Parto dalla fine.

In questi ultimi tre mesi, nella degenza di Manlio, in ospedale, Marcella, Valentina e io abbiamo attraversato esperienze mai vissute prima, di un'intensità carica di affetti e di riconoscenza reciproca.

Mentre scrivo, sono a casa, sola e mi sento sospesa in un mondo con un’altra luce, dove dovrò, ancora una volta, ricostruirmi.

Ho conosciuto Manlio nel 1959; da quel momento abbiamo condiviso la bellezza di pinete, di valli, di spiagge deserte e di acqua marina, mentre su di noi passavano costellazioni e cadevano tappeti di stelle.

Fino all’estate scorsa.

All’inizio, di Manlio, mi colpì la bellezza gentile - e non ero la sola. Piaceva proprio a tutte. Venendo da un’altra città, non mi resi subito conto della portata del suo fascino. Oltre alla bellezza, era un ragazzo colto; mi regalò saggi e romanzi che segnarono la mia formazione culturale. Faceva parte di quel gruppo di intellettuali che caratterizzò per lungo tempo la vita ravennate.

Lo vidi per la prima volta seduto al bar Byron, luogo di ritrovo appunto di professori, artisti, medici, persone appassionate di arte, di cultura e di eventi legati alla contemporaneità. Amico di Carlo Bubani, fu tra i primi a seguirlo nell’esperienza del Ravenna Jazz. Altro grande amico, che mutò l’assetto culturale di Ravenna, fu Mario Salvagiani.

Dal bar Byron, passò al bar Mosaico, altro luogo chiacchierato e, dati gli anni, caratterizzato da grande libertà, questa volta anche femminile. Univa a queste curiosità autenticamente rivoluzionarie e, insisto, alla bellezza sua e delle cose che lo circondavano, la passione, ripresa poi da Valentina, per un abbigliamento ricco e super raffinato. I suoi capi provenivano quasi tutti dal negozio di Bubani, fratello di Carlo.

E nulla andava buttato.

Sono ancora tutti lì, in un armadio a muro, lungo 4 metri.

Ho accennato ad alcuni aspetti di Manlio, i meno conosciuti, per tentare una lettura completa del suo carattere.

Lo ricordo padre e nonno amorevole, mai sentito alzare la voce, sempre disponibile soprattutto ad andare a prendere figlie e nipoti a scuola. Univa al piacere di rivederli, il piacere dello sguardo ammirato di mamme e di maestre. Poi soprattutto con Valentina c’era il giro in piazza per prendere il gelato. Le sue azioni quotidiane divenivano poi riti perché ripeteva quotidianamente le stesse azioni alla stessa ora, e la piazza negli orari prestabiliti è stata la sua casa all’aperto.

Faceva tutti i giorni le stesse cose perché Manlio era un po’ pigro e abitudinario.

Infatti non è ancora lontano, è proprio ancora qui vicino a me, la fronte sulla mia spalla.

Il dialogo con l’assenza

E adesso che sono qui, sola, come farò a raccontarti quanti amici e amiche hai avuto nella tua vita ed erano tutti qui a salutarti?

Come faccio a farti vedere ancora una volta le nostre fotografie e quei ritratti di te, bambino, padre, nonno, con figlie e nipoti? Abbiamo foto un po’ ovunque: in scatoloni, nelle librerie, a volte anche in cornice. Ma questo poco importa. È la tua vita che se ne è andata, così lunga eppure, per gli interventi all’anca, in un periodo relativamente breve sei sparito troppo in fretta dalla piazza, dagli amici, e le tue quattro bici da lungo tempo riposano in garage. Hai accorciato il giro. Il tuo ultimo amico è stato un signore centenario svelto di testa e di gambe. Vi ospitava una panchina vicino casa e lui raccontava la sua vita e guardava Anna, la tua ultima accompagnatrice.

Un giorno ci disse: “Però adesso sono un po’ stanchino”. Da quando te ne sei andato non l’ho più visto. L’ultimo aggancio alla vita, però, a una vita ancora ricca di relazioni, è stato la favolosa auto Picasso, che ha messo in crisi alcune e alcuni vicini perché occupava un posto nella strada, strada non privata, ma di tutti, fissa lì, senza essere mai usata. Loro non sanno che tu, quando uscivi, volevi sempre controllare se era al suo posto, perché eri sicuro di poterla guidare ancora. Me lo chiedevi anche in ospedale, non perché tu fossi fissato per le auto, ma era lei che ci conduceva al mare; ci conduceva alla nostra vita di pesci bizantini, instancabili di acqua marina. Ricordi? Dicevi che faceva tutto la Picasso ‒ con un nome del genere l’errore non era previsto ‒ la strada la conosceva meglio di noi. È stata fino alla fine l’ultimo richiamo alla vita che amavi.

