Stereotipo è una parola che deriva dal greco stereòs, che vuol dire “solido”, e typos, che vuol dire “tipo”. Gli stereotipi sono duri a morire e forse vivranno fino a quando esisterà l’uomo. Vediamo perché. Esistono degli stereotipi molto negativi; ne esistono anche di positivi; altri sono neutri. Sono tutti di tipo cognitivo e riflettono gli stati mentali delle persone; sono delle parole che si hanno in bocca sin dalla più tenera età e che si sono apprese in famiglia; questo, secondo un grande uomo del passato, Walter Lippmann, politologo e giornalista americano (1889-1974), che tra l’altro fu vincitore di ben due premi Pulitzer.

Tra gli stereotipi negativi ritroviamo quelli in cui, per esempio, i neri (soprattutto gli afroamericani) sono pigri, gli scozzesi sono avari e tutte le donne sono pettegole. Tra i positivi ritroviamo, per esempio, quelli per cui gli austriaci sono amanti della musica classica e i tedeschi sono dei grandi lavoratori.

Tra i neutri ritroviamo quelli in cui si considerano, per esempio, gli olandesi grandi affaristi e tutti lentigginosi e gli italiani quelli che parlano gesticolando più di ogni altro popolo europeo e non. A dire il vero, i greci lo fanno più di noi. Ovviamente, sappiamo che gli afroamericani non sono tutti pigri e indolenti, che non tutti gli austriaci amano la musica classica e che non tutti gli italiani, quando parlano, gesticolano. Poi, per quanto riguarda il termine nero o negro in realtà si tratta della percezione cognitiva che si ha di alcuni individui che fanno parte di uno stesso gruppo identitario, una categoria sociale, appunto quella afroamericana. Il concetto è:

il gruppo di cui faccio parte è migliore dei gruppi di cui non faccio parte e questo valorizza la mia identità e svaluta i membri degli altri gruppi. Ecco come si spiegano le scritte sui muri lasciate, soprattutto da giovani, del tipo: morte agli ebrei o gli zingari sono tutti ladri, i meridionali sono tutti parassiti, eccetera.

Inoltre, il nero, come il carbone, geneticamente non esiste e nemmeno il bianco, come il latte, esiste ed è strano che, per esempio, in America siano gli stessi afroamericani a definirsi neri e quelli di origine europea bianchi. Una volta, non so ora, stava scritto persino nei documenti americani: razza nera o razza bianca! Tra l’altro, in Europa esistono delle etnie che hanno la pelle più scura e tutt’altro che bianca come la carta.

Per quanto riguarda gli amanti della musica classica, non è assolutamente vero che in Austria tutti siano amanti della musica. Nonostante sia il Paese che ha dato i natali a Wolfgang Amadeus Mozart, Franz Joseph Haydn, Franz Schubert e Anton Bruckner e a numerosi altri grandi musicisti, molti suoi abitanti non conoscono e non sanno nemmeno leggere il pentagramma. Lo stesso potrebbe dirsi degli italiani, molti dei quali, nonostante il nostro Paese abbia dato i natali a Dante Alighieri, Raffaello Sanzio, Michelangelo Buonarroti, solo per fare alcuni nomi, non sanno tenere un pennello o uno scalpello in mano e molti dei quali, troppi, sono analfabeti di ritorno, che non hanno mai letto Dante e che nella loro vita non hanno mai aperto un libro.

C’è un altro aspetto sugli stereotipi che dobbiamo considerare e che non riguarda solo l’appartenenza a un gruppo con il quale si condividono dei valori o meglio, dei disvalori. Per spiegarlo, almeno secondo il mio punto di vista, si può ricorrere a questo esempio. È molto emblematico e l’ho letto recentemente su un quotidiano locale, ma queste cose capitano spesso, e non soltanto nello sport, dove sia all’interno degli stessi gruppi sia tra gruppi diversi ci possono essere atleti di colore, soprattutto di origine africana.

Questi fenomeni sono frequenti particolarmente nei paesi in cui l’emigrazione di massa è un fenomeno recente, non come in Nordamerica dove gli africani arrivarono come schiavi più di tre secoli fa e dove gli anglosassoni non erano arrivati molto prima di loro. Non è che in America il razzismo non esista, ma ora, certamente, è meno virulento che in Europa.

