Ci sono formule che, a forza di essere ripetute, riescono a sembrare verità storiche. È contro una di queste false evidenze che Sophie Bessis costruisce il suo saggio: La civilizzazione giudeo-cristiana, anatomia di un'impostura (tradotto dai tipi dell’Einaudi). E lo fa con una tesi tanto semplice quanto scomoda: la cosiddetta «civiltà giudeo-cristiana» non è un’eredità millenaria compatta e naturale, ma una costruzione storica e ideologica, nata e trasformata in funzione di precise esigenze culturali e politiche.

Sophie Bessis mette in discussione un racconto rassicurante senza cadere nella semplificazione opposta; ricostruisce fratture, conflitti, esclusioni e reciproche influenze, mostrando quanto la storia europea sia stata attraversata da scambi e contaminazioni ben più complessi di quanto lasci intendere il mito delle «radici». La sua scrittura è polemica, ma non rinuncia alla documentazione; il ragionamento è serrato, senza diventare astratto, ed è proprio qui che il saggio trova la sua forza: non pretende soltanto di smontare un’espressione, ma ci costringe a interrogarci sul potere delle parole con cui definiamo una civiltà, un’identità, un’appartenenza.

In un’epoca come l’attuale in cui le «radici» vengono spesso invocate per tracciare confini, un libro come questo è necessario. Bessis ci ricorda che la storia, prima di essere un patrimonio da rivendicare, è un terreno da conoscere e da discutere. La formula usata ripetutamente dai vertici dei paesi dell’Unione Europea avente come base la «civiltà giudeo-cristiana» è presentata per apparire quasi ovvia per descrivere le radici culturali dell’Europa e dell’Occidente complessivo.

Il punto di partenza di Bessis è una domanda semplice, ma tutt’altro che innocente: da dove viene l’idea che esista una civiltà «giudeo-cristiana» fondata su una comune eredità religiosa e culturale? La domanda diventa particolarmente importante perché quella formula non è soltanto descrittiva. Quando si parla di «radici giudeo-cristiane» dell’Europa, infatti, si compie già una scelta: si stabilisce quali tradizioni appartengano al patrimonio dell’Occidente e, implicitamente, quali ne restino ai margini; ovvero vadano respinti, fino a diventare il pericolo.

È qui che il libro acquista la sua dimensione più propriamente politica, senza trasformarsi tuttavia in un pamphlet. Bessis non si limita a contestare una formula: ne segue la genealogia e ne mette in evidenza le contraddizioni. La sua ricostruzione mostra quanto sia difficile parlare di una continuità lineare fra ebraismo e cristianesimo, e quanto ancora più problematico sia trasformare questa relazione, segnata nella storia da conflitti, gravi persecuzioni, separazioni e reciproche appropriazioni, nella fondazione pacificata di una civiltà comune.

Se si pensa che il giorno di carnevale, nella Roma papalina, membri della comunità ebraica erano costretti a correre in via del Corso per essere bersagliati con ortaggi e uova marce da parte della cittadinanza, il paradosso è evidente. Per secoli l’Europa cristiana ha costruito una parte della propria identità anche attraverso la distinzione (il marchio giallo imposto ai cittadini di religione ebraica, sia esso il cappello giallo o una coccarda gialla, fino alla stella a sei punti gialli di hitleriana memoria) e sempre più spesso l’opposizione nei confronti dei cittadini di religione ebraica.

L’idea di un’origine armoniosamente «giudeo-cristiana» nasce per cancellare proprio quelle fratture che hanno segnato la storia europea. Bessis invita il lettore a non confondere la presenza dell’ebraismo nella storia europea con l’esistenza, da sempre, di una civiltà condivisa e consapevole di sé come «giudeo-cristiana».

La questione non riguarda soltanto il rapporto fra ebraismo e cristianesimo. È forse questo uno degli aspetti più interessanti del libro. Parlare di «civiltà giudeo-cristiana» significa anche raccontare l’Occidente attraverso una selezione delle proprie origini, mettendo in secondo piano altre componenti decisive della sua storia. Il Mediterraneo, il mondo arabo-musulmano, la tradizione greca e romana, gli scambi intellettuali fra culture diverse, le traduzioni, le circolazioni di idee e di conoscenze: tutto questo rischia di scomparire quando una storia complessa viene ricondotta a una genealogia semplice e rassicurante.

Bessis, giornalista e consigliera di UNESCO e UNICEF, insiste dunque sulla natura composita delle civiltà. L’Europa che conosciamo non è il prodotto di una sola matrice, ma il risultato di incontri, conflitti, prestiti, contaminazioni e trasformazioni. La cultura europea è, per sua natura, plurale. E proprio questa pluralità, più che un’identità originaria e immutabile, costituisce uno dei suoi tratti fondamentali.Nelle pagine del libro sembra di riascoltare le parole dell’ex presidente della Repubblica francese, François Mitterrand:

I francesi hanno come avi i Galli e un po’ di Romani, poi sono venuti i Germani, gli ebrei, gli italiani, gli spagnoli e i portoghesi, chissà, polacchi, e mi domando se non siamo già un po’ arabi… La Francia è un composito. È un paese di meticciato. È questo che fa la sua ricchezza e la sua forza.

