Oggi, scrivere “come Mario Praz” non è soltanto difficile: è impensabile. Non per mancanza di talento, ma perché sono venute meno le condizioni culturali, linguistiche e morali che resero possibile una voce come la sua. Praz non fu soltanto un grande anglista o uno dei più raffinati critici letterari del Novecento italiano; fu un intellettuale che abitò il margine, lo fece consapevolmente, e ne fece uno strumento di conoscenza. La sua emarginazione in vita e la sua distanza dal nostro presente sono due facce della stessa medaglia.
Mario Praz scriveva in un’epoca in cui la critica letteraria era ancora un atto creativo. La sua prosa, densa, allusiva, colta fino all’estremo, nasceva da una visione della letteratura come sistema simbolico totale, in cui arte, vita, eros, morte e memoria dialogavano incessantemente. Oggi la scrittura critica è quasi sempre funzionale: serve a spiegare, chiarire, semplificare, classificare. In Praz, al contrario, la critica è un’esperienza estetica autonoma. Non accompagna il testo: lo reinventa.
Questa differenza è già sufficiente a spiegare perché non si scrive più come lui. Il nostro tempo diffida dell’ambiguità, dell’eccesso, della lentezza. La prosa praziana richiede un lettore paziente, colto, disposto a perdersi nei rimandi, nei silenzi, nelle ombre. È una scrittura che non concede nulla all’immediatezza e che non teme di risultare “difficile”. In un’epoca dominata dalla semplificazione, dall’accessibilità obbligatoria e dalla comunicazione rapida, una simile postura appare non solo anacronistica, ma quasi provocatoria.
Ma c’è di più. Mario Praz apparteneva a una tradizione intellettuale che oggi è stata in larga parte rimossa: quella dell’erudito solitario, dello studioso che costruisce il proprio metodo a partire da una sensibilità personale, spesso eccentrica, e non da una scuola o da un paradigma condiviso. La sua attenzione per il macabro, per l’estetica della decadenza, per il lato notturno del Romanticismo europeo lo collocava fuori dai canoni rassicuranti della critica idealistica dominante in Italia. Praz non cercava la conciliazione: cercava la verità delle forme, anche quando questa verità era scomoda.
Questa sua posizione liminale contribuì alla sua emarginazione in vita. Pur essendo una figura di rilievo internazionale, rispettata all’estero più che in patria, Praz non fu mai veramente “integrato” nel sistema culturale italiano. Troppo aristocratico per la cultura di massa, troppo individualista per le accademie, troppo inquieto per una critica che privilegiava l’ordine, la chiarezza e l’impegno civile esplicito. In un paese che tende storicamente a diffidare delle figure isolate, Praz pagò il prezzo della sua irriducibilità.
Anche il suo stile di vita contribuì a renderlo una figura scomoda. La sua celebre casa-museo romana, oggi meta di visite e ammirazione, fu in vita uno spazio di solitudine e di culto ossessivo della memoria. Lì Praz costruì un universo privato fatto di oggetti, ritratti, suppellettili, che dialogavano silenziosamente con la sua opera critica. In una cultura che predilige l’estroversione, il gesto pubblico, l’appartenenza ideologica, questa forma di interiorità radicale appariva sospetta, se non apertamente respingente.
Non va poi trascurato un altro elemento, spesso taciuto ma centrale: l’estraneità di Praz ai modelli di mascolinità e di socialità dominanti nel suo tempo. La sua scrittura sull’eros, sempre filtrata attraverso l’arte e il simbolo, rivelava una sensibilità non allineata, una percezione del desiderio come forza ambigua, perturbante, mai pacificata. Questo contribuì a costruire attorno a lui un’aura di eccentricità che, anziché essere valorizzata, fu spesso usata come motivo di esclusione.
Perché, allora, non si scrive più come Mario Praz? Perché non esiste più lo spazio per una scrittura che non sia immediatamente spendibile, catalogabile, valutabile. La sua prosa nasceva da un’idea alta e quasi sacrale della letteratura, come luogo di conoscenza profonda e di confronto con le zone d’ombra dell’umano. Oggi la critica tende a essere performativa, misurabile, orientata alla produzione rapida di contenuti. Il rischio, l’eccesso, l’ossessione sono diventati difetti, non più strumenti di indagine.
Eppure, proprio per questo, Mario Praz resta una figura necessaria. Non come modello da imitare — sarebbe impossibile — ma come controcanto. La sua opera ci ricorda che la scrittura critica può essere stile, visione, corpo. Che la marginalità non è sempre una sconfitta, ma talvolta una forma di resistenza. Che l’erudizione, quando è attraversata da una vera passione conoscitiva, può diventare letteratura.
L’emarginazione di Praz in vita non fu il risultato di un fraintendimento momentaneo, ma il segno di una frattura profonda tra la sua idea di cultura e quella dominante. Oggi, nel momento stesso in cui lo si celebra, si corre il rischio di neutralizzarlo, di ridurlo a icona, a figura museale. Scrivere ancora “con” Mario Praz significa invece accettare il disagio che la sua opera provoca, il suo rifiuto di ogni addomesticamento.
Forse non si scrive più come lui perché non si è più disposti a pagare il prezzo che lui pagò: la solitudine, l’incomprensione, l’essere fuori tempo. Ma è proprio in questa inattualità che risiede la sua forza. Mario Praz continua a parlarci non perché appartiene al passato, ma perché ci mostra ciò che abbiamo smesso di essere disposti a difendere: una scrittura che non chiede permesso, che non cerca consenso, che non teme l’ombra.














