Ho imparato a guidare da autodidatta, non avendo voglia di sottopormi a pesanti lezioni, tenute da sconosciuti. Già da tempo avevo cominciato ad osservare attentamente la guida degli altri, soprattutto mio padre, prendendo il meglio e scartando il resto. No scuola guida. No lezioni. Tutto da solo. Facevo anche grandi sperimentazioni di guida su un simulatore in una sala giochi locale, con esiti neanche disprezzabili: non accettavo che la giornata si chiudesse senza che il mio nome campeggiasse in cima alla classifica della macchina, appena mi accorgevo di essere stato superato, rientravo in cabina e rifacevo un record. Bello, ma poco attinente alla dura realtà. Al primo esame fui bocciato. Ma non mi arresi. Dopo due mesi, ero di nuovo là. E uscii con la patente in mano. Non propriamente, perché c’era da aspettare fino a due mesi, per avere il pezzo di carta rosa definitivo.
Da quel momento mi si aprì un mondo nuovo. Finalmente ero libero di uscire anche fuori da quella città a mio piacimento. Ogni scusa era buona. E quando non c’erano scuse uscivamo lo stesso, lasciando che la macchina ci portasse a vedere posti nuovi, purché ci fosse una striscia bianca su asfalto nero da seguire, in uno stato quasi ipnotico. Poi sceglievamo un posto a caso, anche nelle più sperdute campagne, e ci fermavamo a ballare, col volume della radio al massimo, sotto il cielo aperto e qualche volta ad ululare alla luna, quando c’era.
La macchina diventò una fedele compagna di vita. La guida divenne un punto di forza della casa. Ho sempre guidato bene e la gente mi si è sempre affidata con la più naturale tranquillità. Qualcuno mi ha anche detto che il mio lavoro ideale era il tassista.
Ai tempi dell’università. Firenze. Eterno amore. Poco studio e tanto altro. Spesso bisognava tornare giù. Spesso in macchina. Spesso in gruppo. Spesso, anzi sempre, con vari generi di sussistenza. Schiacciate e bomboloni all’andata. Rustici e pasticciotti al ritorno. Dotazione standard di droghe leggere, a coprire tutto il tragitto, sia all’andata che al ritorno. Un vero e proprio rito. Si comprava prima il fumo e poi si faceva benzina.
Eh, sì. Quasi ottocento chilometri, di notte, non si facevano senza un po’ di doping, almeno in quel momento delle nostre vite, mentre lo scorrere del tempo ci avrebbe insegnato che se ne poteva tranquillamente fare a meno, ma allora eravamo tutti vittime della classica incoscienza giovanile. Finivo io alla guida, perché non perdevo mai il controllo della macchina, nonostante le canne che giravano in continuazione. Gli altri, dopo due tiri, erano inservibili. Io, invece, non avevo problemi. Il fumo mi rilassava, aumentava la concentrazione, fondendo il suo effetto con il piacere di godersi la guida. Il massimo della goduria arrivava quando i compagni di viaggio cadevano nelle braccia di Morfeo, quasi tutti contemporaneamente, nonostante qualcuno cercasse di resistere, preoccupato di tenermi ben sveglio. Allora veniva in soccorso il colpo di genio. “C’è ancora fumo?” e quello tutto contento ne accendeva un’altra, che puntualmente provvedeva ad addormentarmelo.
Così, preciso come un orologio svizzero, mi trovavo solo al volante nel punto più bello del viaggio. Sua maestà la Basentana. Essendo studenti fuori sede, cercavamo di risparmiare su tutto. Che non fosse, ovviamente, il fumo. Così sceglievamo percorsi che non prevedessero pedaggio. Ed ecco perché la Basentana, anche se comportava di allungare il tragitto verso casa in Puglia. Da Salerno a Metaponto, in una discesa dalle montagne verso il mare, in un susseguirsi interminabile di curve. Seducenti come quelle delle donne. E nei pressi dell’alba, nel silenzio finalmente assoluto dei viaggiatori, mi trovavo ad affrontare questa meraviglia, ormai in assoluta simbiosi col mezzo e col serpentone nero sul quale si muoveva.
