Da anni volevo mettere piede su quell’enorme massa di ghiaccio, la più estesa del nostro emisfero, e trovandomi in Danimarca a luglio decido di andarci, curioso di osservare come si muove la gente, di cosa parla, per cosa ride e ovviamente per la sublime bellezza della sua natura immacolata. La Groenlandia è una delle più grandi riserve di acqua dolce del pianeta, seconda solo all'Antartide. La sua enorme calotta glaciale copre circa l'80% della superficie dell'isola e contiene una quantità impressionante di ghiaccio che potrebbe diventare una risorsa strategica in futuro.
Nella caffetteria dell’hotel incontro due signori che ci sono appena stati, lo descrivono come un luogo ricco di fascino, ma anche desolante e “diversamente allegro”. Mi documento velocemente: Kalaallit Nunaat, ovvero terra dei Kalaallit, è il nome che viene attribuito alla Groenlandia dai nativi. Deve essere chiaro che Kalaallit e Inuit sono due nomi che indicano lo stesso popolo. Leggo e guardo video che parlano di depressione generale e di record di suicidi, però siamo alle solite: una cosa sono i racconti di altri e un’altra è vivere il luogo di persona.
Con un volo di cinque ore da Copenaghen atterro alla capitale Nuuk, la città più grande e il centro amministrativo, economico e culturale della Groenlandia, territorio autonomo del Regno di Danimarca, posizionata sulla costa sud-occidentale a 240 km a sud del Circolo Polare Artico. La sua popolazione ha di recente raggiunto i 20mila abitanti, ovvero più di un terzo dell'intera popolazione groenlandese. Temevo di trovare l’aria gelida artica e invece c’è un sole splendente ed un clima primaverile, decisamente piacevole. Qui si parla il “kalaallisut”, la lingua ufficiale Inuit, e il danese. La lingua Inuit ha parole lunghissime e molti termini composti, perché è una lingua polisintetica: le parole possono contenere intere frasi o concetti.
L’aeroporto Mittarfik, inaugurato da pochi mesi, dista appena 4-5 chilometri dal centro, alcuni si avviano a piedi. Chiedo all’addetto della Security informazioni sul bus diretto in città, il quale, avendo appena terminato il turno, si offre di accompagnarmi in auto, felice di farmi da Cicerone per il semplice piacere di aiutarmi a capire meglio la realtà del suo amato Paese. Un incontro fortunato, da lui apprendo una valanga di informazioni utili, difficili da reperire altrimenti. Si chiama Peter, un quarantenne Inuit di padre danese, dosato nei modi, garbato e attento, con un vissuto interiore straordinario. Mi mostra il Bar Pascucci, all’interno del centro commerciale NC (Nuuk Center), gli offro un caffè e lo vedo titubante, ma accetta per non dispiacermi: “Questo è il quarto caffè della mia vita”.
E mi spiega nei dettagli, in modo lucido e pacato, quando, come e dove ha bevuto gli altri tre, iniziando col primo a 12 anni. Tra l’altro, questa brodaglia insapore all’americana, non l’ha neppure finita. Questo gli suggerisce il ricordo di un suo amico che arrivato in Italia non sapeva nulla del caffè espresso e si è offeso: ne voleva di più. Peter sente inoltre di precisare: “Io non ho mai fumato, ma non ho neppure mai mangiato frutta o verdura, e tanti altri alimenti perché da dove vengo io queste cose non ci sono”.
Straordinari i suoi racconti d’infanzia a caccia tra i ghiacciai del nord con i nonni, quando pensava che tutto il mondo fosse come il suo villaggio, ovvero al buio e su ghiaccio. Il suo era un villaggio itinerante che si spostava di continuo alla ricerca di luoghi migliori per la caccia e la pesca: “Era una vita dura, ma anche straordinariamente libera, basata sulla essenzialità e sul ritmo naturale delle stagioni … cacciare, mangiare e dormire, null’altro”. Emerge la nostalgia per il vissuto con gli amati nonni che avevano comunque ben 13 figli da sfamare. Ricorda i giochi che faceva e di quando saltava da un blocco di ghiaccio galleggiante all’altro: “Uno dei pericoli più grandi è rappresentato dai gorghi che si formano sotto ai laghi ghiacciati, in alcuni punti rendono la superficie sottile e fragile, con forte rischio di cadere nell’acqua ghiacciata. In parecchi hanno perso la vita in questo modo”.
