Rami girava in quell’eterno crepuscolo sforzandosi inutilmente di afferrare i veri contorni delle cose: tutte erano imprecise benché, invece, nitidissime, tutte lontane e fulgenti benché prossime e velate. C’era una nebbia da cui i suoi occhi non potevano mai liberarsi, che smorzava lo sguardo eppure dava bagliori di diamante, e ogni oggetto pareva freddo, ghiacciati i vestiti inzuppati di luna, gelati e senza vita i colori, la frutta di vetro, l’acqua d’alabastro, di cera il viso delle persone. Gli occhi poi di quanti la guardavano non avevano calore, ma solo un irreale scintillìo, come di lagrime, che la intimoriva: tutti le sembravano larve o spettri, e quasi non osava rivolger loro la parola.

(Tommaso Landolfi, “Il Principe infelice e altre storie per bambini”)

Tommaso Landolfi, nel racconto dedicato ai bambini Il Principe infelice, riesce a descrivere con queste parole le sensazioni che la Principessa Rami provava nell’attraversare uno dei tanti territori di questo racconto, l’Impero della Luna, un luogo dove era sempre notte e la luna piena non tramontava mai, rimanendo eternamente nel cielo e trasmutando i colori di ogni cosa e di ogni essere vivente attraverso il suo pallido chiarore. Le persone che vivevano in quell’Impero, che richiede sette giorni e sette notti per essere attraversato a piedi da Rami senza mai fermarsi, erano tutte molto gentili con lei e l’aiutavano con benevole indicazioni, eppure – pur non essendo pericoloso come altri luoghi che ha già attraversato – è quello che rende la Principessa “sgomenta, malata quasi di chiaro di luna.”

Come descrivere meglio la tramutazione vissuta da Rami – prima affascinata dai bagliori argentei del plenilunio che donavano una particolare bellezza ai paesaggi di quell’Impero – per poi accorgersi man mano dell’angoscia che l’assaliva per la loro immutabile assenza di calore e dello sgomento che questo le procurava?

Attraversare la soglia

“Tutto cominciò con il primo narratore della tribù”: per introdurci al tema del linguaggio e della sua evoluzione fino alla letteratura contemporanea, e alle macchine che potranno un giorno scrivere come e meglio di noi, Italo Calvino apre la sua conferenza del 1967 – che diverrà poi un famoso saggio, Cibernetica e fantasmi – con questa frase, che è già l’inizio di una fiaba.

Non cerca infatti riferimenti temporali (quando esattamente?) né spaziali (dove precisamente?), e tantomeno si impegna a spiegarci a quale narratore stia facendo riferimento e a quale tribù egli appartenga.

Ci conduce invece davanti a una soglia, invitandoci a oltrepassarla. Se saremo pronti a sospendere il pensiero ordinante della nostra mente e a lasciarci condurre dalla curiosità e dal desiderio di conoscere, potremo trattenere il respiro e attraversare quella soglia. Giusto il tempo di un battito di ciglia, e ci troveremo in quella tribù, seduti davanti a quel fuoco, nel momento preciso in cui il primo narratore di tutta la storia dell’umanità comincia a inanellare le parole di una fiaba. Saremo proprio lì, quando “tutto cominciò”.

E potremo finalmente respirare aprendo tutti i nostri sensi – non solo le orecchie per ascoltare, ma anche occhi, naso, bocca, pelle – per scoprire la vastità e la profondità di quel racconto e di tutti i racconti che seguiranno e che accompagneranno la nostra umanità fino ad oggi.

Questo è il potere delle fiabe e delle favole: ci conducono in un dove e in un quando indefiniti, aprendo vie di libertà in una mappa che si disegna man mano da sé, lungo tutto il percorso. Basta solo trattenere per un attimo il respiro e avere il coraggio di dire un “sì” alla magia nascosta della vita, pronti a meravigliarci ad ogni passo che compiamo.

Le favole sono vive e mutevoli

È importante ricordare che le favole sono un patrimonio vivo, mutevole, che appartiene a tutte le età e a tutte le culture. Come il mito e la religione, parlano in simboli, intrecciano domande e risposte, custodiscono valori e paure collettive. Ma, a differenza del mito e della religione, non hanno una dottrina da imporre: le favole sono libere, capaci di adattarsi, trasformarsi, viaggiare di bocca in bocca e di secolo in secolo senza perdere la loro forza.

