L’adesione della Turchia all’Unione Europea è una questione che da decenni divide opinioni e governi. Ma oggi, più che una semplice questione di allargamento dell’Unione, essa pone una domanda più profonda: quanto sono realmente universali i valori sui quali l’Europa afferma di fondarsi?

Il percorso della Turchia verso l’Unione è lungo e complesso. Ankara presentò la propria candidatura nel 1987 e fu riconosciuta come Paese candidato nel 1999. I negoziati di adesione iniziarono nel 2005, ma dal 2018 il processo è sostanzialmente fermo, soprattutto a causa del deterioramento della democrazia, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti fondamentali.

Anche nel giugno 2026 il Parlamento europeo ha ribadito che il processo di adesione non può essere riavviato senza progressi concreti in materia di democrazia, Stato di diritto e diritti umani. Al tempo stesso, ha riconosciuto che la Turchia rimane un Paese strategicamente importante per l’Europa e che l’aspirazione all’adesione continua a essere presente in una parte significativa della società turca.

La Turchia: tra opportunità e problemi reali

Gli argomenti a favore di un rapporto più stretto tra Turchia e Unione Europea sono numerosi. La Turchia occupa una posizione geografica unica, tra Europa e Asia, Mediterraneo, Mar Nero, Caucaso e Medio Oriente. È un Paese membro della NATO; ha una popolazione numerosa e giovane, una posizione economica rilevante e mantiene con l’Unione Europea rapporti commerciali e doganali consolidati.

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Ma esistono anche argomenti contrari, e non possono essere ignorati.

Le critiche europee riguardano soprattutto il deterioramento delle istituzioni democratiche, l'indipendenza della magistratura, la libertà di stampa e di espressione, i diritti delle opposizioni e delle minoranze e, più in generale, il rispetto dei diritti fondamentali.

Sono problemi reali. E sarebbe sbagliato negarli.

L’Unione Europea non può accettare che la propria appartenenza venga considerata soltanto una questione geografica o strategica. I criteri di adesione devono essere rispettati. Lo stesso Parlamento europeo ha ribadito nel 2026 che i criteri di Copenaghen sono condizioni fondamentali e non possono essere sostituiti da considerazioni strategiche o da accordi transazionali.

Ma proprio da questa constatazione nasce la domanda che attraversa tutta questa mia riflessione. Se i diritti umani sono davvero un principio fondamentale dell’Europa, perché dovrebbero essere applicati con grande rigore alla Turchia e con minore determinazione nei confronti di Israele?

Un incontro che aiuta a comprendere la società turca

Per approfondire questa domanda ho ritenuto importante confrontarmi con un caro amico e osservatore privilegiato: Murat Saraç1, Console Onorario d’Italia per Kuşadası e Aydın, che incontrai nel febbraio del 2011 in occasione del gemellaggio tra Taormina e Kuşadası, di cui fu tra i principali promotori.

Nel condividere con lui il mio convincimento sulla necessità di mantenere aperta una prospettiva europea per la Turchia, pur nella piena consapevolezza dei problemi legati ai diritti umani, ho raccolto una testimonianza diretta sullo stato d’animo della società turca.

Dal nostro colloquio è emersa l’immagine di un Paese complesso, attraversato da aspettative ma anche da un crescente disincanto.

I giovani turchi, preoccupati per il proprio futuro, continuano in larga misura a guardare all’Europa come a un obiettivo e a una possibile prospettiva. Ma a questa aspirazione si contrappone oggi una crescente frustrazione. Persino la semplice mobilità verso l’Europa può essere ostacolata da lunghi tempi di attesa per ottenere un visto, con conseguenze negative anche per il turismo e il commercio.

Eppure, secondo Saraç, l’Unione Europea continua a rappresentare per molti turchi un modello di standard, infrastrutture, sviluppo e cooperazione. Un suo eventuale ampliamento potrebbe quindi produrre benefici reciproci sia per Ankara sia per Bruxelles.

Questa aspirazione, inoltre, non può essere spiegata semplicemente attraverso una contrapposizione geografica tra costa ed entroterra. La società turca è molto più articolata: al suo interno convivono componenti laiche, democratiche, conservatrici e diverse sensibilità politiche e culturali.

La legge dovrebbe essere uguale per tutti

Ed è proprio qui che emerge il problema centrale.

Non sto sostenendo che Turchia e Israele siano la stessa cosa. Non lo sono. Le loro vicende storiche, politiche e militari sono differenti e non possono essere sovrapposte.

Sto sostenendo qualcosa di molto più semplice: il metro dei diritti umani non può cambiare a seconda dell’alleato.

Se l’Europa considera la democrazia, i diritti umani, lo Stato di diritto e il rispetto del diritto internazionale condizioni essenziali dei propri rapporti con gli altri Paesi, questi principi dovrebbero essere applicati con coerenza.

