Protetta a nord dalla lunga dorsale alpina, Biella è una città geminata, divisa tra la parte bassa, Biella Piano, e la parte alta, Biella Piazzo che, più comunemente detta il Piazzo, è collegata alla prima da una graziosa funicolare panoramica.

Biella Piano, nel Medioevo denominata Bugella, risulta l’erede della città dei Vittimuli, un centro urbano distrutto tra l’VIII e il IX secolo, molto vivo nell’epoca tardoantica, situato nella regione della Bessa, tra Salussola e Dorzano, sul tronco della via Francisca che univa Vercelli ad Aosta. Citata dall’826 come mansio, villa e pagus nei diplomi, emessi dalla cancelleria imperiale della corte di Pavia, Bugella dipendeva giuridicamente dai vescovi di Vercelli.

Invece la nascita del Piazzo, voluta dal vescovo vercellese Uguccione, che investì feudalmente della collina fortificata la vicinia del locus Bugellae affinché i vicini andassero ad abitarla, risale al 1160. Nel Medioevo il nucleo della vita religiosa e civile di Biella Piano era il Borgo, sviluppatosi nella zona attualmente occupata dalla Piazza del Duomo Nuovo.

La Pieve di S. Stefano, il cui capitolo, sin dal IX secolo, garantiva i rapporti tra l’autorità vescovile di Vercelli (da cui dipendeva) e il potere civile da un lato e le comunità locali dall’altro, rappresentava l’edificio religioso più antico.

Della chiesa, già presente nei secoli V e VI, e demolita nel 1872, si sono salvati una serie di mensole e capitelli, in parte conservati al Museo civico, e quattordici stalli lignei appartenenti al coro, ora incorporati nell’orchestra del Duomo Nuovo.

I pannelli, decorati con motivi floreali e figure simboliche molto prossime a quelle di alcuni cori, eseguiti negli anni 1460-1470 da un medesimo cantiere di lignari attivo tra Lombardia e Piemonte, testimoniano l’influsso della cultura artistica lombarda nell’arte tardogotica biellese.

Un elegante campanile e un suggestivo battistero sono le sole architetture superstiti, un tempo annesse al complesso plebano.

Il primo, a pianta quadrata, in passato era sistemato nella fiancata sinistra del presbiterio. Formato da otto piani, scanditi in due campi tramite lesene coronate nel lato superiore da una fila di otto archetti pensili, culmina in una cuspide acuminata, contornata ai lati da quattro pinnacoli in cotto. Molto probabilmente impostato su una torre della cinta muraria, è stato innalzato in tre periodi, come sembra attestare la muratura risalente nella zona inferiore al secondo quarto dell’XI secolo, nei due piani soprastanti a qualche tempo di poco posteriore, mentre negli ordini superiori e nel completamento databile alla fine del Mille.

Il secondo, dedicato a San Giovanni Battista, si trova a sinistra del Duomo. Edificato fra la fine del X e gli inizi del XI secolo su un sepolcreto romano con ciottoli di fiume, talvolta disposti a spina di pesce, e laterizi legati da abbondante malta, è considerato uno straordinario manufatto romanico.

Restaurato nel 2019, ha pianta quadrilatera, con quattro absidi semicircolari separate da robusti contrafforti che sorreggono il tiburio ottagonale, sormontato da un lanternino a pianta quadrata con quattro bifore, di epoca più tarda, a coronare il vertice.

Un bassorilievo in marmo raffigurante due putti, proveniente con ogni probabilità dai materiali di scavo d’età romana, emersi durante la costruzione del battistero, ingentilisce il timpano dell’originario portale principale architravato.

All’esterno del battistero gli elementi della decorazione, riscontrabili in edifici battesimali della metà del Mille nella zona eporediese e torinese, e la tipologia a pianta centrale, diffusa tra il V e il XII secolo nel territorio lombardo e piemontese, sono giustificate dagli stretti legami con il potere religioso vercellese.

All’interno l’architettura passa dalla pianta quadrata del corpo inferiore a quella circolare della pianta superiore (cupola) mediante l’impiego di pennacchi sferici triangolari, posti come sostegno a tratti di muro verticale.

Negli affreschi che lo decorano, si possono distinguere almeno tre fasi: una Madonna del latte con un santo martire dipinta nel terzo quarto del Duecento, alcune figure di santi risalenti alla prima metà del Trecento e numerose sinopie di pieno Trecento.

In età comunale Biella si schiera dalla parte guelfa, nell’orbita di Vercelli, sino alla dedizione ai Savoia, nel 1379.

I secoli XV e XVI sono caratterizzati dall’aggregazione intorno alla città di numerosi Comuni del territorio, il nucleo di quello che sarà poi il “Mandamento” di Biella, dal dominio delle signorie lombarde e dalla presenza dei feudatari legati al Ducato di Milano.

In questa stagione la tipologia dei cantieri e delle imprese promosse, lo spirito delle scelte operate dai committenti, l’utilizzo dei materiali, delle tecniche impiegate e degli artisti chiamati a lavorare, appaiono notevolmente influenzati dai tratti stilistici in auge nel ducato milanese.

