Percorrendo l’A10 Genova – Ventimiglia, giunti nel Finalese (Savona) dominano il paesaggio imponenti falesie calcaree che, sovrastate da altopiani con boschi e macchia mediterranea, sono note in Europa come naturali palestre di roccia per l’arrampicata sportiva.
Quelle infinite gradazioni di verde e di marrone, quegli alti alberi e quella folta ombra nascondono uno straordinario ambiente carsico. Padroni assoluti ne sono sculture naturali e canyon, valli fossili e corsi d’acqua sotterranei, grotte e inghiottitoi, castellari dell’età del Bronzo e villaggi dell’età del Ferro, ponti e strade d’epoca romana, castrum altomedievali e campanili romanici, borghi secolari e contrade dimenticate.
Il tour nell’entroterra di Finale Ligure è un sorprendente viaggio nel tempo e nello spazio.
Le rocce più antiche dell’area protetta provinciale “Finalese” risalgono a oltre 300 milioni di anni fa. La porzione maggiore del territorio, però, è occupata dalle rupi che, datate fra 300 e 250 milioni d’anni fa, costituiscono la superficie di un arcaico continente e derivano dall’erosione di catene montuose e dall’attività di vulcani scomparsi.
Poche aree italiane hanno fornito, al pari del Finalese, così tanti reperti di specie animali e umane, succedutesi in Europa nella preistoria.
Il ritrovamento di uno scheletro completo di Ursus spelaeus nella caverna delle Fate, del cranio di una pantera nella caverna degli Zerbi, di statuette femminili nella grotta Pollera, della “pintadera”, un curioso manufatto in terracotta presente in Liguria soltanto nelle caverne finalesi, ne sono alcuni esempi.
Le incisioni rupestri di canalette, coppelle, figure cruciformi e balestriformi, schematizzazioni umane e animali graffite su lastroni di pietra all’aperto, localmente detti “ciappi”, si contano a centinaia.
Dall’altopiano delle Mànie, poi, proviene un enigmatico oggetto, finora unico in Italia, confrontabile con strumenti coevi usati per contare o con tokens, forse indicatori di un primo passo verso la scrittura, trovati in Medio Oriente.
La Caverna delle Arene Candide, invece, ha restituito l’eccezionale sepoltura del “Giovane Principe”, che, datata 23.440 anni fa, fu così chiamata per il ricco corredo funerario, costituito da un copricapo di conchiglie, quattro bastoni forati in corna d’alce, una grande lama di selce e altri elementi decorativi in conchiglie e avorio di mammut.
La storia del Finale sta racchiusa nel suo nome. Questa esile striscia di terra delimitava la frontiera tra le tribù liguri degli Ingauni, con capitale Alba Ingauna (Albenga) e dei Sabazi, con capitale Vada Sabatia (Vado Ligure).
Sconfitti i liguri nel 180 a. C., l’arrivo dei romani non cambiò la situazione. Il pagus di Finale, polo amministrativo comprendente parecchi vici, forse coincidente con la misteriosa mansio di Pullopice (=dall’unione dei nomi dei torrenti Pora e Sciusa, intorno ai quali si era allora strutturato il territorio finalese), indicata nell’Itinerario Antonino (III sec. d. C.), restò incastonata fra i municipii di Vada Sabatia e Albingaunum.
La via Julia Augusta, voluta da Augusto nel 13 a. C., di cui si conservano in Val Ponci cinque ponti romani, collegava i due municipia e garantiva il passaggio di persone, merci e conoscenze, compreso l’annuncio della Buona Novella.
Indizio sulla relativa precocità dell’introduzione del cristianesimo e sull’insediamento di una comunità ecclesiale già parzialmente articolata è l’epigrafe funeraria (362 d. C.) di Lucius Helvius. Considerata la prima attestazione sulla diffusione del messaggio cristiano nell’area ligure-piemontese, l’iscrizione, graffita sopra un tegolone ad alette, è stata scoperta nei pressi della chiesa di Sant’Eusebio a Perti, forse elevata nel IV secolo nel posto di una necropoli romana.
Nell’entroterra finalese le millenarie intitolazioni delle chiese a Sant’Eusebio in Perti, a San Dalmazzo in Monticello e ai Santi Cipriano e Cornelio in Calvisio inducono a ipotizzare che durante la tarda antichità l’introduzione del culto sia avvenuta anche tramite le vie marenghe. Un intricato groviglio di serpeggianti mulattiere, che valicando i passi alpini e appenninici del Piemonte e della Lombardia univa le coste liguri alla Padania e a Milano, fulcro di irradiazione della nuova religione.