Altrimenti il rischio è che i valori europei diventino valori da applicare agli altri, ma non necessariamente agli amici.

“Chi è senza peccato scagli la prima pietra”

Di fronte a questa contraddizione torna alla mente una frase del Vangelo di Giovanni, capitolo 8, versetto 7: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”.

È una frase biblica che richiama alla responsabilità e condanna l’ipocrisia di chi giudica severamente gli altri dimenticando le proprie responsabilità.

L’Europa non deve rinunciare a giudicare le violazioni dei diritti umani. Al contrario, deve denunciarle, ma proprio per questo deve essere coerente.

L’UE ha posto condizioni molto severe alla Turchia proprio sul terreno della democrazia e dei diritti fondamentali. E ha ragione a farlo.

Ma allora deve avere la stessa fermezza quando sono in gioco altri Paesi.

E Israele?

Israele non è candidato all’adesione all’Unione Europea e, naturalmente, il quadro giuridico è diverso. Ma Israele ha con l’UE un Accordo di associazione il cui articolo 2 stabilisce il rispetto dei diritti umani e dei principi democratici come elemento essenziale delle relazioni tra le parti.

Nel 2025 l’Unione Europea ha avviato una verifica proprio sul rispetto di tale articolo da parte di Israele. Nel 2026 la questione è rimasta al centro del confronto europeo, mentre il Parlamento europeo ha continuato a discutere le conseguenze della situazione a Gaza.

E allora la domanda diventa inevitabile.

Se l’Europa riconosce gravi problemi nel rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale, perché il rapporto con Israele dovrebbe continuare a essere trattato secondo criteri diversi?

Non si tratta di mettere sullo stesso piano la Turchia e Israele.

Si tratta di chiedersi se lo stesso principio morale e giuridico debba valere per tutti. I diritti umani non possono essere proprietà degli amici e dimenticati quando a violarli è un alleato.

Gli ebrei non sono il governo di Israele

Su questo punto considero necessaria una distinzione fondamentale. Criticare le politiche del governo israeliano non significa criticare gli ebrei.

Confondere Israele con il mondo ebraico rischia anzi di produrre una conseguenza drammatica: far ricadere sulle comunità ebraiche di tutto il mondo la responsabilità delle decisioni assunte da un governo e dalle sue istituzioni.

Esistono ebrei israeliani e comunità ebraiche della diaspora che criticano le politiche del governo israeliano, chiedono la fine della guerra e difendono i diritti dei palestinesi. Essere contro l’antisemitismo significa anche impedire che le azioni di un governo vengano utilizzate per alimentare l’odio verso un intero popolo o una religione.

E, allo stesso modo, difendere i diritti dei palestinesi non significa essere contro gli ebrei. Significa essere contro ogni forma di disumanizzazione.

La responsabilità dell’Europa

La questione diventa ancora più delicata quando alcuni Paesi dell’Unione Europea continuano a mantenere rapporti militari, economici e tecnologici con Israele mentre vengono denunciate gravissime violazioni dei diritti dei palestinesi.

Non è necessario sostenere che ogni rapporto commerciale o ogni fornitura costituisca automaticamente complicità in un crimine internazionale. Sarebbe una semplificazione giuridicamente scorretta.

Ma una domanda politica rimane:

Fino a che punto uno Stato può armare, sostenere e proteggere un governo accusato di gravi violazioni del diritto internazionale senza assumersene almeno la responsabilità politica?

Ed è qui che l’Europa rischia di perdere qualcosa di più importante della propria credibilità diplomatica: rischia di perdere la propria identità.

Perché se l’Unione Europea nasce dalla convinzione che la guerra, la sopraffazione e la discriminazione debbano essere sostituite dal diritto, dalla democrazia e dalla tutela della persona, allora questi principi devono valere sempre: per la Turchia, per Israele, per la Palestina, per la Russia, per l’Iran, per gli Stati Uniti, per tutti.

Perché riaprire la strada alla Turchia

Tornando dunque alla Turchia, io credo che l’Europa dovrebbe avere il coraggio di riaprire una prospettiva politica per la sua adesione.

Non perché la Turchia abbia già raggiunto gli standard europei. Esattamente per il motivo contrario.

Perché la prospettiva dell’adesione potrebbe diventare uno straordinario strumento per accompagnare e pretendere una trasformazione democratica del Paese.

L’Europa non dovrebbe limitarsi a dire ad Ankara:

Non siete abbastanza democratici, quindi restate fuori.

Dovrebbe invece dire:

Vogliamo che diventiate una piena democrazia e vogliamo aiutarvi a riuscirci, perché una Turchia democratica può diventare uno dei grandi ponti tra Europa, Mediterraneo e Medio Oriente.

