Tempo fa, per la precisione a giugno del 2025, su questa stessa rivista, proponevo ai lettori una breve riflessione sul mondo dell’editoria.
Oggi sento, più che l’esigenza, il desiderio, di continuare a scandagliare il complesso e affascinante mondo dell’editoria.
Quando ero un ragazzo, nei lontani anni sessanta del secolo scorso, il mondo dell’editoria mi appariva come una specie di santuario, posto in cima a un’irraggiungibile montagna. Io la osservavo e l’ammiravo da lontano, sognando i tesori che un simile edificio potesse riservare ai suoi misteriosi abitatori, accontentandomi e godendo delle gioie che mi riservavano i suoi prodotti, sotto forma di storie e di avventure avvolte in copertine colorate, il cui contenuto mi trasportava in terre lontane, dove era bello viaggiare e sognare altri mondi e altre vite.
Poi, negli anni Settanta, giovanotto di avidi sogni e di belle speranze, presi a scrivere poesie. Allora non conoscevo ancora Benedetto Croce e il suo pensiero, ancor meno nella parte in cui espone che tutti, da adolescenti, scriviamo poesie. Ed è lecito farlo. Ma se si continua a scrivere poesie anche da adulti, ammoniva il grande pensatore dell’idealismo, allora delle due l’una: o siamo di fronte a un grande genio oppure a un perfetto imbecille.
Forse per questo, dato che nei panni di un genio proprio non mi riconoscevo, nel decennio successivo, dopo avere viaggiato un po’ per conoscere il mondo, decisi di dedicarmi ad altre forme di scrittura: la narrativa e la drammaturgia (riservando i miei strali poetici, principalmente, alla stesura della Bibbia in rima, lavoro che sto completando soltanto adesso, a distanza di trent’anni dall’avvio di quell’ambizioso progetto, intrapreso negli anni novanta e proseguito, senza soluzione di continuità, sino ai giorni nostri).
Mentre scrivo mi viene da chiedermi: ma oggi, nel 2026, come mi appare il mondo dell’editoria, rispetto ai miei anni giovanili?
Ebbene, debbo confessare che il santuario, rappresentato, fuor di metafora, da poche, grandi e potenti case editrici, mi appare sempre più distante e lontano, anche se lo vedo come un agglomerato di edifici e non più soltanto come un immenso e unico santuario.
Tuttavia, alle sue pendici, sono sorte innumerevoli costruzioni, rappresentate da case editrici minori, suscettibili, non di meno, di dispensare le stesse gioie e di creare gli stessi prodotti che in passato erano esclusivo appannaggio di quel Santuario remoto e indistinto, che tuttora si erge alla sommità del colle dell’editoria
Questa galassia che si estende attualmente tutt’attorno al monte Elicona (perdonate il riferimento poetico, sperando che non vi susciti severi giudizi crociani) è alquanto complessa e variegata, come dicevo in epigrafe.
Essa è formata da case editrici a pagamento (alcune delle quali sono in realtà delle tipografie camuffate da case editrici), ma anche da numerose case non a pagamento (le meritorie NoEap), alle quali si sono unite, abbastanza di recente, le nuove realtà editoriali, nate sulle ali della innovativa tecnologia digitale: le case editrici di autoproduzione definite impropriamente “print on demand”, che in realtà non sono così omogenee da potere essere classificate sotto una identica etichetta; e soltanto per comodità di classificazione le chiamiamo case editrici di autopubblicazione (più note come self publishing), tra le quali, la cito soltanto a titolo di esempio, spicca Amazon.
Questa galassia di innumerevoli realtà editoriali è suscettibile, come ho già detto, di soddisfare l’incredibile domanda che oggi è costituita da una vera e propria marea di scrittori, più o meno giovani, più o meno dotati, ma tutti determinati a trovare un posto al sole nel mondo dorato e sognato, e troppo spesso idealizzato, degli scrittori.
Pur tuttavia, quel santuario, costituito da poche, ricche e potenti case editrici, rimane un miraggio irraggiungibile per la maggior parte di questi scrittori.
Certamente questa democratizzazione dell’editoria, nata per soddisfare la crescente domanda di pubblicazioni di vecchi e nuovi scrittori, ha portato con sé vantaggi e svantaggi.
Un vantaggio sicuro è quello di riuscire a soddisfare tutta la domanda che gli innumerevoli scrittori pongono al mondo dell’editoria. D’altronde è una nota legge di mercato quella che collega la domanda all’offerta, anche se pochi saprebbero dire se sia la prima a creare la seconda o viceversa.
Si tratta, in effetti, di un esercizio filosofico che assomiglia molto a quello che la classe degli asini, in una celebre canzone degli anni trenta, riproposta anche da Renzo Arbore, proponeva al loro severo professore, mettendolo fuori gioco con la domanda se fosse nato prima l’uovo o la gallina.
A me pare di poter dire che, nel caso dell’editoria, sia nata prima la domanda (l’Italia, si sa, è sempre stata abitata da un popolo di santi, navigatori, poeti e scrittori) e che l’offerta, nell’impossibilità che quelle solite, già troppo menzionate case editrici elitarie, soddisfacessero la copiosa domanda, si sia ramificata appunto in quella variegata galassia di piccole case editrici che ho cercato, in maniera sommaria, di descrivere. Uno svantaggio, d’altro canto, appare altrettanto evidente: l’autopubblicazione e l’editoria a pagamento fanno scendere notevolmente il livello qualitativo delle opere letterarie, mentre sale a dismisura quello quantitativo.
