C’è un momento preciso dell’anno in cui l’Italia intera decide di compiere un rito di regressione collettiva: la metà di giugno. Con la puntualità di una ricorrenza liturgica, i telegiornali sacrificano l’apertura della cronaca e della politica sull’altare della "Notte prima degli esami". Per quarantotto ore, cinquantenni nostalgici e intellettuali in disarmo si sostituiscono ai diciottenni, disputando sui titoli di Pavese o Brancati, spiegando cosa avrebbero scritto loro, evocando l’odore dei banchi di scuola.

È la spettacolarizzazione della Maturità, un fenomeno pop che sotto la vernice della tenerezza nasconde una patologia culturale profonda: l’adolescenza come tratto identitario di una nazione, un rito collettivo che ogni anno si ripete identico a sé stesso, come se il Paese avesse bisogno di rassicurarsi sulla propria giovinezza proprio nel momento in cui dovrebbe interrogarsi sulla propria maturità civile.

Che l’italiano sia un "sempiterno adolescente" non è un’intuizione da talk-show, ma il filo rosso che unisce i più lucidi e severi osservatori del nostro carattere nazionale, da chi scriveva negli anni del fascismo a chi commentava la Repubblica dei partiti fino a chi, oggi, osserva la Repubblica degli smartphone. Bisogna tornare a Giuseppe Prezzolini per trovare la diagnosi più impietosa. Nel suo Codice della vita italiana, Prezzolini descriveva un Paese diviso tra i furbi e i fessi, ma dominato da una fondamentale immaturità civile.

Per il fondatore della Voce, l'italiano medio è un cittadino che rifiuta la responsabilità dell’età adulta, che preferisce l'indulgenza al rigore e che cerca costantemente la figura protettiva di un "padre" (o di una madre) che lo assolva dalle proprie mancanze. La scuola, in questo contesto, smette di essere l'officina in cui si forgia la responsabilità – ovvero un luogo di fallimento sia educativo che di formazione civile – ma il posto da rammemorare con perenne nostalgia, un altare laico su cui deporre ogni anno lo stesso fiore stantio.

A dare una veste letteraria e psicologica a questo infantilismo ci ha pensato Vitaliano Brancati. Nel descrivere il "gallismo" e la provincia siciliana in romanzi come Don Giovanni in Sicilia, Brancati non dipingeva solo un costume sessuale, ma un’architettura mentale: quella dell’uomo che sembra rimanere psicologicamente fermo alla pubertà, che vive di mitologie superficiali, di cameratismo da spogliatoio e di un’incapacità cronica di guardare in faccia la realtà e le sue complessità. L'adulto brancatiano è un adolescente con i capelli bianchi.

Ed è singolare – o forse tragicamente ironico – che oggi Brancati venga somministrato ai ragazzi come traccia d'esame proprio all'interno di quel grande circo mediatico che di quell'infantilismo è il massimo amplificatore, quasi che la letteratura più impietosa verso i vizi nazionali finisse sistematicamente riassorbita nel medesimo folklore che intendeva smascherare.

Di questa debolezza strutturale era ben consapevole anche Indro Montanelli. Con il suo stile affilato, Montanelli non ha mai smesso di ripetere che gli italiani sono un popolo che preferisce le favole alla storia, l'illusione alla verità. Il giornalista toscano vedeva nell'italiano un eterno minorenne, bisognoso di applausi e di carezze, incapace di una memoria storica matura. Montanelli ripeteva che l'Italia era bloccata nel presente, popolo di "contemporanei" privo di vera memoria storica, incapace di progetto futuro. Un paese, cioè, usando il vocabolario nicciano, che intende la storia, anche personale, in modo museale: la conserva, la spolvera, la espone una volta l’anno, ma non la interroga mai davvero.

