Nel Vangelo c’è un passo che colpisce. Lo si trova nei versetti da 1 a 15 del secondo capitolo del Vangelo di Giovanni.
Siamo alle Nozze di Cana, quando Maria dice a suo figlio Gesù:
Non hanno più vino.
La frase di risposta, che ancora oggi ci frastorna e ci meraviglia è questa:
Cosa c’è tra me e te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora!
Nessuna spiegazione plausibile o soddisfacente è stata mai data a questa risposta così sferzante, direi quasi brutale, se riferita da un figlio alla madre.
Qualcuno ha cercato una giustificazione, attribuendola a una traduzione errata. Qualche altro tentativo è stato fatto in altre direzioni, troppo complesse per un articolo come questo, che tende a chiarire piuttosto che a complicare.
Lasceremo perdere tutti questi vani tentativi e daremo per accettata e scontata la traduzione che leggiamo nella versione italiana dei Vangeli, curata dalla Conferenza Episcopale Italiana, e che abbiamo sopra riportata.
Ordunque, per cercare di dare una spiegazione esaustiva, cominciamo dalla seconda delle due frasi contenute nella risposta che stiamo analizzando: “Non è ancora giunta la mia ora!” A me questa frase richiama subito l’ora suprema dell’Ultima Cena e, ancora prima, la sofferenza di Gesù nell’Orto degli Ulivi.
Ebbene, nell’ora suprema del suo destino terreno, cosa farà Gesù? Non spezzerà forse il pane e verserà il vino, celebrando quella divina transustanziazione che i sacerdoti ripetono durante la Messa, in memoria di Gesù? Non è questa celebrazione finalizzata a trasformare il pane in carne e l’acqua in vino? Letta attraverso il filtro di questa interpretazione appena suggerita, la frase “Non è ancora giunta la mia ora”, non è poi così illogica.
Gesù ha trent’anni e sa di avere ancora tre anni di predicazione davanti a Sé, prima di prodigarsi alla suprema, divina, trasformazione che segnerà per sempre la memoria dei suoi fratelli cristiani. Resta adesso da esaminare la prima delle due frasi: “Che cosa c’è tra me e te, o donna?” Questa domanda di Gesù, rivolta alla sua madre terrena, mi fa pensare a due distinti episodi che si rinvengono entrambi nei Vangeli.
Il primo è il ritrovamento nel tempio narrato da San Luca (Luca 2, 48-49).
Si noti che questo è uno dei tre episodi in cui Maria e Gesù interagiscono e dialogano direttamente (il primo, come abbiamo già visto, è quello delle nozze di Cana, mentre l’ultimo sarà sulla Croce, quando Gesù, in fin di vita, dirà a Maria, indicando Giovanni, “Madre, ecco tuo figlio”).
È importante rimarcare che non ci sono altri episodi, nei Vangeli canonici, in cui Gesù parla direttamente a sua madre Maria, a parte questi tre che abbiamo già segnalato.
“Perché ci hai fatto questo?” chiede Maria al suo figlio dodicenne che si è attardato nel Tempio di Gerusalemme con i dottori della Legge, gettando lei e suo marito Giuseppe nella più cupa disperazione. “Non sapevate che devo occuparmi delle cose del padre mio?” le risponde Gesù serafico. Gesù qui è ancora un ragazzo di dodici anni e la sua risposta è mansueta. Non mostra quel carattere che quasi ci disturba e che userà con la mamma alle nozze di Cana.
Tanto ciò è vero che nel prosieguo del racconto di San Luca, si legge che mentre Maria serbava nel suo cuore le cose dette da Gesù, Egli stava loro sottomesso.
A parziale giustificazione del tono utilizzato da Gesù alle nozze di Cana, al di là di quello che stiamo cercando di spiegare in questo articolo, vanno fatte due osservazioni: Gesù qui ha trent’anni (e non dodici) e sente come uomo e come Dio che la Sua ora si avvicina; in secondo luogo va detto che Gesù trasforma comunque l’acqua in vino, non soltanto per gli sposi, ma soprattutto per la madre che ha perorato la loro causa (“Non hanno più vino” leggiamo nelle sue labbra; e subito dopo, rivolta ai servi “fate quello che Egli vi dirà”).
Il secondo episodio che voglio ricordare per cercare di spiegare questa frase del secondo capitolo del Vangelo di San Giovanni che stiamo esaminando, apparentemente così strana e originale, è riportato dai vangeli sinottici (Marco 3, 31-34; Matteo 12, 46-50; Luca 8, 19-21).
In questo episodio però Gesù non si rivolge direttamente alla Madre, ma ad alcuni conoscenti che gli riferiscono che Sua madre e i suoi fratelli lo stanno cercando.
Chi sono mia madre e i miei fratelli? Ecco mia madre e i miei fratelli.
Risponde Gesù ai suoi interlocutori indicando la folla di derelitti e seguaci che lo circonda.
Ecco che adesso, la risposta che Gesù dà alla madre, nelle nozze di Cana, e che Giovanni ci ha tramandato nel suo Vangelo, assume quasi un significato, se non logico, almeno conseguente.
Gesù, si badi bene, lo ripetiamo ancora, non parla quasi mai alla madre nei Vangeli Canonici. E allora l’affermazione in forma di domanda “Che cosa c’è tra me e te o donna?” diviene, così contestualizzata, molto più credibile, persino meno oltraggiosa e offensiva.
Noi dobbiamo considerare che Colui che pronuncia questa frase alle Nozze di Cana non è Gesù uomo, ma è il Gesù figlio di Dio, disceso in terra a svolgere la sua funzione divina di Salvatore del mondo.
Se teniamo in mente questo, non possiamo più scandalizzarci per le parole che Gesù rivolge alla madre, lì, a Cana. Anzi, sotto questa luce, le comprendiamo e le facciamo nostre.
È come se Gesù, l’uomo, dicesse alla donna Maria: “Io so che tu sei la mia madre terrena, ma non dimenticare che io sono anche il figlio di Dio, venuto al mondo con uno scopo ben preciso, che va posto al di sopra di tutto e di tutti.” E Maria non si offende. Anzi, soltanto lei può leggere nel fondo dell’animo di quel figlio così particolare. Tanto ciò è vero che, sicura che suo figlio comunque l’accontenterà, dice ai servi: “Fate ciò che Egli vi dice”. Infine non va trascurato il fatto che ogni nostra parola, andrebbe interpretata guardando negli occhi la persona che la pronuncia, considerando perfino l’intonazione della voce e la postura del corpo.
Questo ho voluto cercare di spiegare, non certo per presunzione, ché il compito sarebbe troppo arduo per chiunque, e ancor più lo è stato per me, ma soltanto perché ho voluto segnalare quella che, secondo me, è l’intonazione più corretta di una nota che, altrimenti, rischia di suonare stonata.
Ringraziando con la preghiera l’Uomo-Dio, venuto a salvarci in terra, morto, risorto e risalito in cielo.














