Il momento più interessante della creazione è il silenzio che la precede. Nella moda vive dell’anno che “mediamente” anticipa l’uscita di una collezione. La creazione di una forma è un dialogo intimo tra visioni personali e visioni universali. La soggettività trae poi le sue esperienze.

Il materiale a disposizione del 2026 non dovrebbe essere quello preparato nel 2025, o non solo. Il modo di vestire porta la riflessione del modo di svestirsi.

Il modo di svestirsi si lega ad una morale che di media cerca di prendere le misure da un dettato che le è speculare. Il modo di vestirsi è la pagina che tocca la pratica e la distanza dal tutto, il dialogo e la sua geometria sociale.

La geometria di oggi è diffusa come certi alberghi dove si soggiorna in territorio più che in struttura.
La struttura ha aggiunto la sua assenza per raccontarsi e dunque non ha consistenza se non nelle tracce dell’intenzione.

L’intenzione si misura con il fatto che diviene progetto se è volontà e la volontà è una narrazione che tra il breve e il lungo non usa il tempo ma oggi dal tempo è soggiogata.

Chi pensa al fare moda ha necessità che la sua visione sia desiderata.

Il desiderio si fonda su una fatica che è una distanza da coprire tra chi crea i soggetti dell’immaginario e chi si appresta a fruirne. Il creare valore è però una partecipazione al sé non a ciò che è esterno da sé. Il valore esiste a prescindere dal fatto che venga percepito dall’altro o venga incontrato, visto, criticato dunque avulso da una ipotetica specularità.

La fatica è dunque la chiave di lettura delle forme della maniera che saranno le formalità di domani nel luogo dove le si riscontra: le si trova ed incontra.

Nel caso dell’abbigliamento e dunque anche della moda, la materia più consona alle forme è il tessuto: il modello è il costrutto geometrico e il colore ne è la termica visuale ed insieme giungono ad avvinghiarsi nella ricerca della comprensione. La comprensione oggi è sostituita dai dettati che si definiscono tali in quanto assunti senza nessuna messa in discussione (assiomi).

Comprendere e apprendere non sono la stessa cosa. Oggi la moda è appresa mentre appesa ad un filo concepisce l’ovvio: il manifesto.

Il passante verso il “comprendo” arriva dalla trascendenza delle odierne fattezze dell’informazione. Oggi il visto è già un valore e il “cliccato” lo è ancora di più. In funzione di questa erosione cognitiva delle forme si deve attivare un sistema di rigenerazione delle modalità creative delle medesime.

L’esempio della scrittura come azione manuale è funzionale per comprendere come la mente forma i suoi pensieri autonomi rispetto al preesistente. Questo è applicabile a tutte le azioni creative comprese quelle della moda. L’agire di proprio pugno sul progetto attraverso il segno lasciato dalla penna, trattenuta tra le dita della mano, ingenera, nel pensiero, la ponderazione visuale e temporale dei volumi e delle “geometrie letterarie” che tramano a loro volta volumi di pensieri propri estremamente rinvigorenti la corteccia cerebrale. In funzione di questo modus operandi anche la moda deve tornare alla protesica collaborazione occhio/mano e viceversa.

La manualità è altamente ingravidante delle coerenze o incoerenze formali perché in essa l’occhio si impegna a osservare le tracce da lui assegnate al piano esecutivo e ad assecondarle nel tragitto verso l’atto creativo per volontà e non per algoritmo e percorsi suggeriti.

Il ritorno alla mano che assegna i volumi e i colori e la struttura neurologica ed emozionale della narrazione del corpo umano, è anteporre la matematica della prossimità a quella delle dimensioni visibili e osservabili preconfezionate della contemporaneità.

Ciò che è osservabile non è il quadro storico: è una parte di esso. La parte è il dettato di un tutto che, come tale è parziale, mentre nel tutto risiede il non incasellabile: lo stupefacente.

Per stupire si ha bisogno di un istante di vuoto che risiede nel prima e di un istante di meraviglia che risiede nel poi che sottolinea a sua volta la preesistenza del vuoto ora pieno dello stupore. Tale assenza è del tutto inconsapevole e istintuale nei creativi più puri in quanto educata dall’agire ossessivo verso le forme ma non incentrata sul compiacimento del logico ma sullo sbigottimento dell’ineffabile.

Il vuoto è un concetto che è contemplato dall’Oriente come un vero e proprio elemento della natura e della sua manifestazione sottrattiva.

Se il vuoto diviene suggeritore di forme, possiamo allora chiederci se la moda sia in Giorgio Armani, in Yves Saint Laurent, in Paul Poiret…, o sia nel sistema dell’azione ritmica tra pieno e vuoto che in costoro si fa cassa di risonanza.

Nei creatori di moda del passato (e forse ancora qualcuno opera così: si veda ad esempio John Galliano prossimo alla terza retrospettiva di un creatore di moda vivente al MET nel 2027) le forme giungevano dal potere della “ri-flessione” tra pugno, impugnatura e il braccio di ferro con la pupilla, l’iride e la sclera ma anche dal silenzio della loro attività ideativa da quello che è un suono intimo che esclude il resto del mondo e che in esso trova spazio e suo alimento.

Il “pro” dell’oggetto e all’oggetto, è della parola progetto e della semantica della vicinanza delle mani al pensiero che determina il circuito delle idee. La costruzione del progetto è modificazione, cancellazione o mantenimento del medesimo, in forme edite dall’io come possibilità di vedere la propria storia nelle sbavature, nei limiti e nelle coincidenze che in esso si contemplano della planimetria universale della vita.

Il “silenzio” come motore produttivo di bellezza e conseguente esperienza della verifica sociale del suo prodotto determina la conseguente rilevanza di questi informatori seriali di coscienza estetica (i creativi) che hanno da esso tratto la loro opera. Oggi tale esecuzione non è richiesta ma è in verità “descritta” come appartenente alla tecnologia e all’algoritmo ma di fatto appartiene alle “sue” dinamiche che sono naturali della creazione e non all’artificio.

La geometria del silenzio, nel frastuono mediatico è un acuto vertiginoso che comincia ad essere ancora ricercato. Tale ricerca, se non venisse nuovamente attivata destinerebbe l’uomo al solo dettato di un dettato.

La moda è la forma più impellente di questa distonia.

Per risolvere la creazione si deve creare e per creare di verbo autentico si deve impugnare ed esercitare l’acustica di chi conosce il suo mondo, dove “Il Suo Mondo” è la propria lettura delle forme e la propria coscientizzazione delle necessità o bisogni che è sublimazione del tempo prima che divenga tempo sublimato dalle meccaniche revisioni del conforto che non è confronto.

Scrivere e calcolare, disegnare e geometrizzare polpa, ossa, sudore e sangue, ha la freschezza di una copulazione adolescenziale e la maturità del fare proattivo alla specularità delle emozioni al di fuori di noi come nostro sembiante in ciò che abbiamo creato.

Il circuito dove inserire tutto ciò è atmosferico e oculato nell’oculare della vista e nel tatto di ognuno.

Il ritorno al vedere nella presenza le cose è presenza a sé stessi e dunque è costruzione di identità che non entrano nel dettato ma lo criticano e lo ponderano valutandolo per sé stessi come acquisizione qualitativa.

La moda è e sarà sempre il timone delle referenze sociali ha solo bisogno di riportare l’uomo al centro. Forse più della narrazione oggi può l’azione: creazione nel silenzio che la precede.