Ritorno con te al mare, ritorno alla spiaggia perché lì negli ultimi anni abbiamo trascorso le ore più belle. C’erano le nuotate, gli aperitivi e i pranzi; famoso il tuo baccalà al sugo con fagioli e porri; dal lunedì al venerdì tu pranzavi con quel cibo lì, pesante ma squisito. Al Mercurio di piatti squisiti ce ne erano tanti, ma tu, al nostro tavolo, quasi in riva al mare, mangiavi solo quello. Erano estati perfette; la cabina era la numero 14 e quella, tutte le estati, doveva essere. Noi, sciocche creature, puntavamo all’eterno. Anche adesso mi è insopportabile questa realtà di solitudine e la mia mente si rifiuta di accettare una fine. Sì, ti pensavo eterno. Non perché la nostra vita insieme era perfetta.

No. Ci sono state litigate, tradimenti, bugie, incomprensioni, ma, come dicevano gli amici, ci concedevamo cinque metri di distanza, poi o tu o io riportavamo l’altro o l’altra a casa. Ma sono tempi antichi, quando eravamo tutti e due troppo belli e quindi molto richiesti. Erano gli anni ruggenti, erano gli anni ‘80. Certo, il matrimonio a volte va contro la nostra natura, ma presto tutto sfuma, e io, inoltre, ho la memoria corta.

A proposito dell’unione, ecco il pensiero dell’amica Cristina Mazzavillani Muti:

Degli uomini, soprattutto dei nostri uomini, non capiremo mai niente! Perché ci aspettiamo che reagiscano come noi donne! Mi consolo pensando che loro capiscono ancora meno delle loro donne! Tra questo non capirsi, passa la vita… Ma se fossimo sincere noi donne… fino in fondo lucide e sincere, dovremmo ammettere che ai tempi dell’invaghimento, innamoramento o rincoglionimento, chi ha mentito di più siamo state proprio noi!

Cosa hanno visto i nostri futuri compagni di una vita, a quei tempi ormai lontani? Donne timide, riservate, quasi mute o in ascolto; ammirate, carezzevoli, disponibili, sempre truccate, ben vestite, accoglienti, appetibili, senza concedere granché, appena appena seducenti, quanto basti a crear desiderio… Senza andar troppo oltre, per carità… chi siamo invece? Rispetto all'immagine che mostrammo allora?

Non oso dirlo, tanto mi dispiaccio!
Loro invece? Sono sempre quelli! E noi, perché diciamo di non capirli più?
Ci siamo confuse, nel confonderli!
Rimane un bene grande!!!
Quello di aver resistito, condividendo una vita e altre vite... a venire!!!!!

E invece accade che ci si ammali e si finisca nei gironi infernali dell’ospedale. Come faccio a ricordarti che sono stata l’ultima persona a condurti alla nostra casa preferita; l’acqua marina?

Ti tiravo su dallo sdraio e mano nella mano entravamo in acqua, camminando piano, perché ultimamente avevi paura di cadere nell’acqua bassa, dove è quasi impossibile rimettersi in piedi. Poi ti lasciavi andare e, con fatica, nuotavi lentamente per breve tempo. Sei stato campione di nuoto e mi correggevi perché vado storta -anche nel nuoto. C’era poi il rito del ritorno a terra. Ti ricordi? Avevamo paura tutti e due. Il mare non era mai calmo; a volte c’erano piccole onde e correnti e il fondo aveva buche. Mi tenevi la mano talmente stretta da farmi male. Salivi alle docce prima di me perché ritornavo in acqua a fare la mia lunga nuotata. Allora, tu, oltre alla doccia, ti prendevi una birra. Non potevi perché ti faceva tossire e così Catia me lo diceva e io ti spiegavo perché non potevi bere. Negli ultimi tempi bevevi solo acqua, ma anche quella ti procurava tossi esagerate.

