È noto, all'interno della dialettologia italiana, che le parlate cosiddette gallo-italiche - dette così perché un tempo s'inferiva un sostrato proveniente dalla Gallia Cisalpina - siano appunto tipiche del Piemonte, della Lombardia, della Liguria, dell'Emilia-Romagna e di parte del Trentino, del Veneto, della Toscana e delle Marche, nonché della Repubblica di San Marino, della Svizzera italiana e del Principato di Monaco.

Tuttavia, è meno noto al grande pubblico che varietà appartenenti a tale gruppo si trovano anche all'interno della Sicilia (ciò vale in parte pure per la Basilicata, che esulano da questo articolo, ma le parlate gallo-italiche di quella regione sono ormai state quasi totalmente assorbite dal tessuto circostante lucano): queste vengono chiamate nel loro complesso gallo-italico o lombardo di Sicilia, e ugualmente i suoi abitanti sono conosciuti come gallo-italici o lombardi di Sicilia.

Per quanto riguarda quest'ultimo termine, bisogna fare una precisazione che potrebbe condurre facilmente fuori strada: la parola lombardo, in questo caso, non va messo in relazione al significato di "abitante o persona originaria della Regione Lombardia", bensì al senso del latino medievale lombardus, un termine che tra l’Alto Medioevo e il Rinascimento (ancora nel XV secolo ad essere chiamato "lombardo" - in realtà vicentino - fu il navigatore Antonio Pigafetta) designava un generico abitante dell'Italia settentrionale.

Ovviamente, l'etimologia del termine è legata alla popolazione dei Longobardi, che però non arrivarono mai in Sicilia. Dunque, come si spiega la loro presenza?

L'origine della presenza di abitanti originari dell’Italia settentrionale in Sicilia risale all'XI secolo. Prima che fosse conquistata dai Normanni, la Trinacria era - a partire dall’827 - parte della umma islamica: ciò ha fatto sì che lingua, cultura e genti arabo-berbere (e, ovviamente, la religione islamica) si diffondessero in Sicilia. A questi vanno affiancati i greci - presenti sull’isola sin dall’età magnogreca ma rafforzati dal precedente trisecolare governo bizantino, e che durante la dominazione musulmana erano in schiacciante maggioranza nel Val Demone (cioè dell'area attorno a Messina) - e i latini.

Questi due gruppi etno-linguistici, di religione cristiana, diventati soggetti ad un potere di matrice islamica, furono ridotti allo status di dhimmi: in altre parole, secondo la shar'ia, ad essi veniva riconosciuto il diritto di praticare liberamente la loro religione, ma d’altro canto erano soggetti a limitazioni di carattere religioso - ad esempio le chiese cristiane non dovevano possedere campanili, anche per non disturbare il richiamo alla preghiera del muezzin - e politico, ed erano soggetti al pagamento della jizya.

Era sicuramente un trattamento discriminatorio, ma un passo avanti se si pensa a quello che all’epoca accadeva invece nei paesi cristiani, e dei quali il successivo Regno di Sicilia della monarchia normanno-sveva avrebbe costituito un unicum (anche se va detto che quest'unicum è stato spesso soggetto ad anacronismo in chiave moderna, perché i musulmani al suo interno furono comunque discriminati e spinti - direttamente o indirettamente - all'assimilazione).

Nel quadro etnico, linguistico e religioso della Sicilia musulmana, i latini rappresentavano ormai una minoranza: dal punto di vista linguistico, a farla da padroni erano il greco e l'arabo, mentre dal punto di vista religioso la Chiesa romana era praticamente scomparsa sull’isola già da prima della conquista islamica, a seguito della decisione dell'imperatore Costantino V di spostare le diocesi calabro-sicule dalla giurisdizione ecclesiastica del Papa di Roma a quella del Patriarca di Costantinopoli.

