La gente si accontenta delle psicosi come si accontenta di una casa mediocre o di un lavoro che non ama. Non perché siano buone, ma perché sono comode. Grattando appena sotto la superficie dell’uomo civile, non si trova nulla di nuovo: c’è sempre una violenza latente, un animale che aspetta soltanto un’occasione per sentirsi autorizzato. Non è ciò che sappiamo di noi a guidarci, ma ciò che ignoriamo e che tuttavia agisce. Freud, negli anni della prima guerra mondiale, lo aveva capito con chiarezza crescente: l’aggressività non è un accidente, ma un fondamento. Nel Disagio della civiltà formula senza attenuanti questa verità sgradevole: nell’inconscio siamo tutti pronti all’omicidio.

È una constatazione che smonta ogni retorica umanitaria. Lo Stato guerriero non fa che rendere pubblico e legittimo ciò che l’individuo, da solo, non oserebbe ammettere. Così si mandano uomini a morire senza mezzi, senza scarpe, senza scopo reale, se non quello di uccidere e di essere uccisi. La guerra, a quel punto, non è più nemmeno uno scontro tra nemici, ma una distruzione cieca, una terra bruciata anche morale.

Miti sacrificali

Un tempo, uccidere implicava almeno il riconoscimento dell’altro. Oggi non più. La modernità ha abolito persino questa forma primitiva di relazione. Freud pensava alla legge antica, all’“occhio per occhio”, ma anche al senso di colpa che nasce dopo il delitto originario, alla necessità di porre un limite al sangue. Il sacrificio, nella tradizione occidentale, serviva forse a questo: a evitare che la violenza si ripetesse all’infinito.

Ma la storia recente ha dimostrato che questo argine può crollare. Hannah Arendt aveva compreso che l’ideale sacrificale nel mondo contemporaneo inaugura una politica nuova e terribile: il corpo umano diventa materiale a basso costo. Non più persona, non più nemmeno vittima, ma residuo. È qui che la civiltà mostra il suo volto più spoglio, senza maschere ideologiche. Lévi-Strauss, molto più tardi, dirà che siamo tutti cannibali. Non nel senso letterale, ma in quello morale: consumiamo l’altro, lo riduciamo a funzione, a mezzo. Le antiche maschere, gli dèi ibridi, gli uomini-animali del mito avevano almeno la funzione di rendere visibile questa ambiguità. Oggi, invece, la nascondiamo sotto concetti astratti, sotto una ragione che pretende di spiegare tutto e non spiega nulla.

Ridurre la storia dell’Occidente a un inganno totale è quindi una semplificazione che ha il fascino delle idee pigre. È una forma di nichilismo che non giudica e non assolve, perché prima ancora rinuncia a comprendere. È una resa mascherata da lucidità. Eppure, in altri momenti di crisi, il pensiero non si è rifugiato né nella nostalgia né nel mutismo. Ha parlato. Oggi, invece, la filosofia sembra aver smarrito la propria funzione, come se prendere la parola fosse diventato inutile, o peggio sconveniente. Ma il nodo non è cambiato: resta l’uomo. Non quello astratto, edificante, ma l’uomo concreto, mediocre, violento quando serve, docile quando conviene. L’uomo che preferisce adattarsi alla propria nevrosi piuttosto che interrogarla.

Psicosi e adattamento sociale costituiscono il fondo opaco su cui si costruisce la percezione della realtà, che sia deformata o meno. È su questo fondo che si innestano le letture psicoanalitiche dell’estasi, applicate a contesti differenti, quello sciamanico e quello mistico. Lévi-Strauss ha osservato come la cura sciamanica, proprio perché lo sciamano parla al posto del malato invece di limitarsi ad ascoltarlo, comporti un rovesciamento degli elementi fondamentali della psicoanalisi, pur mantenendone una certa somiglianza strutturale. Masson, con un riduzionismo forse eccessivo, ha invece visto nei moti dell’estasi un ritorno regressivo all’esperienza prenatale, al grembo come luogo originario e indistinto. Ma simili spiegazioni, per quanto suggestive, faticano a reggere a un’analisi rigorosa: sembrano più metafore che strumenti conoscitivi.

La modernità ha aggiunto a questo quadro una variante nuova, che potremmo chiamare estasi chimica. La farmacologia ha promesso una luce pura, artificiale, ottenuta per via diretta. Del resto, l’estasi indotta non è un’invenzione contemporanea.

Il Soma vedico, oggi comunemente identificato con l’Amanita muscaria, o ancor meglio con un fungo psilocybinico, apparteneva a questa tradizione; e si è sostenuto che lo sviluppo delle pratiche yogiche, nell’Induismo recente, abbia rappresentato un tentativo di sostituire la trance chimica con una tecnica del corpo, quando vennero meno le condizioni materiali per procurarsi la sostanza. Anche il Messico offre un esempio analogo con il peyote, riletto in chiave moderna da Huxley nei suoi esperimenti con la mescalina. Ma è stata la scoperta dell’LSD a spalancare davvero la prospettiva di un’estasi accessibile, difesa con entusiasmo da esploratori del sacro come Robert Gordon Wasson e da figure più ambigue, come Alan Watts, in bilico tra divulgazione e abbandono.

Enteogena

Resta da chiedersi se, in tutte queste forme di estasi, l’uomo cerchi davvero una verità o soltanto una sospensione temporanea del peso di essere se stesso.

