Tutti e tutto parlano di innovazione, di cambiamento, di modifica - ci siamo perfino abituati a parlare di “tradizione del nuovo” – in modo francamente eccessivo. Non sarà che, come (quasi) sempre accade, si vuole nascondere l’esatto contrario?

La cosa è quanto meno altamente probabile. Vogliamo parlare del mito delle start-up? Quante delle nuove aziende, nate per rendere disponibili idee innovative (e far diventare ricchi i giovanissimi rampolli), riescono a sopravvivere al foraggiamento dei genitori volto a dimostrare la genialità dei propri figli?

Altrettanto interessante è verificare la bontà delle proposte, specie se vogliamo inimicarci qualcuno… meglio passare oltre, niente citazione dantesca e avanti!

Facile guardare al passato e citare le incredibili scoperte e innovazioni, ma senza scomodare la ruota e le Americhe possiamo fare qualche piccolo ragionamento sul nostro vissuto. Il primo, e purtroppo inevitabile, esempio è quello che la più importante invenzione dei nostri anni sembra essere l’aggancio tra il tappo e la bottiglia di plastica. Si tratta di un vero e proprio vessillo del nostro tempo, che definire vacuo è troppo poco!

Che ne è stato di Vincenzo Lancia, che inventò la carrozzeria portante, rivoluzionando il trasporto automobilista con la sua Lambda nel lontano 1922? Forse lo stesso accorso all’ingegner Giuseppe Gilera, il cui motore a quattro cilindri in linea dopo i successi conseguiti nelle gare motociclistiche di allora è stato continuamente migliorato, specie dalle case costruttrici giapponesi, ma è tuttora in produzione con moltissimi adepti, me compreso?

Oggi vengono riproposte le automobili del passato, riviste ma dall’aspetto noto, leggi: ruffiano. Il maggiolino, la cinquecento e la mini sono gli esempi più noti, tutti aventi dimensioni ben diverse dai rispettivi originali, al punto che i vecchi modelli potrebbero starci all’interno dei nuovi. Di rivoluzionario, però, ma forse nemmeno di nuovo, questi ultimi non hanno alcunché. Che non sia altro che l’ennesimo caso di utilizzo della storia come repertorio di immagini?

Il progresso è inarrestabile, nessuno lo mette o lo metta in dubbio, però quello a cui assistiamo, uso questo termine perché non ne siamo protagonisti e forse nemmeno partecipi, non è molto di più di una lenta e continua ascesa, passo dopo passo, come stessimo percorrendo una scala, gradino dopo gradino. Quello di cui però avremmo bisogno è un salto, un passaggio non-lineare dallo stato in cui siamo ad uno superiore, il che può accadere solo in presenza di qualcosa che non derivi pedissequamente dallo status quo. Non l’aggiungere un valore alla volta, per cui al dieci succede l’undici come dal centoventuno si passa al centoventidue; abbiamo bisogno di numeri diversi, ad esempio dal meno tre passare, chissà come, al milleduecentotrentaquattro, forse addirittura puntare su quelli impronunciabili, non proprio come i marameomilioni di disneyana memoria, perché talmente e davvero nuovi da metterci in difficoltà.

Ma quando non è così, e comunque fino a quel giorno, che cosa possiamo fare? La maggior parte delle persone punta - è noto, dimostrato e ridondante - sulla lamentela... come se questa azione ci ponesse al di sopra, il che ovviamente non è vero e può essere ritenuto tale solo da perfetti sprovveduti. Peggio, calcando la mano, può succedere con l’autocommiserazione, come se la sfortuna accanitasi su di noi potesse redimerci, quanto meno agli occhi degli altri, dalle nostre miserie. Nessuno piangerà per noi, forse qualcuno lo farà di gioia per i nostri insuccessi, e pure a noi stessi l’autoconvincerci di essere “giustificati” porta ben poco, meglio quindi attivarsi per la nostra crescita personale e spingerci verso un benessere tutto nostro, anche quando l’azione richiesta non contempli la ripetizione di cose note, anzi trite e ri-trite.