L’adesione non deve essere un premio. Può essere uno strumento di pressione positiva per le riforme interne della Turchia.

Naturalmente, accompagnamento significa anche condizioni precise, verificabili e vincolanti. La prospettiva europea dovrebbe avanzare soltanto insieme a riforme concrete sullo Stato di diritto, sull'indipendenza della magistratura, sulle libertà fondamentali, sui diritti delle minoranze e sul rispetto del diritto internazionale.

È questa, del resto, la logica stessa del processo di adesione europea.

Una Turchia europea per un’Europa più autonoma

L’ingresso della Turchia nell’Unione non dovrebbe quindi essere considerato soltanto una questione di allargamento territoriale.

La Turchia occupa una posizione strategica straordinaria tra Europa, Mediterraneo, Mar Nero, Caucaso e Medio Oriente. È già profondamente legata all’Europa sul piano economico, commerciale, della sicurezza e delle migrazioni.

Una Turchia pienamente democratica potrebbe diventare un elemento importante di una maggiore autonomia strategica europea e, soprattutto, un ponte verso regioni nelle quali l’Europa ha bisogno di interlocutori.

Ma proprio per questo l’Europa deve essere coerente.

Se Erdoğan ha ragione quando denuncia le sofferenze dei palestinesi, perché la stessa sensibilità non dovrebbe essere applicata ai curdi?

E se l’Europa riconosce le violazioni dei diritti umani commesse dalla Turchia, perché non dovrebbe applicare con altrettanta fermezza lo stesso principio a Israele?

La Turchia è probabilmente il Paese europeo-mediterraneo che oggi presenta la maggiore distanza contemporaneamente da Netanyahu e dalla linea di Trump sul Medio Oriente.

I rapporti con Israele sono arrivati a un livello di forte ostilità: Ankara sostiene apertamente la causa palestinese, accusa Israele di crimini di guerra e ha assunto iniziative giudiziarie contro Netanyahu. Le tensioni sono diventate anche militari e strategiche, soprattutto per la situazione in Siria.2

Ma c'è un aspetto ancora più interessante: Ankara non ha rotto i rapporti con Washington. Anzi, la Turchia continua a essere membro NATO e mantiene un'importanza strategica enorme per gli Stati Uniti. Quindi la formula corretta non è: "Turchia contro Occidente", ma Turchia dentro l'Occidente strategico, sempre più autonoma rispetto alla politica mediorientale di Washington.

In definitiva, la Turchia non è semplicemente "un Paese musulmano che sostiene la Palestina". È uno dei pochissimi Paesi che si trovano geograficamente, economicamente e militarmente contemporaneamente dentro il sistema europeo e dentro quello mediorientale, mentre politicamente sta assumendo una posizione sempre più autonoma sia da Netanyahu sia dalla politica mediorientale di Washington.

La questione curda: una possibile svolta

In questo contesto merita attenzione anche il nuovo processo di pace tra la Turchia e il PKK3 . Nel febbraio 2025 Abdullah Öcalan ha chiesto al PKK di deporre le armi e sciogliersi.4 Nel maggio dello stesso anno il PKK ha annunciato la fine della lotta armata e lo scioglimento dell’organizzazione. Nel corso del 2025 e del 2026 sono poi proseguiti i passi relativi al disarmo, alla smobilitazione e al reinserimento degli ex combattenti.

Nell’agosto 2026 il Parlamento turco ha approvato una legge destinata a creare un quadro giuridico per accompagnare questo processo.5

Si tratta di un passo importante, ma non significa ancora che la questione curda sia stata risolta.

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Il disarmo è una cosa. La soluzione politica della questione curda è un’altra.

Restano da affrontare questioni fondamentali: i diritti culturali e linguistici, la rappresentanza politica, le libertà degli amministratori locali, la situazione dei detenuti e, soprattutto, il futuro di Öcalan.

La prima fase del processo appare oggi molto più avanzata rispetto a pochi mesi fa; la seconda è ancora tutta da costruire.

Ed è proprio per questo che l’Europa dovrebbe esserci. Se la Turchia sta tentando di chiudere definitivamente il capitolo della guerra con i curdi e di avviare un processo politico, l’Europa dovrebbe essere presente, non assente. Dovrebbe accompagnare il processo, ma anche chiedere che il disarmo conduca a una vera soluzione politica e democratica.

Due messaggi, un solo principio

L’Europa potrebbe dire ad Ankara: “Vogliamo la Turchia in Europa, ma una Turchia democratica, rispettosa dei diritti dei curdi, delle opposizioni, della magistratura e delle libertà fondamentali.”

E contemporaneamente dovrebbe dire a Israele: “Vogliamo mantenere relazioni con Israele, ma il nostro rapporto non può prescindere dal rispetto del diritto internazionale e dei diritti del popolo palestinese.”

