Ho avuto la possibilità di conoscere S. Em.za il Cardinale Angelo De Donatis – Penitenziere Maggiore dal 2024 – in occasione della celebrazione del Pontificale del 29 agosto scorso, presso il Santuario della Madonna della Guardia di Tortona, ove viene custodito il corpo di San Luigi Orione. Persona affabile, sorridente, ma anche colta e riflessiva, ho potuto anche apprezzarne la concretezza e la spiritualità nella bella omelia durante la concelebrazione mariana solenne. Ricordiamo che, prima di quest’ultimo importante incarico, è stato Vescovo ausiliare di Roma (dal 2015 al 2017) nonché Vicario generale di Sua Santità per la diocesi di Roma (dal 2017 al 2024).
Dopo esser stato Gran Cancelliere della Pontificia Università Lateranense, è Presidente del Consiglio di amministrazione dell’Università LUMSA, e Cardinale presidente del famoso Almo Collegio Capranica. Nato a Casarano (in provincia di Lecce) il 4 gennaio 1954, è stato nominato Vescovo da Papa Francesco il 14 settembre 2015, creato poi Cardinale il 28 giugno 2018, del Titolo di San Marco. Ecco il testo dell’intervista (di cui ringrazio per la pazienza e collaborazione anche il Segretario particolare mons. Pablo Castiglia).
Eminenza, ci può descrivere di cosa si occupa la Penitenzieria Apostolica? Cioè questo particolare Tribunale di Foro interno? Inoltre, quali sono le sue principali mansioni come Penitenziere Maggiore?
La Penitenzieria Apostolica è uno dei tre Tribunali della Santa Sede, ma ha una fisionomia del tutto particolare. La sua competenza riguarda il foro interno, cioè quell’ambito intimo e personale nel quale il fedele si pone davanti a Dio, soprattutto nel sacramento della Riconciliazione e nel rapporto con la propria coscienza. Per questo è stata felicemente definita il “Tribunale della Misericordia”: non giudica per condannare, ma interviene per rimettere, dispensare, sanare e riconciliare.
In concreto, tratta le materie che, per la loro particolare delicatezza, sono riservate alla Santa Sede nel foro interno, sacramentale e non sacramentale; inoltre, alla Penitenzieria è affidato quanto concerne la concessione e l’uso delle indulgenze. Come Penitenziere Maggiore ho il compito di presiedere e orientare questo servizio, assicurando che esso sia svolto con fedeltà alla disciplina della Chiesa, assoluta riservatezza e, soprattutto, con quello spirito di misericordia che ne costituisce la ragione più profonda.
Lei non crede che un Organismo di questo tipo – avendo competenze di Foro interno – possa meglio far emergere la natura umano-divina della Chiesa? Dove gli aspetti invisibili sono più importanti di quelli visibili?
Certamente. La Penitenzieria ci ricorda in modo molto concreto che la vita della Chiesa non si esaurisce in ciò che è visibile, organizzativo o istituzionale. Esiste una dimensione profonda, spesso nascosta, nella quale la grazia di Dio incontra la libertà e la coscienza della persona.
Nel foro interno la Chiesa esercita una vera potestà, ma lo fa al servizio della riconciliazione e della salvezza. È forse uno dei luoghi nei quali appare con maggiore evidenza la sua natura insieme umana e divina: vi è la mediazione concreta della Chiesa, con le sue norme e i suoi ministri, ma tutto è ordinato a un incontro che rimane misterioso e personale, quello tra Dio e l’uomo. L’invisibile non rende meno reale ciò che accade; al contrario, ne costituisce la dimensione più profonda.
Com'è strutturata la Penitenzieria? Vi lavorano anche dei fedeli laici?
La Penitenzieria è presieduta dal Penitenziere Maggiore ed è composta dal Reggente, dai Prelati e dagli Officiali che collaborano allo studio e alla trattazione delle diverse questioni. Vi sono competenze teologiche, canoniche e pastorali che devono continuamente dialogare tra loro, perché le situazioni sottoposte al Tribunale riguardano sempre persone concrete e la loro vita davanti a Dio.