Se nel retroterra i tre tempietti rappresentano i probabili residui dell’originaria sistemazione plebana, erede della suddivisione pagense romana, agli albori dell’altomedievo nella Marina un altro nucleo abitativo di cristiani, formatosi sui livelli di abbandono di fabbricati dell’età imperiale, si stava aggregando attorno a una chiesa battesimale, ubicata allo sbocco litoraneo della val Pora.
Innalzata su un edificio di età tardo-romana, la Pieve del Finale esisteva già all’inizio del VI secolo, poiché la lapide di Paula, trovata nel luogo di culto, risale al 517. Ampliata da una a tre navate nell’epoca carolingia, quando acquisì pure una vasca battesimale circolare, mantenne le prerogative plebane per mille anni.
Al suo interno un affresco dei secoli XII-XIII documenta la devozione verso i santi evangelizzatori Nazario e Celso, arrivati a Finale lungo la Via Julia Augusta a metà del I secolo d. C.
Persa nel silenzio e nel verde di oliveti, vigne e rampicanti, la suggestiva frazione di Perti sovrasta Finalborgo.
Si può raggiungere in auto o in moto percorrendo la carrozzabile per Calice Ligure, a piedi seguendo la Strada Beretta, che, tracciata nel 1666 per il passaggio dell’infanta di Spagna, Margherita, diretta a Vienna dal marito Leopoldo I, imperatore d’Austria, è una delle passeggiate storiche più belle della Liguria.
A Perti lo sguardo si perde nell’orizzonte. Da un lato mare e cielo si fondono, toccandosi in un’armoniosa e seducente unione. Dall’altro le sagome appuntite delle Alpi incorniciano un’infinita distesa di tondi e sinuosi colli.
Un viottolo campestre porta alla contrada di Sant’Antonino e ai resti del castrum Pertice, l’insediamento fortificato bizantino del VI secolo, eretto a protezione delle possibili vie di accesso su posizioni di retrovia. Nell’ambito del sistema difensivo della Maritima Italorum, esso si accostava ai castra negli agglomerati rurali su mezzacosta di Pia e Orco e si rapportava con il nucleo demico litoraneo di Varigotti, la cui rada portuale, tramite naturale con il mondo mediterraneo, era destinata al controllo dell’Alto Tirreno e all’approvvigionamento del territorio limitrofo.
Anfore e ceramiche da mensa d’importazione africana e orientale ritrovate nella fortezza di Sant’Antonino, attestano i contatti tra gli abitanti del castrum, le principali città del Nordafrica e le altre terre del Mediterraneo subordinate all’Impero di Bisanzio.
Invece dal Bellum Gothicum, redatto dallo storiografo bizantino Procopio di Cesarea, e dai dati archeologici si evince la stratificazione sociale delle famiglie dei residenti, composte da una classe privilegiata, alla quale si associavano militari romano-bizantini e fabbri.
Poco più in là rispetto al castrum di Sant’Antonino si trovano l’omonima chiesa, fabbricata tra la fine del X e i primi decenni dell’XI secolo, e l’edificio romanico di Sant’Eusebio. Quest’ultimo è impreziosito da una cripta con pilastri del Mille e da un’abside poligonale con un campaniletto a vela, su cui si distingue una croce, disegnata da scodelle di maiolica valenzana e laggioni spagnoli nella seconda metà del Quattrocento.
Vicino si erge pure la chiesa di Nostra Signora di Loreto, detta dei Cinque Campanili per i cinque gugliotti che la adornano. Costruita in stile rinascimentale lombardo su incarico di Alfonso I del Carretto, marchese del Finale, prendendo a modello la cappella Portinari in S. Eustorgio a Milano, è inserita nel Museo Diffuso del Finale.
Sempre a Perti, da non perdere è la visita a Castel Govone. Impossibile non notarne la possente e altera mole all’uscita del casello autostradale di Finale Ligure.
La sua storia comincia nel 1217, quando Enrico II Del Carretto commissionò la ricostruzione della caminata marchionis Finarii, sita sulla dorsale meridionale della Rocca di Perti, in posizione dominante rispetto alle sottostanti valli del Pora e dell’Aquila, e già menzionata nel 1180.
La dimora fortificata signorile, tra le architetture militari italiane più interessanti della fine del Quattrocento, appare ordinata attorno a un nucleo centrale, impostato su un grande cortile a colonnato, che dava l’affaccio ad ambienti di rappresentanza e residenziali.