Questa non sarebbe una posizione filo-turca e neppure anti-israeliana. Sarebbe una posizione europea.

Una posizione capace di difendere gli interessi dell’Europa senza sacrificare i suoi valori.

Considerazioni finali

Se l’Europa volesse realmente favorire la democrazia e la pace, non dovrebbe limitarsi a tenere la Turchia fuori dalla porta. Dovrebbe utilizzare la prospettiva dell’adesione come strumento per accompagnare e condizionare il processo di democratizzazione turco.

Una Turchia che chiude definitivamente il capitolo della guerra con i curdi, riconosce pienamente i loro diritti, rafforza lo Stato di diritto e garantisce istituzioni democratiche solide sarebbe molto più vicina all’Europa di quanto non lo sia stata in passato.

Ma l’Europa dovrebbe contemporaneamente applicare lo stesso metro nei confronti di tutti gli altri Paesi.

Il diritto internazionale non dovrebbe conoscere amici e nemici. Dovrebbe conoscere soltanto vittime, responsabilità e giustizia.

E questo vale per i palestinesi come per i curdi, per gli israeliani come per i turchi. Se Ankara deve cambiare, l’Europa può e deve contribuire a quel cambiamento.

La prospettiva dell’adesione potrebbe tornare ad essere uno strumento politico, non un premio. Una porta che non deve essere spalancata senza condizioni, ma neppure definitivamente chiusa.

Una porta che rimanga aperta, indicando con chiarezza la strada da percorrere: democrazia, libertà, Stato di diritto, rispetto delle minoranze, diritti dei curdi e piena tutela della dignità della persona.

L’Europa potrà chiedere alla Turchia di cambiare senza perdere la propria credibilità quando chiederà a Israele di fare altrettanto.

Non dobbiamo scegliere tra Turchia e Israele. Dobbiamo scegliere tra due pesi e due misure e un’unica Europa capace di applicare il diritto con lo stesso metro a tutti.

Una Turchia pienamente democratica, rispettosa dei diritti dei curdi e di tutte le minoranze, con una magistratura indipendente e istituzioni democratiche solide, potrebbe diventare uno dei grandi ponti dell’Europa verso il Mediterraneo e il Medio Oriente. Perché nel Mediterraneo, oggi più che mai, abbiamo bisogno di Paesi capaci di collegare le due sponde, non di nuove frontiere che continuino a dividerle.

Probabilmente, proprio la forte posizione che la Turchia occupa nella NATO rappresenta uno dei motivi, seppure raramente dichiarati apertamente, delle resistenze al suo ingresso nell'Unione Europea. Ma, se questa ipotesi fosse fondata, ciò non rappresenterebbe una scelta lungimirante, né un sostegno all'unità dell'Europa e alla costruzione della pace nel Mediterraneo e nel Medio Oriente. Al contrario, rischierebbe di privare l'Europa di un Paese che, per posizione geografica, peso strategico e capacità di dialogo con mondi diversi, potrebbe svolgere un ruolo fondamentale nel collegare le due sponde del Mediterraneo.

La pace non nasce dalla scelta di un alleato contro un altro.

La pace nasce quando il diritto diventa più importante dell’alleanza, la dignità umana più importante della convenienza geopolitica e il dialogo più forte della paura.

E forse è proprio questo il compito che l’Europa dovrebbe assumersi: non costruire altri muri, ma costruire ponti.

Non un’Europa che sceglie i propri amici in base alla convenienza geopolitica, ma un’Europa che sceglie il diritto, la pace e la dignità umana come propri unici veri alleati.

Note

1 Murat Saraç è Console Onorario d'Italia per Kuşadası e Aydın. Figura stimata ed ex allievo del Liceo Italiano di Istanbul, è Cavaliere dell’Ordine della Stella d’Italia, un’onorificenza della Repubblica Italiana conferita a cittadini italiani all’estero o stranieri che hanno acquisito particolari benemerenze nella promozione dei rapporti di amicizia e cooperazione tra l'Italia e gli altri Paesi. Egli unisce al ruolo diplomatico un profondo radicamento nel territorio. Presidente dell’Associazione delle Città Gemellate di Kuşadası, da sempre attivo nel promuovere il dialogo e gli scambi culturali tra le due sponde del Mediterraneo e in particolare tra Italia e Turchia.
2 Israel-Turkey tensions expose personal, strategic rivalry between Netanyahu and Erdogan.
3 Il principale gruppo ribelle è il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (in curdo Partiya Karkerên Kurdistan, PKK‎) considerato un'organizzazione terroristica dalla Turchia, dagli Stati Uniti e dall'Unione europea.
4 Jailed PKK boss says laws needed in Turkey peace process.
5 Turkish parliament passes landmark law to advance PKK peace process.