Appartengo a una fettina di mondo decisamente fortunata. Tutti noi trentenni cresciuti a pane, scambi culturali e voli low cost abbiamo vissuto un’adolescenza libera, abbiamo viaggiato e visto angoli di pianeta lontani, convinti che il mondo intero fosse una grande tavola rotonda pronta ad accoglierci. Insomma, abbiamo avuto la fortuna di aprirci la mente, come si diceva un tempo. Il problema è che questa famosa apertura mentale, a guardarla oggi, mi sembra una porticina angusta.

È la comfort zone dei sani valori progressisti, dei diritti civili sbandierati sui social e delle cene etniche nel fine settimana. Un distacco reale rispetto al resto del mondo, compensato da una finta solidarietà universale, dove sono tutti fratelli purché a debita distanza di sicurezza. Parlo di quella generazione che si commuove guardando Zerocalcare su Netflix, che ama fingersi de borgata e vicina agli ultimi, mentre blinda il proprio stipendio sicuro e i privilegi borghesi, senza muovere un dito nel proprio quotidiano per l'inclusione o per i diritti di chi è davvero è l’ultimo tra gli ultimi.

Il consumo di serie tv, podcast e libri impegnati è diventato il surrogato perfetto dell'azione politica reale. Una sorta di indulgenza plenaria per la coscienza dei benestanti, che si sentono assolti pagando il biglietto dell’intrattenimento intelligente, mentre la struttura che garantisce il loro stile di vita e i loro comfort materiali resta del tutto intatta.

Eppure, proprio mentre questa simil borghesia progressista si culla nel suo ecumenismo da salotto, la realtà ci prende a schiaffi: la sicurezza e la dignità, nei due terzi del pianeta da cui importiamo manodopera, sono un privilegio di classe. E noi, incapaci di gestire questo flusso, stiamo trasformando l'Italia nel teatro di un nuovo feudalesimo schiavista.

I dati dell'Istat dicono chiaramente che i lavoratori stranieri rappresentano ormai quasi l'11% degli occupati totali nel nostro Paese. Ma basta guardare dove lavorano per scoprire come funziona il trucco. Questa forza lavoro si concentra quasi totalmente nei servizi di cura alle persone, nella ristorazione, nell'edilizia e nell'agricoltura. Parliamo di settori dove la precarietà dei documenti, la barriera linguistica e l'assenza totale di tutele reali trasformano gli esseri umani in carne da macello per impieghi sottopagati. L'illegalità contrattuale è diventata la normalità: il tasso di irregolarità sfiora il 25% negli alberghi e nei ristoranti, e supera l'incredibile soglia del 55% nel lavoro domestico e nell'assistenza agli anziani.

Questo trasferimento di massa porta con sé una doppia sfida perché da un lato c'è l’integrazione culturale, quel terreno dorato su cui la sinistra si sente leader assoluta. Dall'altro lato però ci sarebbe il dovere di distruggere i sistemi di violenza e sottomissione che i migranti subiscono al loro arrivo o che si portano dietro dai paesi d'origine, ed è proprio qui che la nostra società si scopre del tutto impreparata. L'accoglienza basata solo sulle belle parole può funzionare sui piccoli numeri, finché la singola persona ha il tempo di adeguarsi alle regole della nostra società, di fronte a cifre più alte, il sistema entra in confusione e questa confusione, da che mondo è mondo, rovina la vita innanzitutto a chi vive già ai margini delle nostre città, nelle periferie più difficili.

Quando lo Stato fallisce nella gestione reale del territorio, l’impatto sociale finisce per scaricarsi interamente sui servizi pubblici delle aree più disagiate, tra liste d'attesa infinite negli ospedali di periferia e asili nido al collasso. Chi vive nei quartieri residenziali può permettersi il lusso del multiculturalismo astratto perché non ne paga mai le conseguenze concrete sulla propria pelle.

Più i numeri crescono senza controlli e senza tutele reali, più diventa facile che si creino dei ghetti dove si riproducono le stesse identiche dinamiche di violenza, sottomissione e prevaricazione da cui quelle persone stavano fuggendo. La sicurezza è un bisogno quotidiano delle persone e se la politica progressista continua a considerarla un tabù innominabile, una fissa da fascisti o un argomento di cui vergognarsi, finisce inevitabilmente per regalare l’intero pacchetto elettorale a Matteo Salvini e al generale Vannacci, così giusto per dare la misura del suicidio politico che stiamo compiendo ogni giorno.

Ma è la terra, la nostra civilissima agricoltura, a nascondere l'orrore più medievale. Nelle campagne italiane il caporalato non è affatto una piaga passeggera legata solo alla stagione estiva, è un vero e proprio sistema economico illegale che serve a coprire la fame di braccia delle aziende agricole. Questo sistema criminale vive di ricatti, reclutamento abusivo, violenza fisica e totale disprezzo di qualsiasi norma su orari di lavoro, stipendi minimi e sicurezza sul posto di lavoro.

L'intolleranza in Italia è diventata una marea dilagante, ma si muove su binari profondamente ipocriti.

Assistiamo all'assurdità di una burocrazia cieca che fa di tutto per cacciare e respingere chi, con fatica, cerca di integrarsi seguendo le regole e rispettando le leggi. Al tempo stesso, le maglie strette dei decreti flussi intrappolano migliaia di persone nell'irregolarità, trasformandole di fatto in fantasmi istituzionali. Parliamo di uomini e donne senza documenti e senza diritti, abbandonati alla totale mercé dei caporali. È un meccanismo perfetto, oliato e silenzioso, che produce schiavi moderni a norma di legge e a beneficio del mercato.

Le cronache più recenti, dalle indagini giudiziarie all'ortomercato di Milano fino alle immagini terribili dei braccianti pakistani morti bruciati vivi dentro un'automobile, ci sbattono in faccia la realtà senza filtri. I racconti dei sopravvissuti parlano di mesi e mesi di lavoro estenuante senza vedere un solo euro di paga, di persone costrette ad alloggiare in stalle fatiscenti, in condizioni di totale isolamento dal mondo. Davanti a questi casi estremi di abuso e di sfruttamento schiavistico, la nostra narrazione progressista si inceppa di colpo, ci indigniamo moltissimo per il razzismo delle parole, facciamo grandi prediche sui termini corretti da usare, a rimaniamo immobili e impotenti davanti al razzismo materiale di un sistema economico che garantisce i nostri consumi e protegge i nostri privilegi quotidiani.

Bisogna finalmente avere il coraggio di dire ad alta voce che accogliere non significa semplicemente spalancare i cancelli per lavarsi la coscienza, per poi disinteressarsi completamente di ciò che accade nelle baraccopoli o nei campi della provincia italiana.

Se non abbiamo la forza di cancellare lo sfruttamento e la violenza, sia quella che i migranti subiscono nei ghetti, sia quella dei padroni che noi tolleriamo in casa nostra, non stiamo costruendo una società aperta e multiculturale. Stiamo semplicemente allestendo un'arena della miseria in cui i disperati della terra sono condannati a scannarsi tra di loro per le briciole, mentre noi continuiamo a guardare comodamente lo spettacolo al sicuro dai nostri quartieri residenziali alberati, stringendo tra le mani l'ultimo libro di successo sulla solidarietà globale.