Credeva pure che la gente fosse tutta leale e onesta, poi ha iniziato a viaggiare e ha scoperto che non è proprio come immaginava: “Nei villaggi nessuno ruba o dice sfacciate bugie”. Gli Inuit sono un popolo indigeno dell’Artico, stanziato da secoli nelle regioni del nord. Hanno sviluppato una cultura straordinariamente adattata alle condizioni più estreme del clima artico. Inuit significa “gli uomini” o “il popolo”. Peter precisa: “È il termine corretto e rispettoso da usare oggi, mentre esquimesi è considerato obsoleto e offensivo, perché significa “mangiatori di carne cruda” ed è stato attribuito agli Inuit da popolazioni vicine in senso dispregiativo”.
Pochi passi e dalla cattedrale luterana “del Salvatore”, datata 1849, saliamo in cima al dirupo con la grande e severa statua del missionario Hans Egede che domina dall’alto la piccola baia del nucleo storico di Nuuk. Hans è il luterano norvegese che ha fondato la città nel 1728, soprannominato “l’Apostolo della Groenlandia” per il suo ruolo di dover riportare il cristianesimo nell’isola dopo secoli di abbandono. Peter nel raccontare di Hans torce il naso, non è proprio nelle sue grazie, giudicato troppo duro e inflessibile. Sotto, in riva al mare tra le rocce, troviamo la scultura di Sedna, una delle figure più suggestive della mitologia Inuit che rappresenta molto di più di una semplice dea del mare: “È la madre di tutte le creature marine e un simbolo potentissimo del rapporto tra l’uomo e la natura selvaggia dell’Artico”. Peter tiene a sottolineare che gli Inuit erano animisti, credevano che tutti gli esseri viventi e le forze naturali avessero uno spirito ed anche per quelli convertiti al cristianesimo rimane Sedna il loro punto di riferimento spirituale.
Iniziamo così a parlare del fenomeno dei suicidi, che ha reso gli Inuit della Groenlandia tristemente famosi per il loro record mondiale, con circa 80-96 suicidi l’anno per ogni 100.000 abitanti, contro la media globale di 9-16. Tra i giovani maschi (15-29 anni) è la prima causa di morte. Ciò che viene alla mente di chiunque sono i lunghi inverni trascorsi al buio che inducono alla depressione. Peter sembra avere le idee chiare: “Non c’entra nulla il buio, quello c’è sempre stato e, a conferma, il numero maggiore di decessi avviene in estate. Il fenomeno in progressione è iniziato negli anni ’50 e soprattutto dal 1970, con l’arrivo massiccio dei colonizzatori danesi. Lo snaturamento della cultura degli Inuit e delle loro abitudini di vita sta portando a un’evidente alienazione sociale che si manifesta con altissimi tassi di alcolismo e di suicidio”. E aggiunge: “Quella Inuit è la lingua ufficiale, tuttavia, ancora oggi se non parli danese o inglese fatichi a trovare un lavoro”.
Viene spontaneo associare gli Inuit agli aborigeni d’Australia, agli indiani d’America, agli esquimesi/inuit di Alaska e Canada, ma qui in Groenlandia il numero dei suicidi è tragicamente più alto. Peter, a riguardo, sforna un’interessante interpretazione che potrebbe spiegare questa differenza: “In passato, in caso di malattia grave o vecchiaia con conseguente incapacità di contribuire alla comunità, tra gli anziani Inuit della Groenlandia era prassi comune scegliere di porre fine alla propria vita per evitare di diventare un peso per il villaggio. Pertanto, una società che per secoli ha avuto una determinata attitudine verso il suicidio, può conservarne tracce attraverso modelli sociali, culturali e ambientali. In certe condizioni avverse, il suicidio era accettato e perfino ritualizzato in una sorta di suicidio assistito. La ricerca ha dimostrato che la tendenza al suicidio ha una componente ereditaria, mediata da fattori genetici che influenzano l’umore, l’impulsività e la gestione dell’ansia o della depressione”. Si tratta di un Dna culturale, più che biologico.