Vi collaborano anche fedeli laici, soprattutto nei compiti che non richiedono l’Ordine sacro e nelle funzioni amministrative e organizzative. È una collaborazione preziosa. Naturalmente, per la particolare natura delle materie trattate, a tutti è richiesta una rigorosa riservatezza.
Lei non pensa che il sacramento della “confessione” sia quello con la più alta “mediazione umana” del ministro celebrante?
È certamente un sacramento nel quale la mediazione personale del ministro appare in modo particolarmente evidente. Il penitente non incontra un rito impersonale: parla, racconta la propria vita, manifesta ferite, fragilità e peccati a un altro uomo, che è chiamato ad ascoltare, discernere, consigliare e infine pronunciare l’assoluzione in nome di Cristo e della Chiesa.
Proprio per questo il confessore deve essere molto consapevole del proprio limite. Non è il padrone della coscienza del penitente e non è il protagonista del sacramento. Deve essere padre, medico, maestro e giudice nel senso evangelico di questi termini, ma soprattutto deve lasciar trasparire la misericordia di Dio. Quanto più è forte la mediazione umana, tanto più essa deve essere umile e discreta, perché sia Cristo a emergere.
Con che frequenza organizzate corsi per i sacerdoti rispetto al sacramento della confessione?
La formazione dei confessori è una delle attenzioni costanti della Penitenzieria. Da molti anni organizziamo annualmente il Corso sul Foro Interno, rivolto in particolare ai sacerdoti e ai candidati prossimi all’ordinazione, nel quale vengono approfonditi gli aspetti teologici, canonici, spirituali e pastorali del ministero della Riconciliazione.
A questo si sono aggiunti negli ultimi anni specifici seminari di formazione sul sacramento della Confessione, pensati con un taglio molto pastorale e aperti anche a un pubblico più ampio. L’intento è aiutare non soltanto a conoscere bene la disciplina, ma a riscoprire continuamente la bellezza del sacramento e a formare confessori capaci di ascolto, discernimento e misericordia.
Quali possono essere i principali santi protettori per la sua attività? O semplicemente il suo personale?
Ci sono alcune figure di santi alle quali mi sento particolarmente legato e che, in modi diversi, hanno accompagnato il mio cammino spirituale e sacerdotale. Penso anzitutto a san Charles de Foucauld, a santa Teresa di Gesù Bambino e a san Francesco d’Assisi: tre figure molto diverse, ma accomunate dalla radicalità evangelica, dalla semplicità e dal desiderio di lasciare spazio all’azione di Dio nella propria vita.
Per quanto riguarda più direttamente il ministero della Riconciliazione, sento particolarmente vicini san Pio da Pietrelcina e san Leopoldo Mandić. Entrambi hanno vissuto gran parte del loro ministero sacerdotale nel confessionale, facendo esperienza della misericordia di Dio come luogo concreto di incontro, di guarigione e di speranza. Sono figure che ricordano al confessore che non è lui il protagonista: è chiamato piuttosto a essere uno strumento discreto attraverso il quale una persona possa ritrovare la pace con Dio e con se stessa.
Libera Università Maria Santissima Assunta (LUMSA o Università LUMSA) è un'università privata d'ispirazione cattolica con sede principale a Borgo Sant'Angelo, Roma.
Qual è il segreto per coniugare sapientemente verità e carità, chiarezza e misericordia?
Credo che il punto di partenza sia ricordare che, in Dio, verità e misericordia non sono mai in opposizione. La misericordia non consiste nel nascondere la verità e la verità cristiana non può essere annunciata senza carità.
Nel confessionale questo diventa particolarmente concreto. Occorre saper chiamare il bene e il male con il loro nome, ma nello stesso tempo guardare la persona come Dio la guarda: non identificandola mai con il suo peccato e non togliendole mai la speranza. Il confessore deve aiutare a fare verità davanti a Dio, ma una verità che apre alla conversione e alla vita nuova. La chiarezza senza misericordia rischia di ferire; una misericordia senza verità rischia di diventare superficiale. Il Vangelo ci chiede di tenere insieme entrambe.
