di San Menna che doveva ospitare le reliquie del santo eremita del Taburno. Successivamente nel 1135 il re Ruggiero II conquistò la città grazie all’utilizzo di macchine belliche che spaventarono gli abitanti e li costrinsero alla resa per risparmiare le famiglie presenti. La conquista di Ruggiero II fece sì che Sant’Agata venisse annessa al Regno di Napoli con demanio regio, cioè un bene destinato direttamente ai sovrani, e si distinguevano dai beni concessi in feudo ai vassalli.

A questo periodo risalgono elementi architettonici di notevole interesse come le finestre a bifore in stile sardo-catalano. L’uso di elementi isolati era una caratteristica dei piacapedras, maestri scalpellini originari della Catalogna e della Corona d’Aragona che arrivarono in Campania durante il dominio aragonese. Nasce un gusto catalano portato da immigrati ricchi che trasformano i palazzi esistenti inserendo elementi di origine catalana. Infatti, questa era una pratica usata nella maggior parte della Campania, in particolare in Terra di Lavoro e a Capua, in cui oggi i palazzi rinascimentali non sono più facilmente riconoscibili, ma sono stati trasformati con questi particolari elementi architettonici. Il borgo ha subito diverse trasformazioni, ma quelle più importanti, che hanno cambiato il suo volto, sono quelle avvenute dopo i terremoti del 1456, del 1688 e del 1702, che hanno coinvolto tutta l’area dell’entroterra campano.

Il feudo passò alla famiglia Carafa solo nel 1696, che lo detenne fino all’abolizione del feudalesimo e le fece vivere una fase di grande trasformazione. Innanzitutto, inizio con una sostituzione edilizia a causa del terremoto che distrusse il borgo e parte dei paesi limitrofi. Le strutture medievali vennero per lo più distrutte e al loro posto vennero costruiti nuovi edifici. Un esempio di ricostruzione è dato dai ricchi palazzi signorili che, come Palazzo Lucca, oggi chiamato De Silva, sostituiscono quelle che venivano chiamate aree ammalorate. Anche le chiese subirono la devastazione del terremoto e molte vennero soppresse, demolite o inglobate in palazzi. Nel 1736 le chiese parrocchiali vennero ridotte a due: la cattedrale e Sant’Angelo de Munculanis.

I Carafa portarono all’interno del territorio attività produttive legate alle risorse idriche. Il territorio si arricchì di lavatoi, di mulini, di cartiere, di peschiere e anche di una fabbrica d’armi. Ancora oggi sono presenti sul territorio diverse vasche per il lavaggio dei panni chiamate lavatoi. Un esempio è il Lavatoio di Reullo. Costituito da due vasche con tettoia al centro. L’ingresso è costituito da un arco gotico e al suo superamento sembra di immergersi in un luogo senza tempo che ci riporta alla sua storia, a quando le donne del posto si recavano lì per lavare e strofinare i vestiti.

In questo periodo di “governo” dei Carafa non mancano figure religiose di spicco come Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, vescovo dal 1762 al 1775, che promosse la moralizzazione dei costumi, soccorse la popolazione durante la carestia del 1764 e diede impulso alla ristrutturazione del Seminario Diocesano. Nel 1806 Giuseppe Napoleone abolì il sistema feudale e il territorio di Sant’Agata entrò a far parte della Terra di Lavoro. Solo nel 1860, con l’unità d’Italia, passò alla provincia di Benevento.

Sant’Agata è un luogo ricco di fascino e magia; viene spesso chiamata dagli storici “La perla del Sannio” e conosciuta dai turisti come la città sospesa perché il borgo costruito sulla rupe di tufo si erge sulla valle e sembra sospeso nel tempo, portando il visitatore a innamorarsi delle sue stradine strette, ricche di storia e di elementi architettonici che la caratterizzano.

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