Di questi temi si parla spesso come si parlerebbe di una leggenda: con un tono che oscilla tra il reverenziale e il sospettoso. Eppure i tesori bibliografici di Persefone, intrappolata agli inferi, letti oggi, confermano con una certa ostinazione le intuizioni dei primi libri, quelli nati nel clima saturo e ideologico del pieno ’68. Non perché avessero già tutte le risposte, ma perché ponevano le domande giuste, là dove il sapere moderno tende a separare ciò che in origine era unito.

Che il Soma provenga dalle alte montagne dell’Asia centrale, là dove crescono le betulle, non è un dettaglio pittoresco ma un dato storico. Lo spostamento degli indo-europei verso l’India spiega la migrazione di una sostanza e, insieme, di un simbolo. Le radici della betulla, questo albero della vita dalla presenza discreta e tenace, offrono un ambiente favorevole all’Amanita muscaria. Non stupisce allora che Lévi-Strauss avesse intravisto, nel frutto proibito della Genesi, non una mela astratta ma la betulla sacra dei siberiani. Il frutto, se così lo si può chiamare, non poteva che essere un fungo: disco rosso come il Sole, o come il glande, dal quale cola un latte ambiguo e per questo assimilabile a una mammella. L’immaginazione mitica non inventa: trasforma.

Il consumo di questa sostanza avveniva secondo due modalità, entrambe rigorosamente rituali: direttamente, attraverso il succo, oppure filtrato dal corpo umano, che ne purificava gli elementi tossici. L’Avesta lo ricorda senza pudori: l’urina dell’ebbrezza non era uno scarto, ma un mezzo. Gli amatori dei funghi, se il termine non fosse oggi irrimediabilmente compromesso, sarebbero rimasti nel Kashmir, come frammenti isolati di un culto vastissimo, attestato dai siberiani ai messicani e forse risalente al Paleolitico. Qui la digestione di parassiti tossici non era una patologia, ma un’esperienza: produceva sogni euforici, cioè visioni ordinate, non deliri.

Anton Escohotado, nella sua storia mondiale delle droghe, riprende un cenno di Burkert e chiarisce il mistero di Eleusi. L’impasto di farina e menta celava un parassita delle piante, diffuso nella piana, che, attivato dall’acqua e da erbe particolari, induceva la trance degli iniziati. Una variante locale della segale cornuta. Il dono avvelenato di Kore va allora accostato, senza scandalo, alla mela di Biancaneve: non perché entrambi siano fiabe, ma perché entrambi parlano lo stesso linguaggio simbolico della trasformazione.

È noto che lo stregone lappone si preparasse una pozione con cenere di betulla; più tardi la distillazione avrebbe sostituito il rito, e l’alcool la cenere. Persino il linguaggio conserva tracce di questa continuità: la radice finnico-ugrica poy- designa il fungo e il tamburo sciamanico, e forse risuona nel phthongos greco. Oggi, figure come Ailo Gaup e i Norske Healerforbundet guidano un neo-sciamanesimo che promette guarigioni a distanza. Non sappiamo se guariscano davvero; sappiamo però che trasportano le persone in un altro stato. Che lo si voglia o no, questo resta un fatto sociale.

Per capire il nesso profondo tra pozioni, tamburo e nenie, il joik, bisognerebbe tornare alla Historia Norvegiæ del XII secolo e non affidarsi soltanto a Pentikäinen. E soprattutto distinguere il furore berserk dei vichinghi dall’estasi sciamanica, che alterna trance leggere e profonde, sogni e diagnosi lucide. Tuttavia, Pentikäinen ha ragione nel vedere nel tamburo una bussola interiore, e persino un astrolabio: uno strumento per orientarsi nei viaggi cosmici. Così come aveva ragione Gordon Wasson, e non Eliade, quando rifiutava l’idea che l’uso dei funghi fosse un fenomeno degenerativo. Eliade ignorava un dettaglio decisivo: la filtrazione corporea, quella “pipì” che la filologia tende a espellere come indecorosa.

Gli sciamani, insomma, non erano folli. Erano saggi e prudenti, e non deliravano come certi accaniti contemporanei. La differenza è semplice e radicale: lo sciamano signoreggia la trance, anche grazie a collaboratori che vegliano sulla catalessi. Più che di schizofrenia, bisognerebbe parlare di una combinazione consapevole di mappe cerebrali diverse. La coscienza si amplia attraverso forme di sinestesia, e forse da qui nasce l’uso di una lingua segreta. Il linguaggio non mancava; ricordava piuttosto la poesia di Mallarmé, che scavalca la divergenza tra suono e senso. In basso, il simbolismo fonetico, la lingua degli uccelli; in alto, quello del viaggio e del mito. Due esigenze mentali, fonetiche e semantiche, rivolte insieme al corpo e al mondo. L’essenziale è che venivano tenute unite.

La serenità dello spirito, quando c’è, è razionale. Non diversamente da ciò che accade ascoltando le Beatitudini nella liturgia. Quando, nel IV secolo a.C., morì il Buddha, beveva Soma per lenire un dolore fisico; ma la mente operava con forza, non in uno stato di autoipnosi come talvolta si pensa. Qui il confronto con Gesù sarebbe fecondo, se disponessimo di studi adeguati. Quanto ad Agostino, che accusava i manichei di essere amatori di funghi, conviene lasciarlo al suo zelo polemico. Non per timore dell’esoterismo, ma per rispetto delle fonti, soprattutto di quelle cinesi, che ancora attendono di essere comprese davvero. In fondo, ciò che emerge non è una storia di eccessi, ma di misura. Una misura antica, che la modernità ha smarrito insieme alla capacità di tenere insieme il corpo e il senso.