Nel saliscendi panoramico condotto da Peter per mostrarmi i vari angoli di questa piccola capitale sparsa e distribuita tra le rocce, superiamo l’aeroporto e ci troviamo davanti al Kinkergard, il principale cimitero della città con la distesa di tombe, semplici croci bianche in legno, rivolte verso il mare di Labrador. Peter, puntuale, mi illumina: “I cimiteri in Groenlandia sono disposti in posizione panoramica, spesso rivolti verso il mare o i fiordi, scelta che riflette la spiritualità Inuit, in cui il legame tra l'uomo, il mare e il paesaggio rimane centrale anche nel rito funebre”. Questo cimitero offre veramente una vista suggestiva sul paesaggio montano e sui fiordi circostanti, a contatto con la natura aperta.
Riprendiamo il giro e Peter mi stupisce nuovamente mostrandomi Nuussuaq, il quartiere malfamato dove la settimana scorsa due donne sono rimaste ferite in una sparatoria. Mi prega di non fotografare perché qui ci sono tossici e spacciatori che non amano gli intrusi. Tuttavia, si tratta di conflitti interni e il tasso di microcriminalità a danno di stranieri è quasi inesistente. Mi rassicura: “In tutta la storia della Groenlandia non c’è mai stata una rapina”.
Mi mostra il piccolo appartamento in affitto che divide con la compagna al costo di 1070 euro al mese, sufficiente a farmi comprendere che la vita qui a Nuuk non è economica. Il riscaldamento, invece, essendo l’inverno così lungo, non è caro poiché l’energia per il riscaldamento e l’elettricità proviene dalla centrale idroelettrica di Buksefjord, a circa 56 km dalla città. L’acqua calda viene distribuita direttamente nelle abitazioni e negli edifici pubblici: “Un privilegio di chi abita nella capitale, ma nei villaggi si continua a gelare e in inverno sopravvivono solo i più forti. Durante l’estate gli Inuit non perdono tempo, devono raccogliere sufficienti provviste per sopravvivere al lungo inverno”.
Peter mette a nudo la sua anima da cacciatore, cresciuto nella cultura della sopravvivenza, quando in una stanzina buia, come un sacrario, mi mostra fiero il suo prezioso arsenale composto da una ventina di sofisticati fucili, mitraglie e un’infinità di costosi accessori: “In Groenlandia è normale, ogni uomo è cacciatore … se eri bravo a cacciare potevi avere più mogli”. Guardiamo le foto trofeo di orsi bianchi, buoi muschiati e renne abbattuti, ma poi confessa: “Sono cambiato, da qualche anno vedo le cose in un altro modo e non mi va più di uccidere animali”. E conclude: “Con gli amici prendiamo la barca e andiamo a fare i pic-nic lungo i fiordi, in estate facciamo incetta di more. A tutti i groenlandesi piace immergersi nella natura per caricarsi di energia vitale e di un profondo senso di pace. Per questo i danesi ci definiscono Naif, ma a noi poco importa”.
Peter è inarrestabile, conversiamo per ore ed ore di ogni cosa, in un interscambio utile a entrambi. Racconta di quanto è bello girare in slitta trainata da cani, una razza tradizionale e preziosa per le comunità locali, sia per ragioni culturali che economiche: “I cani europei possono venire a Nuuk ma non nel resto della Groenlandia, questo per evitare la diffusione di malattie tra la popolazione canina locale. In particolare, serve a proteggere i cani da slitta e l'ecosistema locale, che è particolarmente delicato”.
Si dice preoccupato per lo scioglimento costante dei ghiacciai: “Il ghiacciaio più vicino dista 4-5 ore di barca. I fiordi diventano sempre più profondi e grandi per lo scioglimento. Ogni anno il ghiaccio diminuisce e un giorno finirà perché l’inquinamento spinge i ghiacciai sempre più a nord”.