Non so quanti hanno mai guidato la vecchia fidata Fiat Uno, primissimo modello, quella nella quale il posacenere era mobile, da ancorare su un orrendo cruscotto. Una scatoletta. Così piccola che, quando superava un tir tremava tutta, come se avesse paura delle dimensioni dell’altro. Con una minima tenuta di strada, e di curva. Con me alla guida diventava un’altra. Una fuoriserie, una macchina da signori. Qualcosa di molto vicino a una Formula 1. E non erano gli effetti del fumo. Inerpicandosi su quelle montagne, scivolando dolce su quelle curve senza fine, la scatoletta guadagnava il rango di macchina e ripagava dando le giuste emozioni.
Con le auto di oggi, iperintelligenti, ipertecnologiche, ipertutto, praticamente quella strada la puoi fare ad occhi chiusi. Con la vecchia Uno, dovevi metterci tutto te stesso, correggere di continuo l’entrata in curva per evitare di fare un bel volo e trovarti qualche decina di metri più sotto. Adrenalina pura, che annullava e si sovrapponeva al placido effetto del fumo. Così mi perdevo nella notte, disturbata solo dai fari del mio mezzo, e pennellando curva dopo curva, alle prime luci dell’alba, mi trovavo davanti il mare, inequivocabile segno di vicinanza a casa, rimaneva solo da raggiungere Taranto e infine Brindisi. E quelli in macchina dormivano come angioletti sedati. Per poi risvegliarsi, poco prima dell’arrivo, meravigliandosi che li avessi portati a casa con tanta semplicità, ben attenti a precettarmi per il ritorno.
Vuoi mettere un viaggio dove non ti devi preoccupare di niente, salvo mettere la macchina e dormire? Quindi, assecondando la mia voglia di macinare chilometri, ero sempre pronto ad un nuovo viaggio. Così accettai di portare giù il padre di un amico, che non voleva sottoporre il genitore allo strapazzo del viaggio in macchina da solo. Ovviamente la sua richiesta sfondò una porta aperta. E quando mi ricapita: padrone della macchina e senza doversi preoccupare di stendere nessuno col fumo. Unico problema, con la presenza del genitore danaroso, era la possibilità di avere casello libero, cioè, fare tutta autostrada, senza dover uscire a Salerno, quindi senza fare la mia amata Basentana.
Esclusa la possibilità di recedere dalla parola data, mi arrovellai fino alla partenza, pensando a cosa dire per mantenere il mio itinerario preferito e alla fine dissi con candore che era la strada che preferivo perché la conoscevo meglio. Andò bene. Non sapevo ancora che quella sarebbe stato il mio ultimo viaggio su quella tratta, ma fu un viaggio addirittura migliore di quelli con la solita compagnia, avevo al fianco una persona di una gentilezza unica e di una cultura sconfinata. Mi tenne sveglio tutta la notte parlando dei massimi sistemi, ma senza togliermi assolutamente il piacere della guida, anche perché mi riempì di complimenti per il mio stile, cosa particolarmente gradita. Più che un viaggio fu una rivelazione, tale da farmi quasi vergognare del mio scetticismo iniziale, regalandomi un amico inaspettato.
Poi Firenze finì. E con essa anche la Basentana, per diversi anni, dato che la vita mi portava costantemente su altre strade. Solo qualche tempo fa ho avuto modo di ritornarci, ma in condizioni del tutto diverse. Con un’auto diversa, con la famiglia a fare da limitatore di velocità, senza additivi alla guida (abbandonati ormai da tempo immemore in seguito alla classica presa di coscienza) e di giorno. Uno scenario completamente diverso, appesantito dal fatto che il panorama era davvero deprimente: le belle montagne attraversate dalla strada erano state deturpate dagli incendi. Mi muovevo in un paesaggio lunare che non mostrava nulla di quella magia che aveva la Basentana di quel periodo eroico, che resterà sempre fulgido nei miei ricordi.















