Giorno di esposizione dei risultati dell’esame di terza media. Io e il mio compagno di banco, dopo esserci accertati di aver superato l’esame, ci guardiamo in faccia e ci chiediamo quale scelta intraprendere per i nostri studi. Va da sé che per noi c’erano già delle scelte a monte, magari neppure esplicitate ma date per scontate. Avremmo sicuramente continuato gli studi e, in futuro, saremmo andati all’università.

Il dilemma era quale liceo scegliere: classico o scientifico? Ne avevamo discusso altre volte, cercando di valutare i pro e i contro delle due uniche possibilità da noi contemplate. Ritenendo improduttivo ripetere le argomentazioni passate, decidemmo di affidarci alla sorte: testa o croce? Il verdetto fu il liceo scientifico. Come sarebbe cambiata la mia vita se avessi scelto il liceo classico? Questa scelta, come tutte le scelte, ha conseguenze di entità non prevedibile.

Ogni scelta — caffè o tè, dolce o salato, mangiare o digiunare, partire o restare e così via — ha delle ripercussioni immediatamente rilevabili e altre assolutamente imprevedibili a medio e lungo termine. Quali sono i criteri che adottiamo per fare le nostre scelte? Ne siamo sempre consapevoli?

Il mio amico scelse, in seguito, di iscriversi al liceo classico; a determinare quella scelta furono considerazioni più complesse. Figlio di un avvocato con uno studio ben avviato, valutò le possibili conseguenze della sua decisione. Indubbiamente, gli studi classici erano più consoni a un futuro lavoro in ambito giuridico.

Un’implicazione di queste scelte divergenti fu l’interruzione della nostra amicizia, non per contrasti ma semplicemente per il lento spegnersi delle nostre frequentazioni. “L’amicizia è come una strada di campagna: se non la si frequenta, cresce l’erba che, se non la cancella del tutto, lascia solo una traccia flebile”. E così fu.

“Scegliere”, dal latino exelĭgĕre, composto di ex- e elĭgĕre («scegliere», «eleggere»), significa, secondo il Vocabolario Treccani, distinguere e determinare, tra più cose o persone, quella che sia o ci sembri più adatta allo scopo o più conveniente alle circostanze.

Tutti i giorni, consapevoli o meno, siamo costretti a fare delle scelte, piccole o grandi: scegliere se fare colazione o meno, cosa mangiare, cosa fare.

A volte le scelte che dobbiamo fare sono più complesse o comunque possono avere conseguenze complesse; allora ci sentiamo, in qualche modo, costretti a decidere.

Qual è la differenza tra scegliere e decidere?

“Decidere”, dal latino decidere, composto di de- e caedĕre («tagliare», «tagliar via»), ha, nel linguaggio comune, in molte circostanze, un significato analogo a “scegliere”: ho deciso di fare colazione, ho deciso di fare una passeggiata. A differenza di una scelta, una decisione, però, ha quasi sempre un senso di irreversibilità, di alternativa.

Ho deciso di partire, di sposarmi, di licenziarmi e così via: situazioni difficilmente reversibili. Ci sono decisioni facili da prendere, altre meno; decisioni che per ciascuno di noi sono più o meno scontate e non necessitano ragionamenti particolari o riflessioni conflittuali, altre che, al contrario, costano fatica. Su che cosa ci basiamo per fare una scelta e per prendere una decisione?

Noi crediamo che si possa non scegliere perché ci percepiamo impossibilitati a farlo, attribuendo questo impedimento a circostanze esterne, indipendenti dalla nostra volontà.

“Non posso scegliere perché lui/lei me lo impedisce (fisicamente, psicologicamente, economicamente o altro)”, “perché altri, gli altri, me lo impediscono”, “non posso scegliere perché non ho le possibilità economiche”, “non posso scegliere perché il mio fisico, la mia salute non me lo consentono” e così via. Il Governo, la Polizia, il medico, il parroco me lo impediscono.

“Non poter scegliere” è un’illusione: “non agire” è una scelta.

Altre volte gli impedimenti sono meno lineari e individuabili. Non ne abbiamo immediata e chiara consapevolezza.