Torniamo al fatto riportato dal quotidiano locale: in una partita di calcio tra teenager, quando mancavano pochi minuti alla fine della partita, una calciatrice che era stata espulsa, a un certo punto ha inveito contro un’avversaria di colore con insulti razzisti, o almeno sono stati ritenuti tali (poi spiegherò perché dico: ritenuti tali), apostrofandola con: «Sei una scimmia». A quel punto è scoppiato il finimondo, un parapiglia generale che ha coinvolto anche le rispettive panchine.

Poi, ovviamente, ci sono stati degli strascichi per questo gesto grave persino fuori dal campo e molti hanno preso le distanze dalla ragazza che aveva apostrofato in questo modo la sua avversaria, altri no. Sono state inflitte delle squalifiche, provvedimenti disciplinari, eccetera, e forse la cosa finirà nella sede della Lega Calcio Femminile per ulteriori provvedimenti, per squalificare il campo o altro di questo genere. Bene, questo è quello che capita non solo nei campi di calcio, ma in un'infinità di altri contesti sportivi e non sportivi. Sono comportamenti ingiustificabili e vanno ovviamente puniti. Se qualcuno, quando ero giovane, mi avesse apostrofato con un epiteto di questo genere, me la sarei presa anch’io, anche se ai miei tempi gli insulti erano di altro tipo, cioè sociali, ma altrettanto razzisti, come per esempio “stupido contadino” o “zappaterra”, nella migliore delle ipotesi.

Ora se qualcuno pensasse di ferirmi dicendomi “sei uno scimpanzé” non mi offenderei affatto perché durante il corso dei miei studi ho lavorato per decenni con le scimmie allo stato naturale e quindi le conosco molto bene e quello che posso dire è che questi animali spesso si dimostrano molto più intelligenti di noi esseri umani, quindi se qualcuno dovesse apostrofarmi in questo modo lo prenderei più come un complimento che altro e risponderei a questa persona che pensa di avermi offeso, in questo modo: “il più stupido degli scimpanzé che io abbia mai conosciuto è ad ogni modo meno stupido di te”.

Ora, è vero che gli scimpanzé non parlano e non possono offendersi tra di loro con le parole, ma è altrettanto vero che quando vivono situazioni agonistiche molto delicate e pericolose trovano sempre un’alternativa, una soluzione, per non venire mai alle mani: studiano la situazione, capiscono l’importanza dei legami di parentela, sono coscienti dei loro ruoli sociali nel gruppo e diplomaticamente, quando vedono che ci sono delle possibilità per risolvere la questione, giungono sempre e intelligentemente a una soluzione senza che nessuno si faccia male.

È molto raro che questo capiti nell’uomo. In fondo, le guerre che si combattono oggigiorno, ma anche quelle che si sono combattute in passato, sono il risultato di antiche stereotipie radicate nei popoli e che spesso portano al conflitto, cioè alla morte.

Non esiste un comportamento più stupido della guerra perché alla morte non c’è nessun rimedio. Allora chi è più stupido, l’uomo o lo scimpanzé? Ecco quindi spiegato perché essere definito uno scimpanzé più che un insulto dovrebbe essere un complimento. Purtroppo, molti non la vedono in questo modo, ma la ragione principale è che non solo non conoscono la storia dell’uomo, ma nemmeno quella di molti animali, in primo luogo degli scimpanzé.

Un collega, in un concorso universitario in cui ero un commissario determinante ai fini del giudizio finale e a maggioranza (due favorevoli vs due contrari e io ero il quinto membro) per decidere l’idoneità di un candidato rispetto a un altro, quando ormai le cose erano state già decise e il suo candidato bocciato, alla fine mi apostrofò così, ricorrendo allo stesso epiteto: “sei uno scimpanzé”. Risposi che gli scimpanzé, quando devono decidere il ruolo di qualcuno, sono molto più saggi di noi. In conclusione, noi esseri umani, prima di utilizzare degli stereotipi, dovremmo ragionare di più sulle loro origini che fondamentalmente dipendono dall’ignoranza. Il fatto singolare, chissà perché però, è che in queste circostanze si tirano sempre in ballo gli animali che non c’entrano niente, ma dice il proverbio:

Errare humanum est, perseverare autem diabolicum.