Non tutti, però, la pensano come qui si auspica; è ovvio che pure le opinioni diverse, ed anzi comprese quelle opposte, hanno diritto al massimo rispetto. L’avere abitudini, routine o come le vogliamo chiamare o definire, ha la sua importanza, se non altro per il loro mettere ordine al nostro operato. Se però i contenuti sono sempre gli stessi, sarà pur vero che non viene richiesto alcuno sforzo, ed ancor meno risultato, ma la presunta “tranquillità” in anni come questi non lo può essere a lungo. C’è chi si crogiola nel dover effettuare la stessa operazione per tutta la vita lavorativa, disperandosi nell’andare in pensione, ma come può sentirsi davvero costui davanti al nostro suggerimento? E, pur dando per buono quanto di positivo potremmo trovare, la cosa non è più possibile: ogni cosa codificata, ed anche molte di quelle che non sembrano esserlo, può essere trasferita a macchine che lavorano molto più in fretta, con un numero inferiore di errori, senza ferie, malattie o rivendicazioni salariali...

Comunque la si pensi, la situazione è insostenibile, anche per chi ritiene di poter aspettare di esserne coinvolto in prima persona. Questo povero illuso sarà spazzato via, espulso senza possibilità di ritorno! La competizione con questi strumenti, ormai diventati di utilizzo diffuso e che domani soppianteranno molti di noi, non può che passare dall’imparare a usarli. Un non-sprovveduto non può però non capire che non si tratta di fare qualche banale domanda allo strumento più in voga o a quello scelto dall’azienda per cui lavoriamo, questi lo sanno già fare da soli e domani non ci sarà alcun bisogno di queste figure, un poco come delle dattilografe e di chi sa mandare un fax… Serve – e sopravviverà – solo chi sarà capace di fare meglio. Come? Riprendiamo con i "non", non certo nell’ambito del calcolo, semmai - guarda caso - proprio in quello della produzione di idee, che necessariamente devono essere migliori delle “automatiche”!

A questo punto, non domani o dopodomani, sarà il caso che la maggior parte di noi, compresi i creativi che hanno solo l’abito inutilmente originale, si interroghi sul passato (evidentemente non più replicabile), sul presente (in scadenza tanto ravvicinata da ricordare le mozzarelle di bufala), sul futuro prossimo (che domani mattina sarà sotto casa) e pure su quello lontano (fatto anacronistico ma indispensabile), lasciamo stare solo quello anteriore di scolastica memoria…

D’altra parte, per chi non si barricherà in armadio, neanche fosse l’amante della padrona o del padrone di casa, questo è il solo modo per salvarsi ma pure quello che garantisce il più alto livello di soddisfazione, economica ma pure professionale/lavorativa/personale. L’autorealizzazione di sé, specie se in parallelo abbiamo un compenso sufficiente se non adeguato, con ogni probabilità non ha uguali, con buona pace dei “poveri-ricchi”.

Il lavoro ripetitivo, al di là della banalità che ci porta all’autodistruzione, non ha futuro, vogliamo confrontarlo con la produzione del nuovo? Ancora una volta sono le idee, e solo queste, a poterci far uscire dalle sabbie mobili.

E chi non le ha? Coloro a cui proprio non “vengono”, anche mettendoci tutto l’impegno del caso? Evitiamo di approfondire quali azioni vengono intraprese aIlo scopo, ancor meno deridiamo la cosa, basti qui ricordare come molte aziende “illuminate” hanno profumatamente stipendiato per anni innovatori di ogni tipo, che però nella stragrande maggioranza dei casi non hanno prodotto alcunché… Del resto si tratta di un lavoro non basato sull’impegno prodotto o sui costi sostenuti, così come a molto tempo applicato può non corrispondere nulla e magari, all’improvviso, palesarsi qualcosa, anche più di una, di valore elevato! Come dimostrato dal fatto che alcune delle più importanti scoperte ed invenzioni della nostra storia, non quella recente ma tutta, sono state frutto del caso, beffardo forse, ma in ogni caso pressoché non direttamente dipendente dall’attività di chi se ne è accollato il merito.

Non possiamo farci nulla, perciò? Ne avremmo bisogno ma... non ci resta che attendere la volontà del caso? Anche no, pur non pretendendo di rivoluzionare l’intero mondo conosciuto, qualcosa possiamo fare, per noi ma anche per chi ci sta intorno, persone e ambiente. Il passato ci ha insegnato molto, in particolare su chi si è fatto aiutare per avere quelle visioni che normalmente mancavano… ma questo non ci interessa.

Molti hanno studiato la cosa, in alcuni casi mettendo a punto un metodo “a prova di stupido”, capace, ovviamente a loro parere, ma non nascondiamo il fatto che altri la pensino in modo opposto, di far produrre a chiunque, ad eccezione dei soli animali, delle ottime idee. Non abbiamo il tempo e non c’è qui lo spazio per approfondire, non si può però non citare, al limite per contraddirli, alcuni termini ed azioni che vorrebbero andare in questa direzione.