Ricostruita e ampliata numerose volte, nel XV secolo è stata arricchita con la superba Torre dei Diamanti che, ornata da un originale rivestimento bugnato “a punte di diamante”, preserva un interessante ciclo di affreschi, dipinto nel 1495 e dedicato al mito del Ratto di Proserpina. A Enrico II Del Carretto va assegnata pure la fondazione, nella piana alluvionale sulle falde dell’altura del Becchignolo, alla confluenza del Pora e dell’Aquila, di Burgus Finarii, ossia Finalborgo.
Elemento essenziale dell’elegante borgo medievale, inserito tra le località più belle d’Italia, è la pietra di Finale, che estratta a Perti e nella valle dell’Aquila, conferisce delicate sfumature di rosa all’edilizia pubblica e privata del centro storico.
Un atto, rogato nel 1213 a Burgo Finarii, fornisce la prima attestazione documentaria sull’esistenza dell’abitato murato, che si sviluppava in uno spazio non completamente privo di insediamenti preesistenti.
Gli statuti del 1311 regolano la tipologia urbana del borgo signorile e si riflettono nell’organizzazione sociale ed economica della popolazione.
Le case in pietra di un certo prestigio, i reperti ceramici di produzione andalusa, islamica e nordafricana, le pregiate maioliche del regno di Granada e l’unico esemplare rinvenuto in Italia di reposadero de tinaja (il reposadero, serviva a raccogliere e a espellere attraverso il becco versatoio l’acqua trasudata dalla “tinaja”, un grande contenitore di forma globulare destinato alla conservazione e refrigerazione dell’acqua), abitualmente collocato in punti nevralgici della casa ispano-musulmana nel periodo tardo-almohade (fine XII-prima metà XIII secolo), indicano l’elevato tenore di vita dei residenti. Inoltre permettono di associare Finalborgo a Genova, Savona e Noli, importanti città mercantili aperte sui principali porti commerciali del Mediterraneo.
Il prestigio di Burgus Finarii crebbe con le fondazioni carrettesche del convento domenicano di S. Caterina, che ospitava la chiesa gentilizia della famiglia marchionale (1359), e della nuova parrocchiale di S. Biagio (1372-1375), la cui torre campanaria si ispira al campanile della chiesa di S. Gottardo a Milano, alle torri nolari delle abbazie lombarde di Chiaravalle, Morimondo e Cerreto Lodigiano e ai progetti nel Trattato di Architettura (1464) del Filarete per il campanile della cattedrale nell’immaginaria città ideale di Sforzinda.
Ogni anno in agosto Finalborgo ospita la rievocazione Viaggio nel Medioevo. L’evento, organizzato dall’Associazione Centro Storico del Finale, celebra i decenni a cavallo tra il XV e il XVI secolo, quando la dinastia Del Carretto raggiunse l’apice della sua ascesa nel complesso quadro politico italiano e il marchesato conobbe il periodo di maggior prosperità.
Varcate le tre porte urbiche, risalenti al 1452, ci si ritrova immersi nella brulicante atmosfera di un borgo del Quattrocento. Concerti di musica celtica si alternano a spettacoli e visite guidate alla scoperta dei monumenti e del vivace clima culturale, che si respirava nel piccolo Stato finalese.
Tra le visite guidate particolarmente interessante è quella al convento di Santa Caterina, custode della cappella di S. Maria degli Oliveri.
Preziosa testimonianza sulla pittura tardo-trecentesca in Liguria: gli affreschi che la ornano ritraggono Scene di vita di Maria e di Gesù.
Gli artefici furono due anonimi pittori, conosciuti come i “maestri della cappella Oliveri”, dal cognome della famiglia finalese che agli esordi dell’ultimo decennio del ‘300 ordinò i dipinti.
Il primo artista, al quale spetta l’ideazione e l’avvio del decoro, sembra allineato su canoni tradizionali. Probabilmente più anziano, raffigurò l’Apparizione dell’Assunta a S. Tommaso e l’Incoronazione della Vergine.
Pur rivelando chiare influenze stilistiche di Barnaba da Modena, allora imperante nella regione, per gli schemi compositivi precostituiti, condizionati da una rigida simmetria nella concezione figurativa, si colloca in quell’ambiente artistico toscano, che allora estendeva la propria influenza in Liguria.
Il secondo maestro, al quale sono ricondotti i registri inferiori, si distacca dagli schemi consueti. Forse più giovane, rappresentò la Fuga in Egitto predisponendo con una certa libertà la composizione pittorica e delineando personaggi e costumi con tonalità varie e luminose.















