L'importanza che è stata attribuita alla genealogia è antica quanto la storia umana stessa: ne troviamo traccia presso gli antichi egizi, nel testo biblico, nell'antica Roma. Ciò che spingeva a tenerla in considerazione o ad andare a ritroso era, al di là delle dovute differenze storiche e geografiche, in primis un aspetto di natura politica, cioè legittimare uno status sociale - ovviamente che fosse quantomeno medio-alto - già esistente. È un'idea che non è scomparsa del tutto, dato che esiste ancora oggi, in certi ambienti dell'élite politica e finanziaria, il disprezzo verso i parvenu (legato comunque anche alla percezione di non essere spesso edotti di codici di comportamento già consolidati, oltre ad essere banalmente percepiti come estranei al corpo sociale), nonché nel desiderio diffuso di rintracciare la propria ascendenza non tanto per conoscere la propria storia personale, quanto per trovare eventuali antenati illustri.

Questo è certo. La genealogia genetica - che utilizza l'analisi del DNA per studiare le relazioni di parentela e consanguineità tra individui - ha elaborato il concetto di Identical Ancestors Point (anche detto Genetic Isopoint o All Common Ancestors Point), ovvero l'arco temporale dal quale, in tutto il globo o in una data regione geografica, tutte le persone che sono vissute in quel periodo che hanno avuto una discendenza arrivata sino ad oggi, sono gli antenati di tutti gli individui attualmente viventi (in altre parole, siamo tutti cugini), o al contrario da quando tutta la loro linea si è estinta: ciò è possibile stabilirlo attraverso l'integrazione di diverse discipline, tra cui la statistica. Pertanto, andando indietro alcune decine di generazioni, ogni individuo ha milioni di antenati potenziali; e poiché le élite costituivano una minoranza, ma sono genealogicamente iper-rappresentate, è certo che ognuno di noi abbia, tra i propri antenati, anche membri dell’aristocrazia o delle élite locali.

La ricerca di antenati illustri è espressione del desiderio di emergere in qualche modo dalla massa. Dato che, come detto, nelle società pre-industriali la stragrande maggioranza della popolazione era composta da contadini, allora il contare ascendenze rilevanti costituirebbe un modo di sentirsi speciali. Vorrei qui tuttavia dare una diversa prospettiva, senza cadere in facili moralismi (d'altronde, ognuno ha le sue priorità!), su quanto possa essere in realtà interessante il fatto di avere invece (anche) persone comuni nel proprio albero genealogico. Prospettiva che tocca anche, più in generale, la comprensione di ciò che è la storia.

Infatti, c'è un aspetto prettamente storico da considerare: la storia dei grandi personaggi e delle grandi famiglie è soltanto una parte di quella più generale. Gli storici francesi Marc Bloch (1886-1944) e Lucien Febvre (1878-1956), fondatori della nota rivista Annales d'histoire économique et sociale (1929), furono tra i primi a rivoluzionare la concezione della storia, che non si sarebbe più semplicemente dovuta basare sui grandi avvenimenti del passato, ma si sarebbe anche dovuta concentrare - dando per questo motivo grande risalto all'importanza dell'interdisciplinarietà, ad esempio la sociologia o la psicologia - su ogni aspetto della vita di tutti i giorni della gente del passato, quella quotidianità (che ha comportato scelte consapevoli, casualità, gioie e dolori) che fa sì che, nonostante una probabilità molto bassa che ciò potesse accadere, noi tutti siamo qui.

Perché probabilità molto bassa? Se già lo è dal punto di vista biologico, dato che soltanto uno (o, in casi eccezionali, qualcuno in più) tra milioni di spermatozoi feconda l'ovulo della femmina, tale bassa probabilità statistica è data dalle vicende che hanno attraversato l'umanità sin dall'origine della sua specie. Ciò è evidente anche nella ricerca genealogica: banalmente, ascoltando le storie di famiglia o spulciando i registri di stato civile o quelli parrocchiali - ovvero i primi passi in questo percorso - ci si accorge che un incontro fortuito, una scelta dovuta a contingenze storico-economiche, o un lutto hanno fatto la differenza tra la nostra esistenza e il non essere mai nati.

Cito solo un caso specifico, tratto dal mio albero genealogico, che è riscontrabile dai registri della parrocchia di San Dionigi presso Catona (oggi frazione di Reggio Calabria), conservati presso l'Archivio Storico Diocesano dell'arcidiocesi reggina: il mio ottavolo Diego Delfino (1685 ca. - 1745), che ha contratto matrimonio per ben tre volte, a causa del fatto che le sue due mogli precedenti morirono prima di lui: di queste tre mogli, io discendo dalla seconda, Paola Licandro (1694 ca. - 1734).

Si capisce quindi bene che, se la prima non fosse deceduta, spingendo il mio avo a sposarsi nuovamente, io oggi non sarei qui a scrivere quest'articolo. E ciò sarà accaduto innumerevoli volte per ciascuno di noi, date le condizioni di vita delle società pre-industriali e tutti coloro che hanno vissuto prima di noi e ci sono antenati, anche se magari non possiamo scoprirlo - giova qui ricordare, ad esempio, che l'obbligatorietà dei registri parrocchiali fu stabilita dal Concilio di Trento (1545-1563) - per mancanza di documentazione, dovuta anche a guerre o a calamità naturali.

Paradossalmente, per molti di loro è già qualcosa: nati e vissuti in un periodo nel quale si andavano formando gli stati moderni, con tutti i loro apparati burocratici (e, pertanto, in un'epoca più vicina alla nostra), gli avi per i quali è possibile risalire attraverso la ricerca genealogica hanno - in larga parte, specialmente dal XVII secolo - lasciato delle testimonianze, anche qualora si tratti semplicemente del proprio nome, rispetto ad esempio a una persona comune vissuta nel IV o nel VII secolo (vuoi per la perdita dei documenti, vuoi per una storiografia che di certo non aveva la profondità e gli scopi di quella moderna).

Nonostante ciò, queste persone che hanno avuto la possibilità di lasciare qualche traccia, umili o benestanti che fossero, sono comunque sepolte tra le nebbie del tempo, e tirarle fuori dall'oblio dei secoli attraverso i registri parrocchiali, e soprattutto attraverso fonti più dettagliate (tra cui gli atti notarili), che consentono di saperne un po' di più su chi ci ha preceduto, può essere molto suggestivo, e può spingerci a voler approfondire il contesto dell'epoca (riguardo al quale dobbiamo ovviamente fare attenzione a non applicare le nostre categorie di europei occidentali), dando tuttavia adito anche a domande che potrebbero non trovare mai trovare risposta, ad esempio la percezione che hanno avuto sui grandi avvenimenti che hanno attraversato i loro tempi, se ne furono partecipi o se li hanno unicamente subiti (ovviamente, più si va indietro nel tempo, più la risposta è: entrambe le cose).

In sintesi, la ricerca genealogica - specialmente quella che copre qualsiasi ramo (che poi inevitabilmente si incrocia con gli altri) - è un viaggio lungo, che spesso non ha una destinazione. Ma le soddisfazioni che può dare a chi decide di intraprenderla compensano senza dubbio tutti gli sforzi.