In ordine sparso: il brainstorming (la tempesta di cervelli, che dovrebbe generare il maggior numero possibile di idee in tempo reale, senza giudizio, grazie alla provocazione della creatività di gruppo), le mappe mentali o concettuali (non ci interessa la diversità di questi modi per relazionare principi e concetti ma il loro aiutare a svilupparli), il pensiero laterale (modo per osservare non comunemente, cambiando la prospettiva così da individuare soluzioni impreviste), il free writing (la scrittura libera, perché priva di quelle regole, e soste, che si ritiene blocchino il flusso creativo).

E ancora: il journaling (pratica di registrazione delle nostre attività e pensieri, finalizzata in particolare a tenere una sorta di “diario delle idee” in cui registrare idee, che si vorrebbero creative, spunti di business e ogni tipo di progetti da sviluppare prima o dopo, il concassage (la tecnica per disgregare ogni questione, idee in itinere comprese, mediante quesiti di ogni tipo e l’osservazione in modo altrettanto “aperto”, il metodo "20 Soluzioni" (che, ricercando un numero così ampio di strade da percorre, di fatto spinge a cercare oltre lo scontato), l’incubazione (la “pausa” che ferma l’attività mentale mediante il lavoro “fisico” del corpo, che spinge il subconscio ad emergere).

Innegabile come quanto sopra possa effettivamente essere d’aiuto, cioè far aumentare il “ragionamento”, più o meno “libero”, inteso in termini di razionalità, ma da qui a sostenere che si riesca a produrre idee, specie se siamo “aridi” in materia, ne passa!

Da ultimo, e come sempre si dice “ma non ultimo”, l’intelligenza artificiale ci viene anche in questo caso in aiuto. Perfino il più banale uso di questo straordinario strumento – la sostituzione dei motori di ricerca – fornisce indicazioni, più o meno vaghe, a seconda della nostra richiesta. Anche in questo caso si ripete il solito ritornello: il mezzo, ricombinando la sua incredibile mole di informazioni possedute, sputa risposte a raffica, su ogni tema ma se parliamo del nuovo qualcosa non torna.

Poggiamo lo sguardo, e l’orecchio, su analoghi usi in termini di composizione, poco importa se letterale, musicale, grafica, architettonica o altro, frutto di una delle ormai non poche intelligenze artificiali a nostra disposizione: come sono i prodotti del loro lavoro quando viene richiesto di produrre qualcosa che non c’è? Peter Pan avrebbe molto da dire, qualcosa pure noi. Non vi è dubbio, infatti, di come questo continuo produrre di più, in termini quantitativi ma soprattutto qualitativi, ci sorprenda, di settimana in settimana. Pur abituandoci al risultato che fino a ieri consideravamo straordinario, per non dire impossibile, la continua ed irresistibile evoluzione è così forte da costringerci a dichiararci quanto meno sorpresi, di continuo.

Sul risultato, avulso dal contesto, per cui non consideriamo come è stato generato ma solo la qualità percepita, in modo da non farci influenzare dall’“effetto sorpresa”, qualcosa potremmo però affermare. Il fatto che scriva meglio di molti di noi, in termini di contenuti e di modo, non ci dice molto. La musica, altro esempio, seria e/o colta che voglia essere ma pure nel caso di quella che un tempo indicavamo come “pop”, abbreviando il termine popolare, sembra invece essere davvero rivelatrice.

Non riesco, personalmente, a trovarci, nulla che valga la pena di essere ascoltato o ricevere comunque la nostra attenzione. Vero che non sarei in grado di fare meglio, ma questo che significa? Nulla, ovvio. Sono prodotti di maniera, sempre migliori ma privi di novità, quindi, per parafrasare quanto qui cerchiamo, di idee... Interessante, ma triste, il verificare come chi abbia chiesto all’intelligenza artificiale di scrivere, suonare e cantare canzoni alla maniera dei partecipanti al più noto festival della canzone italiana abbia ricevuto prodotti assolutamente conformi alla richiesta, pressoché indistinguibili dal lavoro del titolare di nome e fama ma assolutamente banali. Perché, a questo punto senza dubbio, il nostro amato artista proprio questo fa… Del resto, chi tirerebbe il collo alla gallina dalle uova d’oro? Con buona pace della qualità, che non corrisponde al lisciare il pelo…

Che fare, a questo punto? La sola presa di coscienza di questo fatto, oggi si usa molto, anche troppo, il termine consapevolezza, potrebbe essere un buon inizio.