Un uomo di 45 anni che, sette o otto anni prima, in un momento di grave depressione, avevo seguito per un certo tempo, viveva allora ormai isolato, aveva scarsissime relazioni sociali, era trascurato e cominciava ad abusare di alcol in modo preoccupante.

Dopo un po’ di tempo riprese una vita normale, trovò un nuovo lavoro. Si trattava di una persona colta e intelligente e, soprattutto, con buone capacità riflessive. Dopo un po’ di tempo, essendo rientrato il problema, concordammo di sospendere i nostri colloqui.

Dopo qualche anno mi ricontattò perché sentiva di aver ancora bisogno. Ci incontrammo e, pur non avendo l’aspetto trascurato di un tempo, si mostrava un po’ perso, forse anche angosciato, e diceva di non capire cosa gli stesse succedendo.

Tutto andava bene, diceva e si diceva: aveva trovato una compagna “fantastica”, non era mai stato così bene. Avevano deciso, di comune accordo e con entusiasmo, di avere un figlio. Nonostante lei non fosse più giovanissima, restò incinta nel giro di poco tempo. Tutto bene: gravidanza sufficientemente tranquilla e parto nella norma. Grande felicità di tutti: lui, lei, parenti ed amici.

Dopo qualche settimana, man mano che il piccolo mostrava sempre più la sua presenza e le sue esigenze, lui cominciò a sentire un velo di tristezza, di inadeguatezza, di malinconia quasi e, memore delle profonde sofferenze del passato, senza dire niente a nessuno, decise di chiamarmi.

Non sto a descrivere il caso se non per l’aspetto che qui ci interessa. Nel colloquio emerse, fino a chiarirsi come un’illuminazione, che la nascita di questo figlio, che letteralmente adorava, gli aveva tolto una possibilità di scelta. Realizzò, in quel momento, di aver passato tutta la sua vita, perlomeno dall’adolescenza in poi, con l’idea che, comunque fossero andate le cose, avrebbe sempre potuto suicidarsi.

Questa possibilità di “scelta”, realizzò, era sempre stata presente come un pensiero fisso, sullo sfondo, in tutti i momenti più o meno difficili. Anche nell’immaginare il futuro, possibili malattie o avversità economiche o qualsiasi altra situazione negativa risultavano più accettabili con questa idea di possibile via di fuga.

Ora, invece, realizzava — essendo indubbiamente una persona responsabile — che questa possibilità era letteralmente svanita con la paternità: ora aveva la responsabilità di un figlio. Non avrebbe più potuto suicidarsi.

Era costretto a cercare altre strategie di sopravvivenza. La consapevolezza di come aveva funzionato fino a quel momento gli fu di grande aiuto: eliminare il suicidio dalle possibilità concrete (anche se non escluso in assoluto, come per la maggior parte delle persone) lo costrinse a uno sguardo diverso sulla sua vita e si innescarono cambiamenti molto positivi per lui.

Ritorniamo ai nostri criteri di scelta. Ci sono scelte, forse la maggior parte, che prendiamo basandoci sui nostri valori: da quelli forti, come Liberté, Égalité, Fraternité, che hanno segnato e segnano la nostra cultura laica occidentale, a quelli connessi con le religioni, all’idea di verità e di giustizia, alle diverse ideologie.

Temi che restano sempre, anche se solo sullo sfondo, ma che indirizzano comunque le nostre scelte. I pregiudizi, che è inevitabile avere e che ci semplificano la vita, sono connessi al nostro sistema di valori e di credenze. Fare una scelta in base ai pregiudizi non implica grossi dilemmi o ragionamenti: è la via più semplice, meno dispendiosa. Agire seguendo i nostri pregiudizi, derivanti dal nostro sistema di valori, è tranquillizzante, facile, comodo.

Non pensiamo alle conseguenze di queste scelte: pensiamo all’effetto immediato e a come questo sia coerente con il nostro sistema valoriale.

Non vado a votare perché non c’è nessun candidato o partito che mi convince. Scelta tranquillizzante, deresponsabilizzante. Dico di non sentirmi rappresentato veramente da nessuno. Tra i partecipanti alla competizione elettorale, però, ci possono essere diversi gradi di differenza, e vince il partito più lontano dalle mie idee.