Ne è prestigiosa testimonianza la costruzione del complesso conventuale di S. Sebastiano, iniziata con il trasferimento della congregazione dei Lateranensi a Biella, alla quale apparteneva (dal 1491) anche Bartolomeo Ferrero, fratello del committente, Sebastiano Ferrero.

Nato a Biella nel 1438 e deceduto a Gaglianico nel 1519, Sebastiano Ferrero fu chiavaro di Biella nel 1476, poi generale delle finanze alla corte di Savoia, infine durante la dominazione francese del Ducato di Milano generale delle regie finanze.

Fu quest’esimio personaggio a portare tanta modernità in un centro periferico come Biella e in date così precoci. Infatti egli, ben inserito nell’ambiente di corte milanese e profondamente segnato dalle presenze di Bramante e Leonardo, chiamò in città maestranze aggiornate sulle ultime tendenze architettoniche e artistiche lombarde.

Il risultato? Gli affreschi con motivi “a grottesca” che si ritrovano negli spazi conventuali, gli elementi decorativi in terracotta, costantemente presenti sia nella chiesa sia nel convento, e le straordinarie citazioni dell’edilizia lombarda bramantesca di fine Quattrocento, caratterizzata da una forte integrazione fra architettura ed elementi decorativi a rilievo e ad affresco, che rendono il complesso di San Sebastiano un unicum in Piemonte.

Particolarmente interessante il coro ligneo di S. Sebastiano, eseguito nel 1546 e impreziosito da stupendi medaglioni circolari, prodotti intorno al 1240-50.

Queste borchie, esempio assai eloquente dell’importanza rivestita, durante il Medioevo, dall’arte degli oggetti di oreficeria, appaiono composte da una piastra centrale, in cui sono raffigurate figure mostruose e fantastiche, lavorata in rame sbalzato e a smalto champlevé, furono prodotte dagli ateliers di Limoges che, con quelli mosani e renani, fra il XII secolo e il XVI secolo ne rappresentano i più abili esecutori. È molto probabile che le borchie del coro biellese in origine decorassero cassette, cofani o scrigni di destinazione profana o civile (custodie di gioielli, preziosi) e che solo in un secondo momento siano state incastonate nel coro come decori religiosi.

La diffusione e l’applicazione della tecnica orafa a champlevé, minutamente descritta nel trattato De diversis artibus del monaco sassone Teofilo, sono legate all’importanza simbolica che l’uso delle pietre preziose e dei metalli assunse nel contesto della produzione artistica.

Infatti lo splendore delle gemme e la lucentezza dei materiali adoperati evocano immediatamente e sottolineano tangibilmente la forza e la dignità del potere, ma anche l’importanza dei valori metafisici e trascendentali. La basilica fu terminata nel 1504, mentre il convento nel 1540.

Attualmente gli spazi del monastero ospitano il Museo del Territorio Biellese. Uno scrigno di arte e storia che racconta le vicende della formazione e del popolamento di questa peculiare area del Piemonte occidentale, a partire da quando, cinque milioni di anni fa, un mare tropicale sostituiva la pianura biellese, fino all’età medievale e allo scontro, avvenuto sulle alture di Biella e conclusosi nel 1506, tra la chiesa ufficiale e l’eresia dolciniana.

Tra i capolavori in mostra: gli affreschi del XII secolo staccati dalla chiesa di Santa Maria di Castelvecchio di Mongrando, di cui oggi in situ restano solo alcuni ruderi, i due leoni stilofori in pietra verde d’Oropa provenienti, come i capitelli e l’analogo frammento di archivolto scolpito, dall’antica chiesa plebana di Santo Stefano di Biella e il meraviglioso Polittico dell’Incoronazione, realizzato tra il terzo e il quarto decennio del Cinquecento e collocato in antiquo sull’altare maggiore della chiesa di San Francesco di Biella, oggi distrutta.

Pochi minuti di funicolare e si raggiunge il Piazzo che, adagiato su un verde poggio tra due vallate convergenti verso Biella Piano e le Prealpi, è strutturato lungo la vecchia strada di Oropa.

Piazza della Cisterna è il fulcro di questo bellissimo borgo medievale, sviluppatosi dall’aggregazione di più nuclei compositivi costruiti dalla fine del Ducento agli inizi del Cinquecento. Sull’ampio slargo, inquadrato tra due cortine di fabbricati porticati gotici, la cui struttura e decorazione rinviano alla tipologia della dimora signorile e alto borghese del Piemonte orientale, affacciano il Palazzo dei Principi dal Pozzo della Cisterna e il Palazzo del Comune.

Bassi e profondi i portici del Piazzo rimandano all’urbanistica medioevale padana e rispondono appieno alle esigenze pratiche e funzionali di quando la continuità delle fronti edilizie costituiva un riparo indispensabile contro le intemperie per botteghe, mercanti, artigiani, affari notarili, amministratori di giustizia e raduni della Credenza.