Lavoravo ancora come addetta alla produzione. Saranno state le 5:30 del mattino e mentre entravo nel parcheggio della ditta, mi è rimasto in mano il pomello del cambio. Ancora mezza addormentata nel buio dell’inverno, l’ho incastrato come meglio ho potuto e con la luce del giorno l’ho aggiustato con il nastro americano. Dovremmo portarcene dietro un rotolo, non si sa mai... Puoi aggiustarci le cose, accendere un fuoco, improvvisare un cerotto e, come insegna il buon vecchio McGyver, chissà che altro!
Ma stiamo perdendo l’abitudine di aggiustare le cose. O le situazioni. O le relazioni. E noi stessi? “Ricompralo nuovo!” Dice una pubblicità alla tv.
Ci stiamo abituando a sostituire ciò che smette di funzionare anche solo per un periodo, senza chiederci cosa possiamo fare per ripararlo, mentre le discariche si riempiono di oggetti e le anime si svuotano di fiducia.
Non mi fido di un cavallo che non è stato cavalcato o di un furgone che non è stato venduto. Mani e cuori che non hanno cicatrici non vale la pena tenerli. Le canzoni suonano meglio su corde arrugginite. La pelle usurata mi fa sentire bene. Immagino si possa dire che mi piacciono le cose rotte.
(Broken in, Ella Langley)
In quanto counselor, il mio lavoro è aiutare le persone a funzionare ancora quando una rottura le incastra in un pattern comportamentale che trasforma un dolore naturale in una sofferenza eterna e ripetitiva. E quando la narrazione è distorta dai filtri dei social media che mostrano un irreale mondo integro e ti si apre anche solo una piccola crepa ti senti sbagliato, esclusa, una cosa rotta.
E cosa facciamo con le cose rotte?
Ma quando a rompersi è qualcuno, il lavoro non è sostituire, ma riparare e ricostruire e restare. Saper tollerare la frustrazione generata dal “non funziona” senza reagire subito d’impulso e buttare via tutto, è una capacità fondamentale per il Ben-Essere.
Riparare è una competenza emotiva. Allora perché non aggiustiamo più?
Stiamo smettendo di riparare perché farlo richiede di fermarsi e di stare in un tempo lento, fatto di prove ed errori prima che di risultati. Aggiustare richiede pazienza e presenza, attenzione e una manualità che ti riporta nel corpo, vettore di emozioni talvolta travolgenti da cui vorremmo scappare. Il counseling è un accompagnamento in questo processo di riparazione di sé, delle proprie relazioni e del proprio mondo.
Ci si siede uno accanto all’altra per osservare cosa ha smesso di funzionare, cosa funziona così così e cosa, invece, è ancora in moto. Si gira un po’ tutto attorno alla situazione per vederne ogni lato, ogni aspetto, ogni bullone allentato e intervenire su rigidità del sistema, su comportamenti fin troppo irruenti che rompono gli ingranaggi e si prova e riprova fino a far ripartire il motore. Forse resta un fruscio che può trasformarsi nel tuo tratto caratteristico, quasi a suonare come quel tuo vinile preferito.
Aggiustare è un atto creativo che connette la mente e il corpo e riporta la testa esattamente dove sono i piedi: nel qui ed ora. Oltre a ricordarmi di quella mattina in cui si è rotto il pomello del cambio, dell’esperienza da addetta alla produzione mi porto dentro l’esperienza di vivere uno stato di flusso caratterizzato da un’attenzione focalizzata al gesto e dalle numerose sensazioni provenienti dal tocco, dalla vista e dall’udito.
Un’esperienza multisensoriale che possiamo vivere solo quando siamo in uptime, cioè immersi in tutto ciò che succede senza perderci nel turbinio del dialogo interno. Concentrarsi su ciò che si sta facendo permette di gestire la frustrazione dei tentativi andati a vuoto e trasformando il mix di rabbia e tristezza in un potente strumento di regolazione emotiva. Un’esperienza emotiva correttiva di riferimento che insegna a superare i momenti di difficoltà e scoramento.
Se non sai stare nel corpo, non sai stare nelle rotture. E di rotture ce ne saranno tante nella vita, per cui conviene avere una cassetta degli attrezzi ben rifornita!
E quando il lavoro non è più aggiustare qualcosa fuori, ma restare dentro una rottura...
Riparare è un allenamento a stare nel tempo presente e quando vuoi aggiustare te stesso la natura è uno degli strumenti più efficaci e molto spesso viene data per scontato. Cerchiamo un facile rimedio al logorio moderno nel cemento e nei device elettronici, quando la natura contiene tutto ciò di cui abbiamo bisogno.
Mentre un utilizzo improprio dei dispositivi elettronici dà un apparente sollievo, immergersi in un tramonto attiva processi fisiologici che permettono la ricalibrazione del ritmo circadiano. Come insegna Andrew Huberman e come dimostrano gli studi di settore, l’esposizione alla luce solare all’alba e al tramonto permette al corpo di regolarsi e quindi di produrre gli ormoni necessari a svegliarci e a prepararci per una notte di riposo.
Avere il lusso di osservare il sorgere del sole permette di iniziare la giornata con un ritmo a misura di Essere Umano, senza essere travolto da un precoce senso di urgenza tra mail, messaggi e richieste varie. Prendersi il tempo di contemplare il tramonto rallenta gradualmente il sistema corpo-mente e allontana la pretesa di poterci spegnere a comando e aumentando le probabilità di godere di un profondo sonno ristoratore. Non puoi accelerare il tramonto, puoi solo stare a guardarlo. Stare.
Trattiamo noi stessi e gli altri come oggetti, le relazioni come un capo fuori moda che ci stanca presto e quando si strappa abbiamo la scusa per buttarlo via. Né siamo abituati a costruire noi stessi, né a ripararci. Tantomeno a riparare.
Quando ti resta in mano un pezzo di te, tira fuori il nastro adesivo, fai un respiro e mettiti all’opera. Ripara le cose con il nastro americano e te stesso con i tramonti.
Ti aspetto in officina.