Non so, Manlio, il tuo lasciarci è stato una via accidentata piena di dolore: qualche cosa di crudele. Come attaccamento alla vita ti erano rimaste pochissime cose ed erano guardare la televisione, poi la conversazione fatta di ricordi, perché avevi una gran memoria, e infine il cibo, anche il pane e il bere, pure l’acqua. Senza dimenticare la felicità di un ritorno alla normalità, alla vita, nelle sembianze dell’auto Picasso.

Per tre mesi, in ospedale, naturalmente per curarti, ti hanno tolto cibo e acqua. A volte non riuscivi neanche a parlare per la secchezza della gola. Ci chiedevi che cosa ti avevamo portato da mangiare. Avevi gli incubi. Per tre mesi ti è stato tolto tutto, e mai come in questo periodo. Marcella, Valentina e io ti abbiamo amato tanto. Hai sopportato qualsiasi intervento anche doloroso, senza un lamento, dai lividi dovuti a iniezioni e flebo, a lacerazioni dovute non so a che cosa. Sembravi il Cristo deposto dalla croce del Mantegna. Non so se era per alcune medicine, ma a volte avevi allucinazioni che tu poi raccontavi come eventi realmente accaduti.

Ultimamente eri molto contento del mio lavoro, mi incoraggiavi e mi dicevi che era il mio momento “buono”, che dovevo mettercela tutta. Il 24 giugno c’è stata l’inaugurazione della mia mostra e il 25 mattina, quando sono venuta da te, mi hai subito detto: “Tu non hai idea di quanto ti ho cercata ieri pomeriggio! Chiedevo a tutti quelli che incontravo: ‘Ma dov’è la mostra di Mariella?’” Non lo sapeva nessuno. Mi è dispiaciuto moltissimo non esserci!” E hai allargato le braccia. Raccontavi con ironia per annullare una realtà maledetta e umiliante con una visione irreale.

Ecco, Manlio, l’indicibile dell’assenza. La mia impossibilità di accettare una fine assoluta senza alcuna possibilità di ritorno. L’impossibilità di rivederti, di rivivere e vivere una quotidianità consolidata.

Ecco, Manlio, non so se per me sia più doloroso il non ricordare o il vuoto della tristezza mortale del presente.

Mi piace pensare che il tuo spirito si sia aperto all’universo. Se è, come lo è, assente la speranza di un incontro futuro di corpi, rimane ben ancorata la presenza spirituale.

Come posso dirti, ora, che ti porterò con me in ogni luogo e, un po’ alla volta, ti trasformerò nell’aria che respiro?

Che poi non è altro che la vita di tutti i giorni, a volte insopportabile.

Qui agiscono cose grandi.

E io ascolto la tua assenza che lascia come un’eco di sé che continua a dilatarsi nelle pareti, nelle stanze, negli spazi vitali e li fa risuonare emettendo suoni appena percettibili all’udito, ma non agli altri sensi.

Mariella Busi De Logu.

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E ora il compianto di tre care amiche

Come sei bella, Mariella, in questo momento. Trasparente, luminosa, pura come una vergine dipinta sull’acqua... le tue lacrime! Ti abbraccio stretta insieme alle tue figlie meravigliose, che continuano a mantenere Manlio vivo sulla terra. Questa sera Riccardo ha diretto il Requiem di Verdi, qui a Salisburgo... sublime. Tutto ciò che mi ha commosso ed emozionato lo dedico a te e a Manlio, e a quei tre mesi che vi hanno unito più di sempre.

Tua Cristina, commossa e piena di affetto fraterno per te, dolce Mariella.

(Cristina Mazzavillani Muti)

Cara Mariella, ti sono vicina, con tutto il cuore. Non ho parole e da quando ho appreso la notizia, sono sospesa nel silenzio. Se ne è andato nel sonno, sì, un dono, ma non basta a colmare il vuoto. Il tuo lungo giro in bicicletta al buio – l'ho immaginato. E ti ho pensata mentre pedalavi. Sapevi che non eri sola. Se posso fare qualcosa – una parola, un silenzio, una presenza – sai dove trovarmi. Con tutto l'affetto.

(Patrizia Poggi)

Ti vedo:
incerto sul bastone
come fanno i vecchi
il passo rallentato
proprio come i vecchi
col viso floscio
com’è da vecchi
la pelle lievitata
come accade ai vecchi

ma nel saluto
il lampo ridente
gagliardo
dei tuoi vent’anni.

(Loretta Merenda)