Continuo, comunque, ad essere convinto della mia scelta e trovo anche le giustificazioni: tanto sono tutti uguali, io non mi sono sporcato le mani.

Una scelta, qualsiasi scelta, ha delle conseguenze sugli altri, sulle scelte degli altri, nel nostro contesto prossimo e in quello più globale. Di quale entità queste conseguenze saranno e in quale direzione andranno, possiamo solo ipotizzarlo, basandoci su un criterio puramente statistico.

Quello che sappiamo è che tutto è interconnesso, che ogni nostra azione genera inevitabilmente dei feedback. I feedback, come sappiamo, possono essere positivi o negativi (non in senso valoriale del termine). Sono detti negativi quelli che vanno nella direzione di una riduzione della differenza: classico esempio, il termostato di casa. Se la temperatura ambiente è inferiore o superiore a quella stabilita, il termostato accende o spegne l’interruttore in modo che l’apparecchio connesso scaldi o raffreddi l’ambiente.

In campo psicosociale, la ricerca di un accordo tra persone o gruppi, enfatizzando gli obiettivi comuni e riducendo le differenze, è un esempio di feedback negativo. Interventi di mediazione e trattative tra parti in conflitto ne sono esempi.

Il feedback positivo, invece, è quello per il quale un’azione ottiene come risposta un’azione analoga. Ad aggressione si risponde con aggressione. “Occhio per occhio e tutto il mondo diventerà cieco”, diceva Gandhi.

Significa che un effetto torna indietro e amplifica la causa. Durante la cosiddetta Guerra Fredda, ogni mossa di una parte veniva letta come una minaccia e quindi si rispondeva con un aumento degli armamenti, che a sua volta determinava un ulteriore aumento degli armamenti dell’avversario, in un’escalation che ha portato il livello degli armamenti nucleari a livelli inimmaginabili.

Succede nelle relazioni: una parola “detta male” può essere interpretata come un attacco al quale si risponde “alzando il tiro”, e così via fino al punto di rottura. L’ironia può non essere capita e letta come insulto o denigrazione, innescando la tipica escalation.

La realtà non è lineare, ma è fatta di infinite relazioni e feedback positivi e negativi. Ma allora, come si fa a scegliere?

Se scegliere significa distinguere e determinare, tra più possibilità, quella che ci sembra più adatta, senza riflettere sulle conseguenze, il rischio è quello di fare la scelta più facile, tranquillizzante: reiterare scelte stereotipate basate sui propri valori e pregiudizi.

Ma come facciamo a valutare le possibili conseguenze, se la vita è così complessa? Non c’è il rischio di una paralisi decisionale? E se sbagliamo?

Questo è forse uno dei punti fondamentali del processo decisionale.

Per paura di sbagliare non scegliamo — e, come abbiamo visto, anche questo è scegliere — oppure facciamo scelte conformiste. Se sbagliamo, attribuiamo la responsabilità ad altri o a noi stessi, senza considerare che è impossibile non sbagliare e che, per evitare errori futuri, dobbiamo analizzare non solo perché è avvenuto, ma come si sarebbe potuto evitarlo e come potremmo agire in futuro.

Gli errori sono sia inevitabili sia necessari. Inevitabili per la complessità dei nostri sistemi di conoscenza della realtà, basati su aspetti molteplici — biologici, emotivi, socioculturali — e necessari per comprendere sia il nostro funzionamento mentale sia la complessità delle relazioni.

Dobbiamo avere consapevolezza della non linearità e quindi della complessità della vita per poter immaginare continuamente modalità e prospettive diverse con cui affrontare le difficoltà e compiere le nostre scelte, senza limitarci a risposte stereotipate o a ripetizioni di comportamenti ritenuti giusti, anche di fronte a risultati negativi.

In assenza di un atteggiamento riflessivo, il rischio è quello di fare scelte basate su convinzioni, credenze, valori e pregiudizi — aspetti inevitabili — ma che, senza una consapevolezza della complessità, rischiano di innescare feedback positivi, portando a polarizzazioni ed estremizzazioni delle posizioni, soprattutto in ambito socio-politico.