Ritiene ci sia sufficiente consapevolezza tra i fedeli della ricchezza spirituale delle indulgenze?
Probabilmente non ancora. L’indulgenza è talvolta percepita come qualcosa appartenente al passato oppure viene compresa in modo troppo giuridico. In realtà esprime una verità molto bella della fede cristiana: il peccato viene perdonato nel sacramento della Riconciliazione, ma lascia nella persona e nelle relazioni delle conseguenze che hanno bisogno di essere guarite e riparate.
L’indulgenza manifesta la sovrabbondanza della misericordia di Dio e, insieme, la comunione dei santi: nessuno si salva da solo, perché nella Chiesa i beni spirituali vengono condivisi. Il recente Giubileo ha certamente aiutato molti fedeli a riscoprirne il significato. Rimane però importante continuare a spiegarla con un linguaggio semplice, evitando sia una comprensione meccanica sia l’idea che si tratti di una scorciatoia rispetto alla conversione.
Mi ha colpito la celerità con cui normalmente agisce la Penitenzieria, che è dovuta non ad un aspetto di “efficienza mondana”, ma proprio all’importanza delle materie da essa trattate per la salvezza delle anime. Cosa può dirci al riguardo?
È proprio così. La celerità, nella Penitenzieria, non nasce anzitutto da un criterio aziendale di efficienza, ma dalla natura stessa delle questioni che ci vengono affidate. Dietro ogni pratica c’è una persona, spesso una coscienza che soffre, un penitente che attende di poter essere pienamente riconciliato con Dio o un confessore che ha bisogno di una risposta per poter accompagnare correttamente qualcuno.
Per questo cerchiamo di rispondere con la maggiore tempestività possibile, naturalmente senza sacrificare la serietà dello studio e la prudenza necessaria. La tradizione canonica ci ricorda che la salvezza delle anime è la legge suprema della Chiesa. Quando si lavora nel foro interno, questa affermazione assume un’evidenza particolare: non si stanno semplicemente trattando fascicoli, ma servendo persone nel punto forse più delicato della loro relazione con Dio.
Come vive il suo Tribunale le “nuove” acquisizioni sulla “sinodalità” della Chiesa?
Credo che la sinodalità, prima ancora di essere una questione di strutture o di procedure, esprima uno stile spirituale ed ecclesiale: camminare insieme, ascoltarsi, discernere e cercare insieme ciò che lo Spirito suggerisce alla Chiesa.
Anche la Penitenzieria Apostolica, pur avendo una missione molto particolare e riservata, vive dentro questa comunione. Il foro interno potrebbe sembrare, a prima vista, il luogo più individuale e personale della vita della Chiesa; in realtà è profondamente ecclesiale, perché nella riconciliazione del singolo si manifesta la misericordia che Cristo ha affidato alla Chiesa intera.
La sinodalità ci ricorda anche l’importanza dell’ascolto. Ed è proprio l’ascolto uno degli atteggiamenti fondamentali del confessore: ascoltare senza giudicare frettolosamente, accompagnare senza sostituirsi alla coscienza della persona, aiutare a discernere con verità e misericordia. In questo senso, il sacramento della Riconciliazione educa quasi naturalmente a uno stile sinodale.
Nella Penitenzieria questo si traduce anche nel lavoro quotidiano: le questioni vengono studiate, confrontate e discernite insieme, mettendo in dialogo competenze diverse ‒ teologiche, canoniche, pastorali ‒ nella consapevolezza che nessuno possiede da solo tutta la risposta. La sinodalità, allora, non significa semplicemente moltiplicare le riunioni, ma imparare sempre più a vivere la responsabilità ecclesiale come ascolto reciproco, discernimento e servizio alla coscienza delle persone.
Il Palazzo della Cancelleria apostolica di Roma in un disegno contenuto nell'Atlante illustrativo, ossia Raccolta dei principali monumenti italiani antichi, del Medioevo e moderni e di alcune vedute pittoriche, per servire di corredo alla corografia di Attilio Zuccagni Orlandini (1845).