Bessis-4-1 Sophie Bessis, autrice del libro La civilizzazione giudeo-cristiana, anatomia di un'impostura, Einaudi, 2026.

Il pregio maggiore del saggio sta forse nella capacità di trasformare una questione apparentemente terminologica in una riflessione più ampia sul modo in cui costruiamo il passato. Le parole con cui raccontiamo la storia non sono mai completamente neutre. Definire una tradizione come «radice» significa attribuirle un ruolo fondativo; stabilire che una civiltà possiede determinate origini significa anche delimitare un «noi». La storia può così diventare uno strumento di inclusione, ma anche di esclusione.

Nel libro, Sophie Bessis mette in discussione l’idea di una “civiltà giudeo-cristiana” intesa come identità culturale unitaria e come patrimonio esclusivamente occidentale. Secondo l’autrice, questa espressione, soprattutto nel dibattito politico contemporaneo, tende a presentare come naturale e omogenea una tradizione che in realtà è il risultato di storie molto più complesse, conflittuali e intrecciate.

Il punto centrale della sua analisi è che l'Occidente ha spesso costruito la propria identità attraverso una selezione della memoria storica. Si insiste sulle radici ebraiche e cristiane dell'Europa, mentre vengono ridimensionati o rimossi altri contributi fondamentali, in particolare quelli del mondo arabo-musulmano, dell'antichità mediterranea e degli scambi tra civiltà.

Un altro aspetto fondamentale riguarda il rapporto tra Occidente e Islam. Bessis contesta la rappresentazione dell'islam come elemento estraneo alla storia europea e alla modernità. Le civiltà islamiche hanno infatti partecipato alla trasmissione e all'elaborazione di conoscenze filosofiche, scientifiche, mediche e culturali che hanno contribuito alla formazione dell'Europa medievale e moderna. La storia, dunque, non può essere raccontata come uno sviluppo autonomo dell'Occidente contrapposto a un Oriente esterno e separato. Perciò, secondo l'autrice, parlare semplicemente di una comune “civiltà giudeo-cristiana” rischia di cancellare una parte importante della storia europea.

È questa la ragione per cui il libro appare particolarmente attuale. In un’Europa attraversata da discussioni sull’identità, sull’immigrazione, sulla laicità e sul rapporto fra religioni e spazio pubblico, il richiamo alle «radici» cristiane o «giudeo-cristiane» viene spesso utilizzato come se descrivesse una realtà storica indiscutibile. Bessis suggerisce invece di fermarsi un momento prima di accettare quella formula e di chiedersi che cosa essa voglia effettivamente dire. Chi comprende? Chi lascia fuori? E soprattutto: quando è comparsa questa rappresentazione dell’Occidente?

La forza polemica del libro nasce proprio da queste domande. Il titolo, con la parola «imposture», non lascia spazio a equivoci: Bessis non intende proporre una semplice correzione terminologica, ma mettere radicalmente in discussione una rappresentazione del passato. È una scelta che può suscitare discussione, e forse è giusto che sia così. Un saggio di questo tipo non ha il compito di tranquillizzare il lettore, bensì di costringerlo a riesaminare ciò che dava per acquisito. Del resto, la civiltà greco-romana ha impregnato l’intera Europa (il Mediterraneo e il Medio Oriente) per oltre un millennio, le cui “radici” sono ancora presenti.

Il rischio, semmai, è quello insito in ogni tesi fortemente polemica: quando si vuole smascherare una costruzione ideologica, si può essere tentati di sostituire una narrazione semplificata con un’altra. Ma è proprio qui che il libro merita di essere letto con attenzione e discusso, anche nei suoi passaggi più assertivi. La sua utilità non consiste nell’offrire una nuova formula identitaria, altrettanto compatta, ma nel rendere più difficile ogni racconto troppo semplice delle origini europee.

Sophie Bessis ci ricorda, in definitiva, che una civiltà non è un’eredità immobile custodita in una cassaforte. È un processo, un intreccio, una storia di incontri e di conflitti. Le identità collettive non sono necessariamente false perché sono costruite; diventano però problematiche quando la loro costruzione viene dimenticata e viene presentata come un dato naturale, eterno, incontestabile. Quando ne viene fatta una religione per interesse e per indicare un nemico.

Bessis non nega l'importanza dell'eredità ebraica e cristiana dell'Europa; contesta la trasformazione di questa eredità in un'identità occidentale esclusiva, soprattutto quando viene utilizzata per contrapporre l'Europa all'islam. Il suo obiettivo è decostruire una narrazione identitaria e mostrare il carattere plurale, conflittuale e interconnesso della storia delle civiltà.