Mi siedo con Peter al ristorante Katuag, curioso di dare un’occhiata al genere di piatti che offre il menù. Facile dedurne che la cucina groenlandese è strettamente legata alla natura artica e alle tradizioni Inuit, ricca di pesce e crostacei, soprattutto halibut, salmone, merluzzo e gamberi, ma anche carne di foca, balena, renna e bue muschiato. La carne di foca è considerata una prelibatezza, spesso servita cruda o bollita. Noi scegliamo la cotoletta di halibut con patatine fritte e maionese. I piatti occidentali non mancano, compresa la pizza che dicono e confermo essere molto buona. Singolare pure la popolare Icefiord Bryggeri, la birra artigianale locale prodotta con acqua di iceberg.
Peter parla, spiega, racconta e spazia a 360 gradi, ed io segno ogni cosa: “Tieni presente che gli Inuit non parlano tanto, come saluto fanno un lieve cenno con la testa e per dire sì alzano le sopracciglia”. Prosegue: “Di positivo oggi, in Groenlandia, oltre ad un valido programma di assistenza ai poveri, abbiamo la sanità e la scuola completamente gratuite. Non solo, il governo aiuta ogni studente universitario con un sussidio mensile pari a 830 euro che permette loro di essere più liberi di studiare, senza l’obbligo di mantenersi lavorando a tempo pieno”.
Dopo otto ore intense, ci salutiamo con il racconto di un suo sogno che, inizialmente, fatica a confessare per il timore di essere non capito o deriso: “Un ombra scura dietro di me, alle mie spalle (per noi Inuit è un’immagine associata a presagi negativi), la quale mi ha però avvisato che la salvezza dell’uomo sta in una parola sola: love”.
Oggi la temperatura massima ha raggiunto i 10 gradi e per Peter è un caldo fastidioso, corre a casa a rinfrescarsi. Per ultimo, mi consiglia di leggere i racconti di Knud Rasmussen, uno scrittore e viaggiatore danese che ha dedicato buona parte dei suoi reportage e libri alla Groenlandia, opere diventate classici della letteratura artica.
Torno al mio rifugio di nome Unnuisarfik Iglo, un accogliente appartamentino gestito dalla Inuit Maria che condivido con altri due viaggiatori. Uno è Dominik, polacco che vive a Londra da anni ed è diretto, per la seconda volta, alle isole Svalbard: “Questa volta vado nel settore russo, quello delle miniere di carbone, perché costa meno e posso osservare un’atmosfera di genere sovietico in un ambiente artico”. L’altra è Sangam Sharma, un’austriaca mezza indiana che ha già visitato più volte le varie parti della Groenlandia anche in inverno. Ora è diretta ad Aasiaat e da lì va in barca all’isola di Qeqertarsuaq a documentare con video e film professionali queste regioni e le rispettive popolazioni per conto di un circolo artistico di Vienna.
Racconta che gli Inuit al nord sono riservati e tranquilli ma anche molto ospitali: “Per cultura, gli Inuit sono molto discreti e non amano eccessive manifestazioni esteriori. Possono sembrare un po’ freddi o silenziosi all’inizio, ma è solo una forma di rispetto e prudenza verso chi non conoscono. Se approcciati con rispetto e curiosità sincera, sanno essere molto calorosi e accoglienti. Se poi impari qualche parola nella loro lingua ti fanno una gran festa. Hanno grande orgoglio per la loro terra e amano raccontare storie, tradizioni e leggende a chi è interessato davvero, senza atteggiamenti invadenti. A Nuuk e nei villaggi groenlandesi non aspettarti la folkloristica accoglienza artica da cartolina che a volte si trova altrove. La loro ospitalità è sobria, concreta e autentica. La Groenlandia ha ritmi e valori diversi dalle grandi città europee. Non amano fretta, pressioni, o turisti rumorosi e invadenti. Sì, sono curiosi verso gli stranieri, soprattutto nei villaggi più piccoli, ma sempre con discrezione”.