Pensate che in Italia si pubblicano ogni anno 85.000 libri. Qualcuno, includendo le pubblicazioni scientifiche e quelle che sfuggono alle statistiche ufficiali, parla di un numero stratosferico di 250.000 libri pubblicati in un anno. Si tratta di un numero incredibile che si approssima, misurando con l’occhiometro, a quasi 1.000 pubblicazioni al giorno.
Viene da chiedersi chi legga questi libri, considerando che più del cinquanta per cento degli italiani non legge neppure un libro all’anno. E infatti pare che la maggior parte di questi 250.000 libri non venda neppure una copia (a parte quelle vendute al povero autore, che in parte li regalerà ad amici e parenti, in parte li lascerà in eredità ai posteri).
E oggi, con l’introduzione dell’Intelligenza Artificiale, a disposizione di questa folta schiera di scrittori e poeti, cosa succederà?
Qualcuno, tra gli ottimisti, dice che la qualità dovrà per forza migliorare. Ma i pessimisti ribattono che aumenterà invece la quantità dei libri prodotti, senza garanzia che gli agguerriti e rampanti scrittori siano capaci di utilizzare al meglio l’IA, con il pericolo che si ottenga una produzione libraria, poetica e narrativa, abbastanza appiattita sugli stereotipi senz’anima del rielaboratore tecnologico.
Chi vivrà, vedrà. Affidiamo gli scrittori ai nostri santi protettori: san Giovanni Evangelista, santa Teresa d’Avila e san Francesco di Sales, affinché ci ispirino e ci guidino a scrivere in maniera sensata e costruttiva. Di mio sento il dovere di aggiungere che per migliorare la qualità delle pubblicazioni, non bisogna demonizzare l’Intelligenza Artificiale. Al contrario, un aiutino dall'IA può essere utile, se affiancato dall’impegno quotidiano. Questo aiuto è da considerare però come materia grezza, da rielaborare e raffinare con quel lavoro di labor limae tanto caro ai nostri antenati scrittori. E leggere e rileggere i classici aiuta sempre.
Non possiamo concludere questa riflessione sul mondo dell’editoria, senza parlare dell’altra componente del nostro articolato mondo. Finora, infatti, abbiamo parlato soltanto di scrittori. Ma il nostro mondo, quello dell’editoria, ha un’altra componente, altrettanto se non più importante: quella dei lettori.
Chi orienterà i lettori a destreggiarsi in questa marea di libri?
A questa esigenza è deputata la critica letteraria.
È sempre utile per i lettori leggere pagine di critica che volino in alto e che sappiano sezionare le pagine di un autore, elevandole a una visione quasi in trasparenza, capace di mostrare quello che c’è in un libro e in un autore, al di là della semplice pagina scritta.
Ma io dubito che i critici siano così numerosi da potersi interessare a tutti i libri pubblicati in Italia. Senza contare che in queste pagine di critica letteraria trovi spesso delle considerazioni che conducono più a un giudizio sulla persona che a un’oggettiva valutazione dell'opera censita.
E comunque appare probabile che, essendo i pochi critici esistenti, retribuiti da quelle poche, ricche e potenti case editrici, arroccate da sempre nell’irraggiungibile santuario, al di là dei villaggi editoriali edificati a beneficio delle masse emergenti, avvenga che i libri segnalati ai disorientati lettori saranno proprio quelli prodotti da loro. Con il risultato che la tanto decantata democratizzazione dell’editoria finirà per essere vanificata, restando com’era agli occhi di quello sprovveduto ragazzetto in calzoni corti, che negli anni Sessanta vedeva quel santuario come un miraggio inarrivabile.
E per concludere, usciamo dalle descrizioni idilliache e immaginifiche, venate dalla nostalgia, dai ricordi e dai sogni, e vediamo di analizzare la realtà
Abbiamo visto che ciò che manca realmente in campo letterario, non sono gli scrittori (come abbiamo detto anzi, ce ne sono anche troppi, almeno in rapporto ai lettori).
Quello che manca sono degli editori degni di questo nome, capaci di selezionare le opere letterarie in base al loro valore, piuttosto che in base alle potenzialità di vendita dei loro autori. Altrimenti non si spiegherebbe come mai nelle vetrine dei librai spicchino in bella mostra le fatiche letterarie dei divi televisivi, veline comprese, di celebrità di varia estrazione, anche politica, mentre fior d'autori, molto più preparati, stentano a trovare un piccolo spazio di valorizzazione per opere letterarie di buon livello (con l'aggravante che il più delle volte sono i ghost writers i veri autori di questi prodotti letterari di consumo popolare).
Ben venga dunque, per concludere davvero, che un bravo scrittore riesca a inserirsi in questa macchina editoriale perversa e corrotta. Fermo restando che il giudizio finale, al di là della forza e della voglia di emergere, e al netto della capacità pubblicitaria di influenzare, quando addirittura non imporre al pubblico i gusti conformi alla logica dell'impresa e del profitto, spetta comunque ai lettori.
D’altronde concretamente si avverte il pericolo, che essendo il libro diventato un bene di consumo, la pubblicità finisca con il condizionare le scelte dei lettori.
A conti fatti, tutto sommato, mi sa che siamo tornati a quella visione elitaria che si percepiva negli anni cinquanta e sessanta: il mondo dell’editoria rimane un mondo esclusivo per chi abbia le maniglie giuste e gli appoggi appropriati per potere emergere.
Anche se io consiglio ai giovani (e ai diversamente giovani come me) di non mollare mai. Il posto per un fortunato outsider, anche nei più chiusi e complessi sistemi, si trova sempre. Non fosse altro che per dimostrare che è sempre la democrazia a trionfare.