Con l’espandersi dell’influenza normanna in Italia meridionale a partire, come detto, dalla prima metà dell'XI secolo e con il Concordato di Melfi del 1059 tra Papa Niccolò II e Roberto il Guiscardo - che stabiliva che, qualora i Normanni avessero conquistato la Calabria bizantina e la Sicilia islamica, si sarebbero impegnati a ristabilire il rito latino - , la Chiesa romana vide la possibilità di riappropriarsi di quelle diocesi: la caduta, in Calabria, di Reggio nel 1059/1060, e, in Sicilia, quella di Noto nel 1091, lo resero definitivamente possibile. In Sicilia, la politica dei nuovi dominatori era chiara: per una più efficace affermazione del potere dei Normanni e della Chiesa di Roma bisognava rafforzare e rendere egemone sull’isola, lentamente ma inesorabilmente, l’elemento latino a scapito di quello greco e di quello arabo, ed è in questo contesto che s'inseriva l’insediamento di genti provenienti dal Nord Italia.

Se per il governo l’arrivo di questi nuclei - che rafforzavano nuclei "lombardi" precedenti, risalenti al 1040 circa e giunti in Sicilia come mercenari, comandati da Arduino da Milano, al seguito del generale bizantino Giorgio Maniace durante la sua spedizione (1038) per restituire l'isola all'imperatore d'Oriente - costituivano un’opportunità per rafforzare il proprio potere con genti ad esso fedeli e poste in luoghi strategici, per i nuovi arrivati la Sicilia rappresentava una grossa attrattiva economica: infatti, diversamente da oggi, la Sicilia (con l'Italia meridionale) era una delle zone più ricche del Mediterraneo.

Questi, dunque, furono i primi "lombardi" giunti in Sicilia. Essi tuttavia arrivarono a varie ondate, fino all'epoca di Federico II di Svevia quando - come ricordato anche dal professore Alessandro Barbero in una sua nota conferenza riguardo all'imperatore, suscitando delle prevedibili ilarità - al seguito del piemontese Oddone de Camerana (fl. XIII secolo) che ha colonizzato Corleone (nella città metropolitana di Palermo), nonostante la principale fosse comunque proprio quella immediatamente successiva alla completa conquista della Sicilia da parte dei Normanni, grazie al matrimonio, nel 1093, del Gran Conte Ruggero I (1031-1101) con Adelaide (1074-1118) della dinastia piemontese degli Aleramici (che all'epoca governava il Monferrato).

Quest'ultima avrebbe favorito l’arrivo di moltissimi suoi compatrioti - i quali si insediarono in zone che consentivano l’isolamento dei centri di maggiore resistenza islamica al nuovo dominio (il Val di Mazara e il Val di Noto, Agrigento ed Enna) - , che, a detta dello storico Amedeo Feniello, nei confronti dei musulmani tenevano (com'è ovvio che fosse, all'epoca) un atteggiamento brutale, intollerante, e da Crociata.

Attualmente, i centri principali che mantengono la lingua - che, secondo lo studioso tedesco Gerhard Rohlfs (1892-1986), nonostante abbia delle ovvie influenze siciliane, è uno specchio abbastanza fedele di come si parlasse comunemente nell'Italia settentrionale nel XII secolo - sono Nicosia, Sperlinga, Aidone e Piazza Armerina (nel libero consorzio comunale di Enna), nonché Novara di Sicilia e San Fratello (nella città metropolitana di Messina). La tutela o meno di questa lingua pone dei problemi a livello legale, cioè dalla legge 482/1999 inerente al riconoscimento delle minoranze linguistiche.

Infatti, questa ha escluso - con l'eccezione del sardo, del friulano e del ladino - la maggioranza dei cosiddetti "dialetti italiani" (in realtà, tassonomicamente parlando, delle lingue regionali evolutesi parallelamente all'italiano standard su base fiorentina); pertanto, questo creerebbe un cortocircuito legislativo, dato che un eventuale riconoscimento del gallo-italico di Sicilia avrebbe voluto dire, di riflesso, dare riconoscimento anche alle lingue gallo-italiche parlate lì dove sono sorte. Attualmente, una qualche forma di riconoscimento è unicamente quella della Regione Siciliana, che lo ha inserito nel R.E.I.S. ("Registro Eredità Immateriali della Sicilia").

Bibliografia parziale

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