Ed è qui che l’analisi storica si salda con il presente, rivelando il ruolo del “populismo mediatico”. Se negli anni ’70 e ’80 l’esame di Stato era un fatto istituzionale, trattato dalla stampa con la dovuta (e forse eccessiva) burocratica solennità, oggi è stato trasformato in un dispositivo di distrazione di massa. Il populismo della stampa contemporanea consiste proprio in questo: nell’assecondare e premiare il minimo comune denominatore emotivo del pubblico. I giornali e le piattaforme social non cercano più di elevare il dibattito, ma si specchiano nel disimpegno del lettore, in un circolo vizioso in cui l’offerta editoriale insegue la domanda più pigra e la rinforza.

Cosa sia esattamente questo "populismo mediatico" lo hanno indagato, da angolature diverse, Raffaele Simone e Mauro Barberis, due tra gli studiosi che più hanno contribuito a chiarire il nesso fra comunicazione e degrado della sfera pubblica. Simone, linguista e saggista, ha descritto nel Mostro mite l’avvento di un potere che non ha più bisogno di apparati ideologici né di sistemi di indottrinamento: basta "far caso ai media", specialmente alla televisione prima e alla rete poi, per essere assorbiti in un ordine che seduce anziché costringere, che promette benessere e divertimento invece di imporre sacrifici.

È un dominio "gentile", capace di infantilizzare senza che nessuno se ne accorga, perché si presenta come intrattenimento e non come comando. Barberis, filosofo del diritto, ha invece proposto una definizione più analitica, riprendendo un’intuizione che risale a Umberto Eco: il populismo mediatico è quel regime, ormai strutturale in Occidente, in cui non contano più le ricette economiche o i progetti di società, ma gli slogan, i post, i titoli a effetto su questioni spesso costruite ad arte.

Barberis individua nell’appello diretto al popolo, nell’ostilità all’establishment, nella personalizzazione della politica, nella mobilitazione mediatica permanente e nella semplificazione radicale del messaggio i tratti riconoscibili del fenomeno: una sorta di corto circuito fra istituzioni e media che sostituisce la mediazione democratica con un rapporto illusoriamente diretto fra il pubblico e chi lo intrattiene.

La "febbre della Maturità" che ogni giugno contagia telegiornali e talk-show non è che un’applicazione minore, quasi innocua nella forma ma rivelatrice nella sostanza, di questa stessa logica: la sostituzione della complessità con l’emozione condivisa, dell’analisi con l’amarcord collettivo.

Nutrire il pubblico con la "febbre della Maturità" significa attivare una rassicurante camera dell'eco in cui un intero Paese viene autorizzato a non crescere. Invece di analizzare lo stato disastroso della scuola pubblica, il precariato dei docenti o il tasso di abbandono scolastico, i media preferiscono l’amarcord.

Il populismo mediatico infantilizza il dibattito pubblico perché sa che l'adolescente è più malleabile dell'adulto: si muove per impulsi, cerca colpevoli esterni, rifiuta la complessità delle sfumature e preferisce lo slogan alla riflessione. È lo stesso meccanismo, su scala ridotta, che Simone e Barberis descrivono a proposito della grande politica: un pubblico tenuto in uno stato di perenne minorità, gratificato con l’illusione di essere protagonista mentre in realtà viene condotto, con dolcezza, a restare spettatore.

Così, l’italiano descritto da Prezzolini, Brancati e Montanelli trova oggi la sua perfetta consacrazione negli schermi degli smartphone. Finché la stampa continuerà a trattare l'Italia come un eterno liceale protetto dall'ansia del futuro, il Paese rimarrà felicemente (e colpevolmente) seduto tra quei banchi, eternamente incompetente a entrare nel mondo degli adulti.

C’è una cura? La cura esiste: un sistema educativo che non coccoli ma forgi, famiglie che scelgano il rigore sull’indulgenza, un giornalismo che rinunci alla rendita facile dell’emozione collettiva per tornare a raccontare la complessità del reale. Ma sappiamo bene che ciò non succederà mai, non perché manchino le diagnosi – da Prezzolini a Barberis se ne sono accumulate a sufficienza – ma perché il consenso mediatico ha tutto l’interesse a tenere l’Italia, come gli italiani stessi, per sempre in calzoncini corti.