C’è anche un altro aspetto che spesso dimentichiamo: le favole parlano agli adulti almeno quanto ai bambini. Forse di più. Oggi viviamo in un’epoca che ama semplificare, addolcire, persino omettere e dimenticare. Nelle edizioni moderne, molte fiabe vengono private delle loro asperità, dei conflitti, delle ombre. I buoni sono tali dall’inizio alla fine, e i cattivi si riconoscono subito, e rimarranno cattivi fino alla fine del racconto.

Ma togliere il male dalla fiaba significa privarla della sua funzione più importante: ricordarci che il male esiste e può essere affrontato e trasformato.

È un paradosso fertile: è proprio dalla realtà tangibile che si aprono le porte verso ciò che sembra impossibile. La fiaba non ci chiede di abbandonare il reale, ma di attraversarlo, di sentirlo nella sua finitezza, per scoprire così la molteplicità di tempi e luoghi che custodisce.

In questo senso, il “C’era una volta” non è una formula rituale: è un varco. Pronunciarlo significa sospendere il tempo ordinario e aprire a un tempo sospeso, in cui reale e possibile si intrecciano, dove i limiti del quotidiano diventano le condizioni stesse dell’infinito.

La fiaba è viva perché è collettiva. È passata di voce in voce, mutando senza tradire sé stessa. La stessa storia, raccontata in un villaggio di tanti secoli fa o in una scuola di oggi, può conservare la sua struttura e cambiare completamente significato. Ogni volta che viene narrata, la fiaba non è mai identica a sé stessa, eppure resta riconoscibile. È l’equilibrio instabile tra invarianti e variabili, tra ciò che unisce e ciò che cambia, a renderla un bene culturale vivo.

Non è mai possibile prendere una cosa senza il suo contrario

Come ci ricorda Giorgio Agamben in Pinocchio. Le avventure di un burattino doppiamente commentate e tre volte illustrate:

In ogni caso, ciò che Platone fa dire a Socrate è che la struttura della favola si fonda sul rovesciamento di una cosa nel suo contrario e su un’ambiguità così consustanziale che non è mai possibile prendere una cosa senza il suo contrario. Nelle due favole che Platone inventa, quella delle cicale nel Fedro e quella sull’origine di Eros nel Simposio, ambiguità e rovesciamento sono ugualmente presenti: la gioia del canto nelle cicale si rovescia in morte per inedia e la genealogia di Eros non è che una serie di contrarietà legate non si sa come insieme: povero/ricco; ignorante/sapiente; mortale/immortale.

E, più oltre, riferendosi direttamente alla favola di Pinocchio:

Non sorprende che la favola di Pinocchio, proprio come quella immaginata da Socrate, si svolga dall’inizio alla fine attraverso una serie di inaspettati rovesciamenti e di incessanti trapassi da un contrario all’altro. Non c’è buon proposito che non si risolva in birbonata, né una disavventura o disdetta che non si ribalti in scampo e salvezza. Sicché, alla fine, se si dovesse ricorrere alla formula che conclude le favole esopiche (o mythos deloi, la favola svela), la sola morale è che nulla è com’è: né legno il legno, né amico l’amico, né asino l’asino, né fata la fata, né grillo il grillo, ma tutto cambia e continuamente tramuta.

Le favole, nella loro forma autentica, sono un esercizio di verità: ci insegnano che il mondo è fatto di luci e ombre, di incertezze e ambiguità, ma che dentro di noi esistono risorse che possono essere sviluppate e attivate per comprenderlo e affrontarlo così com'è, senza pretendere che possa conformarsi alle nostre aspettative che escludono le sfumature.

L’oscurità e le velature della luce, le voci sussurrate e non comprese dei territori ignoti, le mutazioni impreviste dei corpi sia umani che non umani, i differenti linguaggi espressi dagli animali e persino dalle cose, i continui stravolgimenti delle misure in cui minuscolo e gigantesco convivono. Tutto questo è il mondo fantastico della fiaba e della favola, di cui abbiamo bisogno per nutrire la nostra mente e le nostre emozioni, e per poterci aprire a possibilità che, altrimenti, non potremo mai avvicinare. L’immaginazione, per quanto possa sembrare libera, ha sempre bisogno di radici nella concretezza dei sensi.