A mezzanotte, con il sole ancora alto che brilla, la temperatura è 2 gradi ma, a causa del vento, il meteo avverte che viene percepita come -9. Tuttavia, anche con il riscaldamento spento la casa ha un suo tepore e si sta ugualmente bene in maglietta a mezze maniche. Il miracolo è dovuto alle case costruite prevalentemente in legno e coibentate con cura per affrontare il clima artico. Pareti e tetti hanno strati isolanti, finestre con vetri doppi o tripli e tetti spioventi per gestire neve e freddo.
Torno in “centro”, rappresentato da un breve tratto di strada chiamata Imaneq, ovvero “la grande via”, cuore della zona commerciale e dei servizi cittadini, tra cui il NC, fulcro della vita quotidiana e sociale, con accanto il moderno edificio del Katuag, il centro culturale e congressuale più importante della Groenlandia, sede di eventi ufficiali, festival, congressi e spettacoli internazionali. Il suo design architettonico distintivo si ispira alle forme dei ghiacci e alle aurore boreali, con una facciata ondulata in legno chiaro che richiama il movimento delle cortine luminose nel cielo artico.
Pochi passi e sono affacciato sulla baia dell’antico borgo di Nuuk, seduto nella panchina panoramica assieme a tre Inuit, due donne e un uomo, leggermente brilli ma lucidi. Si sfogano, imprecano, anche se ne percepisco un animo gentile: “L’America ha la base di Thule ed altre sparse per l’isola, ma noi non vogliamo Trump! La Francia, più della Danimarca, si è offerta d’aiutarci in caso di bisogno”. Probabilmente perché Trump ha minacciato di annettere anche il Canada, dove la presenza francese è importante. Parlando in generale, pare che la maggioranza della popolazione preferisca mantenere legami più stretti con la Danimarca e l'Unione Europea, o perseguire una crescente autonomia interna.
Pur tuttavia, i tre Inuit sono molto critici col governo danese e riportano “le voci di popolo” che da più parti ho già sentito: negli anni ’50 e ’60, molti bambini sono stati portati in Danimarca nell’ambito di un programma che mirava a “civilizzarli” e renderli parte integrante della cultura danese. Adottati e cresciuti in ambienti dove veniva scoraggiata qualsiasi espressione dell’identità Inuit. Un esperimento sociale che ancora oggi è considerato un capitolo traumatico della storia groenlandese riguarda la “sterilizzazione forzata” di migliaia di giovanissime Inuit, vista come forma di imposizione culturale o mancanza di rispetto verso le comunità autoctone.
Ogni mattina da giugno a settembre, questa piccola parte della città è presa d’assalto dai croceristi. Di Inuit se ne vedono pochi. Dal NC vanno alla baia costellata da casette colorate, salgono in massa la collina con la statua di Hans, si allungano alla pescheria ed al Museo Nazionale, che merita la visita perché organizzato magnificamente: ospita collezioni che raccontano oltre 4.500 anni di storia groenlandese, dalle culture paleo-eschimesi alle opere di artisti contemporanei. Straordinarie le mummie di Qilakitsoq, antiche di 500 anni e conservate dal gelo artico. Non c’è tant’altro da vedere, ma perfetto per i turisti delle crociere con poco tempo a disposizione. Se il meteo lo concede, ci sono escursioni di due ore in barca lungo il fiordo alla ricerca di qualche piccolo Iceberg da fotografare. Negli ultimi cinque anni il numero di crociere che attraccano a Nuuk è in aumento, grazie alla crescente domanda di viaggi verso destinazioni artiche.
La mia sosta di dieci giorni nel bagliore della luce perenne è terminata, giornate divise tra sole e pioggia. Parto con la sublime sensazione che dona l’aria pulita, fresca, dei venti artici e dal mare aperto. Camminarci dentro ti fa sentire leggero, con un senso di purezza e benessere fisico che rende ogni respiro più intenso e limpido.















